ILKITSCHPOLITICODEIBALCANI INCONTROCON UUBISAGEORGIEVSKI, RISTOlAZAROVEMILENEDELKOSKI a curadi DaniloManera La Macedonia, repubblica indipendente dal 1991 accolta nell'ONU, vive in una sorta d'attesa e sospensione, purtroppo non nel vuoto, ma nel cupo pieno della vicina guerra d'aggressione che martoria la Bosnia. È una compagine etnicamente e culturalmente composita con buone esperienze e prospettive di convivenza, se non verrà travolta dal contagio dell'odio. A nord ha la Serbia, il cui sanguinario sciovinismo è ormai evidente a chiunque, a sud la Grecia, che nasconde malamente dietro pretestuose ripicche la propria ostilità, a est l'Albania, contigua alla sua più forte minoranza etnicolinguistica, a ovest la Bulgaria con cui ha tanta storia in comune, ma anche recenti decenni di incomprensione. Il suo futuro dipende sia dall'atteggiamento internazionale (e qui finora non si è visto gran che di degno), sia dalla capacità dei macedoni di sostanziare la loro giovane democrazia. Nelle coscienze più vigili di quel paese c'è infatti la preoccupazione che, nello spazio indefinito del postcomunismo, l'autorità governativa (col presidente Gligorov in testa), sfruttando l'inerzia del precedente sistema, possa creare una nuova forma di esercizio non democratico del potere. Il politologo Pande Lazarevski chiama questo pericolo "democrazia senza contenuto" o "totalitarismo senza forma". Sulla Macedonia è st_atoda poco pubblicato un ricco dossier sulla rivista "Limes" n.3 (1995), pp.127-160. Quella che presentiamo qui è una tavola rotonda con tre intellettuali macedoni incontrati a Skopje, su temi che naturalmente sono prevalentemente storico-politici, anche se vorremmo in futuro parlare in santa pace anche della viva e originale letteratura in quella lingua, ad esempio dei romanzi di Vlada Urosevic e Zivko Cingo, della prosa di Kim Mehmeti, della poesia di Radovan Pavlovski. Ljubisa Georgievski, noto regista teatrale con esperienze di lavoro anche in Italia, è portavoce del Forum per la Libertà del 'Informazione e per la Democrazia, formatosi nel I 992, che oggi raccoglie circa 500 intellettuali, artisti e giornalisti e svolge una radicale azione critica tesa ad accelerare e rendere effettivo il processo di democratizzazione del paese. Risto Lazarov è caporedattore di "Balkan Forum", importante rivista trimestrale di politica, economiaeculturacheesce in inglese a Skopje e alla quale collaborano studiosi d'ogni parte del mondo. È pubblicata dal gruppo editoriale "Nova Makedonija", controllato dal governo statale. Mile Nedelkoski è uno degli scrittori più prestigiosi della letteratura macedone contemporanea, con decine di titoli al suo attivo, tra cui ilpoema Lo scemo di Prespa ( 1965), i racconti di Cavalieri del vento ( 1969), l'opera teatrale La finestra che guarda sulla strada (1978) e i romanzi Il grande provocatore (1988), Una stola per la terra eterna ( 1989) e Il villaggio di Potkovica della morte e della speranza (1990). Cominciamo dall'identità macedone. Quali sono i suoi tratti costitutivi? Lazarov Innanzitutto, personalmente mi sento solo, com'è solo l'uomo contemporaneo, patria di se stesso. Devo poi ricordare la nostra storia dura e piena di spine, una costante lotta per sopravvivere. Siamo stati visti come pomo della discordia e barile di polvere, incrocio di strade e di popoli. Qui sono venuti tutti con cattive intenzioni e ci hanno sempre voluti sottomettere e schiavizzare. Ma noi siamo come la gramigna, non abbiamo avuto il destino del chazari, che sono scomparsi. E ora guardiamo all'Europa unita, mentre altri si occupano del passato.L'integrazione europea renderà assurde le dispute sui confini. Nedelkoski Il problema è molto complesso. Ci sono aspetti storico-politici ed altri linguistico-culturali. Dal punto di vista storico, dopo il Congresso di Berlino del 1878, che lasciò la Macedonia fuori dai confini della Bulgaria appena liberatasi dal giogo ottomano, cominciò a muovere i primi passi, attraverso l'idea di uno stato autonomo macedone, anche quella di una specifica nazionalità macedone. L'anno scorso la nostra Accademia delle Scienze propose di festeggiare il sessantesimo anniversario del riconoscimento della nazione macedone da parte del Cornintem a metà degli anni Trenta. Ma tra le due Guerre Mondiali la Serbia attuava qui una rigida politica d'assimilazione: furono bruciate 800 chiese e uccisi 1150 sacerdoti esarchiti, cioè ortodossi bulgari. I patrioti si sforzavano di scrivere in un dialetto slavomeridionale, da cui nel 1945 venne codificata in fretta e furia la nostra lingua letteraria, con una grafia presa dal cirillico serbo anche quando quello bulgaro era più adatto. Inoltre fu preferito l'accento fisso ritratto invece di quello mobile, al punto che oggi ci è difficile leggere i nostri autori risorgimentali ottocenteschi come i fratelli Miladinovi. La serbizzazione della lingua è continuata in epoca jugoslava: ci si diceva che solo il serbo poteva coprire tutti i vasti campi del sapere. Il serbo era la lingua dell'esercito e dei politici. Solo in serbo venivano doppiati i film, con la scusa che sarebbe costato troppo tradurli anche in macedone.C'erano programmi non ufficiali ma concreti per l'unificazione delle lingue jugoslave, su base serba ovviamente. La storia e cultura maggioritaria erano quelle serbe e tutti noi venivamo dopo, come parenti poveri. La Grande Russia e la Grande Serbia erano le uniche icone rimanenti nel campo ortodosso socialista. Non si seguiva nemmeno un approccio marxista, che sarebbe stato un po' più scientifico e plurale nel concepire le nazioni. Per esempio, sulla rivolta di Krusevo nei libri di scuola c'erano due pagine, sulle lotte serbe - sempre presentate come guerre di liberazione, non d'occupazione - c'erano venti capitoli. Si usavano gli stessi manuali ovunque nell'ex-Jugoslavia, appena un po' adattati alle esigenze locali. In Croazia e Slovenia si opponevano a tutto ciò, ma qui molto poco. Si faceva carriera solo studiando in Serbia, tutti i privilegi venivano da lì. Anche quella che poi sarebbe diventata tetramente nota come "pulizia etnica" esisteva già in embrione in Jugoslavia. Prima della guerra, a Skopje c'erano poche famiglie albanesi, per di più cattoliche. Ma quando la Macedonia fu occupata e divisa, molta gente dalla campagna si trasferì nella capitale. Altri arrivarono negli anni seguenti dall'Albania o dal Kosovo perché il regime qui era più blando. Ma soprattutto furono inviati molti serbi, da insediare al confine con la Bulgaria, a garanzia di separazione. È dapoco uscito un clamoroso volume di denuncia e documenti, a cura di Goce Drtkovski, Società chiusa (Zatvoreno Opstestvo), sulla situazione dell'informazione inMacedonia, voluto dal Forum per la Libertà dell'Informazione eper la Democrazia. Commentiamo il problema. Georgievski Le leggi che regolano la prassi dell'informazione da noi risalgono al 1974. La coalizione al governo tra il 1992 e il 1994 non ha fatto nulla per crearne di nuove, bloccando sempre la discussione sui media in Parlamento.C'è dunque inMacedonia uno stato di illegalità flagrante, se non si contano le disposizioni del- ]' epoca comunista, di cui è stato annullato un solo articolo, il
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