fuori sopra il bus 65 per il centro verso la Nihon Plaza silenziosa di sabato sera con tutti i negozi chiusi sulla passeggiata eccetto per il Pile Nik lo snack bar con le ciambelle dove dei vecchi pensionati stavano seduti su degli sgabelli di vinile arancione e guardavano me che guidavo Jean-Yves verso il Cinema Plaza dove ho chiesto alla solita signora grassa dietro allo sportello della cassa due biglietti con Jean- Yves piegato su un lato che ghignava all'universo in espansione. "Una coka?" gli ho chiesto e lui stava lì immobile così ok l'ho quasi fatto puntare in direzione dell'atrio del cinema e l'ho piazzato vicino alla galleria facendogli biascicare il mio pop-com, sputando via i chicchi duri mentre le luci si spengono e la musica in un crescendo epico annuncia Guerra e Pace, parte undicesima con il vecchio Generale Kutusov che si sbriciola crollando in preghiera sulle ginocchia feudali prima della battaglia di Borodino, confidando che il Dio dei suoi Padri e il grande cuore del popolo russo lo aiutino a respingere gli invasori francesi mentre Mosca è una rovina fumante e lo stesso Napoleone cammina a grandi passi nella torre del castello e improvvisamente, mi giro a sinistra e Jean-Yves non c'è più. Il suo posto è vuoto. Ace ... merda e non mi va per niente ma corro fuori ed eccolo lì vicino all'edicola della metropolitana che fissava il muro di cemento grigio con quel ghigno sulla faccia. Non mi piaceva quella smorfia così l'ho preso per una manica e l'ho portato fuori nel freddo facendo segno a un taxi e ok, fa l'autista quando gli dico di dirigersi al Saint Jean de Dieux. Potevo vedere che guardava nello specchietto Jean-Yves buttato accanto a me sul sedile posteriore. "Qu'est-ce-que c'est le problème avec ton ami?" mi chiede mentre imbuchiamo verso est la Dorchester. "Beh, ha mal di testa", gli dico, "mal à la tete". L'autista annuisce e preme l'acceleratore. Cinque minuti dopo Jean-Yves sbuffa. "Mal à la tete", fa e io mi metto a ridere e lui ride mentre passiamo sotto il Ponte Jacques Cartier e giriamo per Hochelaga andando ancora più a est di quanto sia mai stato in vita mia oltre la stazione degli autobus di Frontenac laggiù in fondo ancora avanti vicino all'enorme deposito di autotreni di Steinberg e la fabbrica David Biscuit e poi sbuchiamo su uno di quei raccordi complicati con le strade che svoltano di qua e di là e il Saint Jean de Dieux che si erge grigio e tetro sulla nostra sinistra sotto la pioggia. "Povero Dave, povero povero Dave", mi fa Jean-Yves mentre entriamo attraverso il cancello principale come oltrepassare un muro psichico e l'ospedale con la sua entrata a forma di porticato con colonne che assomiglia al set per un manicomio in un film dell' orrore con Christopher Lee-Peter Cushing, solo che qui ero proprio io che seguivo Jean-Yves su per i gradini di granito dentro l'edificio centrale oltre i sorveglianti con la loro espressione perennemente corrucciata giù il primo piano di scale poi girando un angolo e lungo un corridoio grigio-verde che portava a un altro corridoio grigioverde che svoltava in un altro e un altro ancora con i nostri stivali che sferragliavano nel cupo silenzio sotterraneo mentre ci inoltravamo in profondità nell'odore di puré andato a male che si faceva sempre più forte con un inserviente in camice bianco che ci sfreccia accanto su un carrello elettrico mentre noi giriamo l'angolo su per due o tre gradini di marmo grigio fino al Padiglione Nelligan. Jean-Yves suona un campanello e un inserviente con l'auricolare di un transistor nell'orecchio ci guarda attraverso una finestra con le sbarre e apre la porta chiusa a chiave. "Ah, c'est Le Français, vous etes en retard", dice facendo entrare Jean-Yves e poi mi chiude la porta in faccia con un sorriso. "Ehi", dico, "ehi, come faccio a uscire di qui?" Nessuna risposta. Solo lo scatto della serratura così faccio marcia indietro giù per i gradini di marmo grigio al piano terra dove CANADA/ FENNARIO 49 un altro inserviente mi passa accanto sfrecciando sul suo carrello elettrico e ehi, urlo ma lui continua a sfrecciare rapido nel lungo corridoio vuoto. Guardo di qua e di là e poi prendo a destra giù per un corridoio che mi porta attraverso un cunicolo con i tubi del riscaldamento dove l'aria ristagnava irrespirabile e il puzzo di puré stantio mi faceva quasi vomitare, così faccio tre o quattro rapide giravolte preso dal panico e mi trovo in superfice nell'atrio laterale di un edificio sul retro. Sto lì a sudare nel mio cappotto invernale e fisso la scritta solo uscita di emergenza sulla porta e vaffanculo dico, sbatacchiando via esco nel buio del giardino dell'ospedale con un veloce sguardo di commiato al posto mentre passo attraverso il cancello principale. Le dieci di una fredda sera piovosa in piedi alla fermata dell' 86 dove rue Hochelaga si biforca in quattro rampe in uscita e entrata per il Tunnel Lafontaine che passa sotto il fiume. Penso che sia il Tunnel Lafontaine che passa sotto il fiume ma comunque non c'è ombra dell'autobus e un posto dall'altra parte della strada con una luce rossa sopra la porta. Non vedo l'insegna al neon ma so che è un bar e ho qualche dollaro in tasca così che diavolo attraverso e c'è un'insegna dipinta sulla porta. Bar Judas, il bar Giuda e sta proprio lì, attaccato al giardino dell'ospedale come un brutto presagio. Dò uno strattone alla porta e mi introduco in un posto molto buio illuminato da luci rosse. Tavolini, sedie, una cameriera e un televisore a colori con tre devoti bevitori di mezza età appoggiati al bancone del bar che guardano la versione doppiata di Bonanza con Hoss che parla in perfetto francese parigino mentre io mi inoltro nel buio, quasi inciampando su un gradino basso nel mio cammino verso un tavolino appartato vicino aljukebox. La cameriera arriva con un cenno del capo professionale e io chiedo una Blu, une petite Bleue, poi mi alzo e guardo che canzoni ci sono nel jukebox. I Beatles, Dylan, i Rolling Stones e La Bohème di Charles Aznavour, una canzone che non sentivo dai giorni del Prag nel 1966. Introduco una moneta e premo i numeri per Like A Rolling Stone, Painted Black e La Bohème, poi mi siedo e mi verso un bicchiere di birra. Pensavo che avrei sentito qualcosa ma non è successo niente fino a quando è iniziata La Bohème allora ho avuto un flash di dove si trovava iljukebox al Prag e di come io stavo seduto nella tarda luce obliqua di gennaio che penetrava dal finestrone davanti con un caffè e Jean-Yves lì con me, Robine l'odore d'inverno di stivali bagnati e zolfo mentre accendavamo un'altra sigaretta. Ordino un'altra birra e metto di nuovo le stesse canzoni nello stesso ordine, ricordandomi di Christianne che mi baciava seduti a un tavolino appartato al Prag con Like A Rolling Stone come musica di sottofondo. Quella era la mia canzone e Painted Black era Robin quel maggio con i denti di leone e gli aceri tutti in fiore innamorata di Jean-Yves, il principe esistenzialista. La Bohème, l'atmosfera di La Bohème era Jean- Yves anche se non gli era mai piaciuta l'aria da borghese di Aznavour. Quella voce è la sua origine e forse è da dove non vuole provenire. Finisco la seconda birra sperando di trovare un po' di spiccioli per farmene una terza quando la cameriera si avvicina al tavolo con una birra sul vassoio e non, merci, dico, scuotendo il capo. "C'est gratuite", mi fa mettendo la Blu davanti a me. "Oh". "C' est le gars là", dice, indicando dietro di me uno dei devoti bevitori di mezza et piegati sul bancone. "Eh merci", gli urlo e lui annuisce. "Joues La Bohème un autre fois", mi dice, E così ho fatto. Nota I) In inglese, "hop" significa "saltare", quindi la frase suonerebbe cosi': "Salta su, Bill".
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==