Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

48 CANADA/ FENNARIO Schema di Universo o qualche altra balla merdosa da metallari mentre nel frattempo eccoci qui, gli stessi vecchi negri scemi che strascicano i piedi alla vecchia maniera giù sulla Piantagione di Rockefeller. Troppo triste anche solo a pensarci. 13. Ora di pranzo seduto sul tavolo d'imballaggio mangiando panini al prosciutto con Bruce. Mi ha detto che si era fatto l'idea che Rollie mi avrebbe licenziato prima o poi. "Sola ragione per cui non l'ha fatto ancora è perché ha paura di me", mi fa, aha e beh me ne vado lo stesso, ho detto e lui mi fissa. "Non lasciare che ti facciano questo", mi dice. "No, mollo tutto". "Dave", mi fa. "Ma tu devi restare, Bruce", gli dico, ricordandogli che era fuori con la condizionale e che mancavano solo trenta giorni per qualificarsi per il sussidio di disoccupazione. Solo trenta giorni e sospira sbuffando. "Fallo per te stesso, Bruce". "Già, hai ragione," mi fa e ci siamo stretti la mano per la prima volta dopo anni. Le ultime quattro ore al lavoro sono state lunghe. Solo ad aspettare le buste paga per potermela squagliare e così ho fatto appena mi hanno pagato alle quattro con tre dei vestiti di Ribold più costosi ficcati sotto la camicia e nei pantaloni marciando attraverso la stanza spedizioni-adios-addio-a presto-vaffanculo e arrivederci andando andato giù con l'ascensore e fuori da quella porta in strada. Liz aveva il turno dalle nove alle cinque così mi sono messo ad aspettare vicino al palazzo della Banca del Commercio all'angolo di Peel con Rochester accanto ai tre globi di ottone chiamati "Nudo Adagiato" dove, sì, ho incontrato Liz per la prima volta al nostro primo appuntamento agosto 1965 indietro in un altro tempo e spazio quando io avevo appena finito le superiori e lavoravo come postino per Chemcell lnternational e lei era una goffa quindicenne con i capelli lunghi e trasandati, appiccicata a quella ragazza nera Marina di Little Burgundy e lei esce dall'edificio alle cinque e dieci così sorpresa di vedermi con un abbraccio e un bel sorriso, andiamo verso casa lungo Atwater di venerdì sera di paga con Perla il nostro gatto grigio che miagola alla porta. Le ho dato i vestiti che avevo rubato da Ribold e lei mi dice di non preoccuparmi per il lavoro che ho lasciato. "Penseremo a qualcosa", dice. Qualcosa, sicuro. Bisogna tirare avanti. Non bisogna tornare a vagare alla deriva come ho fatto all'inizio dell'anno senza lavoro, senza orari e nessun motivo per uscire dal letto. "Mi metto a dipingere casa", dico a Liz dopo il quarto bicchiere di vino allo sherry, "ecco che farò". Lei si addormentata dopo che abbiamo fatto l'amore ma io sono rimasto sveglio a pensare sì, dipingo la fottuta casa, poi mi cerco un altro lavoro e mi compro la macchina da scrivere e la chitarra, sì. 14. Dolcemente intontito questo sabato mattina dormo fino alle dieci mi preparo sbadigliando delle uova strapazzate con la pancetta affumicata Maple Leaf e delle patate fritte. Poi sono andato a piedi a uno di quei negozi di ferramenta su No tre Dame Street e ho comprato della pittura nero opaco e bianco porcellana. Nero per le assi del pavimento e bianco per i soffitti e i muri. Ho lavorato tutta la giornata a dipingere il corridoio e Liz pensa che sia venuto bene. Ho rimandato e rimandato ma alla fine ho chiamato Jean-Yves e mi ha risposto sua madre Lise. Sembrava pentita di aver ricoverato Jean-Yves in un ospedale pubblico piuttosto che nella solita clinica privata ma è senza soldi al momento perché Gilles se ne è andato con la sua ultima fiamma della CBC, lasciando Lise arenata lassù in solitario splendore in cima alla strada di montagna di Cote des Neiges nel suo appartamento da mille dollari al mese nella Residenza Trafalgar. "Jean- Yves è qui adesso, Dave", ha detto nel suo inglese volutamente lento, "forse ti vorrebbe parlare". "Veramente ..." "Gli piaci, Dave", mi dice e ok così mi dirigo lì, beccandomi uno sguardo sospettoso dal portiere di colore quando premo il pulsante nel pannello dell'ascensore in ottone e quercia su al terzo piano con la porta che si apre come un sussurro e il rumore che fanno i miei stivali sulle mattonelle di marmo rosa del corridoio con le sue piante di palma e specchi dorati al numero 308 dove Lise mi aspettava per darmi il benvenuto sulla soglia del portoncino bianco-perla. "Jean-Yves, c'è Dave", dice e Jean-Yves stava seduto davanti al loro vecchio televisore portatile in bianco e nero e pareva che ci fosse stato tutto il giorno e ciao, gli faccio e lui non si muove. Non batte ciglio nemmeno quando gli dò un colpetto sulla spalla. Lise mi stava fissando con uno sguardo impaurito e disgustato sul viso. Sospira. "Dave, vuoi un caffè? ... una birra ... un Cinzano?" mi fa nel suo inglese lento. "Uh, no grazie," le dico e lei mi rivolge uno dei suoi sguardi taglienti. "Siediti qui, Dave", dice. lo mi siedo lei mi versa un caffè espresso e si siede di fronte a me accendendo una delle sue Craven A. Mi sentivo intimidito e impacciato di fronte ai suoi occhi neri che mi fissavano. "Dave, penso che nel passato ti sono stata di aiuto?" "Uh, sì", dico, guardando in basso sul tavolino. "Sì?" "Già", le dico guardandola. "Bon, adesso io chiedo a te un aiuto ...Ti sto chiedendo di dirmi la verità: Siamo d'accordo?" "Sì". Fa una pausa e poi dice, "Lo sai che Jean-Yves ha preso un mucchio di droga?" "Sì". "Tu hai mai dato a Jean-Yves della droga?" "No". "Dave, sii sincero con me". "No," dico, guardandola dritto in faccia. "Lo sai che Jean-Yves è molto malato?" "Già". "Lo sai perché?" mi chiede e io scrollo le spalle. "Il mondo", dico io e lei si gira e scuote la testa. "Il mondo ... mio povero Dave, mio povero povero Dave, cosa ne sai tu del mondo?" dice allontanando il suo viso aristocratico con un sospiro. Poi mi chiede per favore di portare Jean-Yves al cinema e sì sicuro, così vado dove stava buttato come un sacco davanti a una replica tremolante della serie L'isola di Gilligan e gli chiedo se ha voglia di uscire. "Vedi, non si muove", fa Lise con un'alzata di spalle tipicamente francese mentre io faccio scattare il pulsante della TV e lui continua a stare seduto davanti allo schermo vuoto. Lise mi porta il suo giaccone di lana e io quasi glielo metto addosso fino a quando comincia a muoversi come qualcuno in un sogno e già, andiamo a vedere un film, gli dico tirandolo su con Lise che mi rifila dieci dollari extra in caso debba riportare Jean-Yves a Saint Jean de Dieux. "Ti ringrazio, Dave", mi dice mentre lo faccio uscire con cautela dall'appartamento e ci trasciniamo faticosamente al piano terra

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