S6 PERIFERIE/RABONI cose, la tragicità. La luce romanza che è la luce più tenera e più dolce, che va dal golfo di La Spezia a quello di Barcellona, che permette un certo sviluppo e che non porta immediatamente alla tragedia ma in cui il senso della morte si svela a poco a poco. Ma ciò che caratterizza i portati di questa luce è proprio l'essere lucidi e severi con se stessi, la lucidità quasi priva di sogni, dove il sogno, se c'è, investe la radice stessa delle cose, non si sovrappone alle cose ma vi si commista. In questo senso hanno agito gli scrittori del Mediterraneo, dal golfo di Genova a quello di Marsiglia, al golfo di Orano, agli scrittori del Maghreb; è una parentela comune, un senso originario e antico della vita e nello stesso tempo l'impossibilità di superarlo, l'impossibilità di andare a pepsare ciò che c'è al di là delle porte della morte, in questa tragica solarità, in questa bellezza che le cose stesse portano con sé e che diventa per eccesso quasi funebre". Biamonti, che prosegue citando poeti mediterranei, da Char a Montale, da Camus a Ernuda, ci riporta, dopo tanto parlare di fratture, di scollamenti, di frammentazione, a un'idea di insieme, a una, come lui stesso l'ha definita, "parentela comune". E così facendo tocca un punto fondamentale di quello che voleva essere il percorso di questo convegno, cioè l'affermazione di una base comune da cui ripartire, di una terra comune a cui appoggiarsi per risollevarsi. Questo discorso, a cui si possono facilmente agganciare i passati momenti di sintesi ricordati nostalgicamente da diversi relatori (l'esperienza di Alessandria, della Sicilia di Federico II, dell'Andalusia), si collega alla ricca relazione di Roger Brochiero sulle radici della cultura mediterranea. Brochiero afferma l'esistenza di un'identità mediterranea costituita da un patrimonio mitico e dalla tradizione. "Il Mediterraneo ha saputo scoprire la natura stessa della conoscenza umana: la sua viva e misteriosa unità con il Tutto, come la cellula che ha in sé riassunto ogni essere vivente. È il logos greco, che significa sia la potenza fecondatrice universale (logos spermaticos) sia la razionalità di ogni uomo: il filosofo greco proclama l'unità dell'uomo e dell'universo". "Possiamo dire" conclude Brochiero "che il Mediterraneo, pur nella necessaria diversità, è il luogo di una comune cultura della verticalità. Il Mediterraneo può dunque offrire al mondo una modernità fondata sulla tradizione, riconciliando l'essere e il mondo, proponendo la sua tradizione di viva saggezza come modello di sviluppo, insistendo sul primato del- !' essere piuttosto che su quello della tecnologia. Se ilMediterraneo sapesse prender coscienza delle sue potenzialità potrebbe proporre a sé e agli altri la forza di una sotterranea eredità di tradizioni capace di federare tutti gli uomini rispettando le diversità, come il filo che unisce le perle di una collana senza uniformarle". Demistificare per conoscere Da più parti si è rilevato il fatto che è solo da poco tempo che in Europa, e in particolare in Italia, è nato un vero interesse per la letteratura e la cultura araba e del sud del Mediterraneo. Fino a pochi anni fa, ha sottolineato Isabella Camera D'Afflitto, se si chiedeva alla gente che cosa conoscesse della letteratura orientale la risposta era il Corano e Le mille e una notte; "un po' come se un orientale conoscesse della nostra letteratura solo la Bibbia e il Decamerone". I paesi arabi e la loro letteratura erano presentati attraverso stereotipi consunti mentre un vero discorso critico era riservato solo agli specialisti, e non oltrepassava le mura delle Università o dei convegni. Oggi qualcosa si è sbloccato, e dopo anni di silenzio (se si toglie il grande lavoro meritorio fatto da Francesco Gabrielli, autore di un'antologia storica che risale al 1945, l'editoria ha ignorato la letteratura del sud del Mediterraneo) si è registrato un cambiamento di attenzione da parte dell'editoria, "a partire" dice Rancati "dalla vittoria del Goncourt da parte di Tahar Ben Jalloun e della Vittoria del Nobel da parte di Mahfouz". "Ma quando Mahfouz vinse il Nobel" prosegue Rancati "ci fu un corsivo su 'la Repubblica' di Rosellina Balbi che si chiedeva perché si continuava a dare il Nobel a degli scrittori sconosciuti. È un fatto molto grave, e che la dice lunga sull' atteggiamento degli intellettuali italiani nei confronti della letteratura araba: Mahfouz è uno scrittore conosciutissimo nel mondo arabo, letto da milioni di persone, e considerarlo sconosciuto vuol dire considerarsi automaticamente sempre l'ombelico del mondo, e vuol dire mettere al centro il nostro sapere e ignorare quello degli altri". Oggi, comunque, l'attenzione da parte del!' editoria c'è anche se si sta verificando un altro pericoloso fenomeno, più che altro innescato dalle grandi case editrici: non si cerca l'autore arabo di qualità ma ci si basa quasi esclusivamente sul ·contenuto del lavoro in quanto attraverso la letteratura si cercano risposte di tipo sociale e politico e, ciò che è più grave, più sviante, si cerca di assecondare le attese del pubblico. "Se un americano" dice la D'Afflitto "scrive un libro minimalista si scatenano tutte le case editrici; se lo scrive un arabo a nessuno interessa perché non parla di cammelli, di integralismo, non parla di ciò che il lettore si aspetta. L'arabo nel nostro immaginario deve essere possibilmente un beduino, nell'accezione negativa del termine, oppure deve essere lo sceicco corrotto, pieno di petrolio e di mogli, oppure l'arabo cattivo, politicamente avverso, l'avversario. E ci sono ovviamente scrittori arabi che hanno capito cosa si vuole da loro e per pubblicare, per vendere, scrivono utilizzando questi clichets. Ma l'aspetto più odioso è forse quello legato allo stereotipo della donna araba che deve essere velata, perseguitata, possibilmente violentata. O la donna danzatrice del ventre o la donna velata, mai una donna araba normale, che sta assieme ad altre donne e agli uomini, come noi ora e come accade normalmente nei paesi arabi. Ma gli arabi davanti a una moschea sono sempre integralisti, come se si dicesse che la folla di credenti in Piazza S. Pietro è una folla di cattolici integralisti". Ancora oggi, insomma, per ragioni soprattutto di mercato, si tende a perpetrare questi stereotipi, si tende a presentare il mondo arabo come un mondo di miseria, di violenza, perché è l'immagine di un mondo miserabile che l'occidente vuol leggere nei libri degli scrittori arabi. "Così" ricorda Baha Taher "quando la Rai mi ha intervistato concedendomi cinque minuti di spazio per spiegare la situazione nel mondo arabo, ho cercato di essere più conciso possibile. Ma poi la mia intervista è stata ridotta a trenta secondi ed è stata montata in modo che venissero ribaditi gli stereotipi che abbiamo sentito descrivere". C'è comunque, accanto alla grande editoria che necessariamente tiene sempre d'occhio l'indice delle vendite, tutto un brulicare di piccoli editori che stanno lentamente, con i loro pochi mezzi, modificando questa situazione e portando avanti una sana politica di scambio culturale. I vari Zanzibar, De Martinis, Selene, Edizioni Lavoro, Ibis, Argo eccetera, stanno, attraverso operatori culturali interessati e competenti, facendo conoscere, anche in Italia, la vera letteratura araba, stanno insomma smontando questi pericolosi stereotipi. E in questo senso, in questa direzione, si è svolto parte dell'incontro "Mediterraneo" che ha compreso anche l'allestimento di bancarelle dove si sono potuti acquistare libri generalmente introvabili nelle librerie. Luogo comune Ma la funzione della letteratura, nell'ambito di una costruzio-
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==