Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

FotoMarco Pesaresi/Contrasto. internazionali non hanno portato ad alcun risultato e le coste del nostro mare hanno un'importanza di gran lunga maggiore sulle carte geografiche usate dai militari che su quelle usate dagli economisti. La proposta di una convivenza, proclamata a più riprese e consistente nella realizzazione di regioni multietniche o plurinazionali, territori dove si mescolano e si incrociano varie culture e religioni diverse, ha subito sotto i nostri occhi un crudele insuccesso." Altrettanto drastico il giudizio di Edgu: "Il dialogo non esiste più. Non si tratta di dialogo tra sordi ma di non dialogo, di soppressione, di annientamento del dialogo tra gli uomini. Nel mio paese, la Turchia, due etnie della stessa religione che hanno vissuto per secoli insieme e in pace si stanno massacrando a vicenda da più di dieci anni. Come dialogare con il Nord se non ci permettono di realizzare quel dialogo interno, tra noi, al Sud? Oggi c'è uno spettro nel bacino del Mediterraneo: il fanatismo che non vuole dialogare ma uccidere ... Oggi, più che il dialogo ci serve un grido che laceri la notte dei tempi". Sulla totale assenza di dialogo interviene anche Abdelatif Laabi: "Verso il Nord le frontiere sono sempre più chiuse e nella parte Sud c'è forse una chiusura più importante, la chiusura dello spirito ... Stiamo assistendo al lutto dei nostri tesori comuni. Dopo dieci anni di esilio in Francia sono tornato volontariamente in Marocco per viverci, ma mi sono fermato solo otto mesi; dopo otto mesi di questa esperienza mi sono reso conto che mi hanno rubato il mio paese. Ho trovato un paese distrutto sia sul piano dell'urbanismo, dell'ecologia, che su quello dei valori. Ho scelto l'esempio del Marocco perché in Occidente si ha un'immagine del Marocco come di un paese che si sta aprendo, modernizzando: è un' immagine-vetrina che non corrisponde assolutamente alla realtà. In PERIFERIE/RABONI 55 Algeria si sta verificando un fatto unico nella storia contemporanea: è scomparsa tutta una generazione di intellettuali e si è entrati in una nuova era tenebrosa". Alle domande senza risposta di Matvejevic, al grido disperato di Edgu, Laabi contrappone una proposta un po' più costruttiva, che ha tutta la forza di una persona come lui, che ha passato otto anni in carcere per reati d'opinione, incapace di arrendersi. "Bisogna, da una parte e dall'altra del Mediterraneo, cercare di ricostruire qualcosa, posare delle passerelle su questa frattura evidente. Da parte europea si potrà rinnovare il senso di fraternità e combattere questa tendenza ad addormentare il pensiero: dal Maghreb bisognerà portare avanti una battaglia, forse disperata ma indispensabile, per riallacciare alla razionalità la tradizione, bisognerà combattere per far trionfare la laicità, per il pluralismo, per la democrazia". Anima mediterranea È stato Francesco Biamonti a riportare, paradossalmente, lui in genere così pessimista, un certo sollievo, affrontando il tema del Mediterraneo come crogiolo di civiltà, come impronta originaria di un'antichità che viene dal mondo ellenico, fenicio, dal mondo latino. "Ciò che caratterizza il Mediterraneo come fatto di civiltà sono simboli esteriori e simboli interiori. Tra i simboli esteriori c'è la luce del suo cielo, l'azzurro che dà l'oblio e che ossessiona e che porta anche dietro l'ombra segreta della morte, il vigneto, l'uliveto, i fratelli ulivi che si illuminano di santità se vi si posa il vento, il lentisco, il pino, il melograno, il fico, il girasole, insomma tutte le cose che appartengono alla solarità mediterranea, all'antica civiltà mite e pensosa. C'è una luce particolare che è la luce cosmica, la luce greca e la luce romanza che nel pieno della solarità mostra il lato nudo e terribile delle

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