36 CANADA/ PROULX notevolmente dotato per la traversata delle apparenze. Quando scivolo sul compensato che mi fa accedere al primo livello del mio appartamento, vedo noi due inquesto specchio, ioeFidèleRossinante, e questa visione fatale e comica, se è eccessivo dire che mi rincuora, ha il dono ogni volta di gettarmi nello stupore, il che costituisce in sé un omaggio non trascurabile dell'esistenza. Guardarsi in uno specchio non è cosa facile. Alcuni pittori fra quelli che ho appeso sopra il divano l'hanno fatto con una disinvoltura ingannevole. Diirer, per esempio, che si credeva chissà chi, si è raffigurato sotto i tratti eleganti di un Cristo giovanile e biondino, strizzatina d'occhio ironica a un'epoca furiosamente infatuata di idealizz.azione. Cézanne, dal canto suo, non più ineline all'introspezione, si rappresenta come una specie di paesaggio astratto, una versione umanoide di montagna Sainte-Victoire ritagliata geometricamente dalla luce. E poi ci si avvicina, con precauzione, alla soggettività straziante, ci si avvicina al lo specchio: c'è Velasquez, che si dissimula nello sfondo, in Les M énines, tra una galleria di personaggi artificiosi, ma non abbastanza perché non si possa comprendere la disperazione dello sguardo che si guarda, la disperazione straziante dell'osservatore solitario. Ci sono Goya e Rembrandt, fianco a fianco come fratelli lucidi che ci gettano in pieno viso il loro riflesso al vetriolo, lo Spagnolo colpito da sordità e abbandono, l'Olandese trascinato nella rovina dell'esistenza, ci si avvicina ancora al riflesso impietoso di se stessi, ci si vede subito sospinti ai confini del viso che bisogna valicare al prezzo di una sensibilità suicida, ed è Van Gogh e il suo ultimo autoritratto, quello in cui il pittore osserva il crollo imminente della propria umanità, è Ferdinand Hodler e Max Beckmann, dagli occhi da entomologi sfiniti dalla solitudine, è Edvard Munch completamente abbandonato all'agitazione interiore. E dopo, si è passati brutalmente dall'altro lato della facciata, fino a quel la zona torturata che vacilla sotto la maschera, e si contemplano con brividi di paura due ritratti visionari di Egon Schiele, pericolosi, provocanti, l'uno vestito di rosso sangue, l'altro nudo mentre si masturba, corpi troncati, sguardo ridotto a due macchie d'angoscia. Poi, resta solo l'autoritratto da dipingere, questo specchio appeso sopra il divano, a uso dei vivi che vengono da me. I vivi che vengono da me subiscono una scossa ogni volta che la contemplazione melliflua dei ritratti di questa breve galleria li conduce, inavvertitamente, davanti al loro riflesso nello specchio. Improvvisamente, non sanno più come guardarsi, sono stupiti da questo intruso che fa smorfie tutt' a un tratto davanti a loro in mezzo a facce morte, cercano le istruzioni per l'uso per decifrare il loro viso. Il più delle volte, rinunciano prima di aver trovato. Guardarsi in uno specchio non è cosa facile. I miei rapporti con gli specchi sono conflittuali. Tollero tuttavia la loro esistenza, sono loro che tollerano difficilmente la mia. Insistono per rappresentarmi seduto, sempre, una specie di onisco a rotelle rimpicciolito nel mezzo. È seccante. So bene, io, di essere in piedi, che dentro resto inesorabilmente in piedi. Gli specchi sono sprovvisti di immaginazione. Ingrandiscono l'aneddotico, zoomano sulla mano deforme mentre l'altra, quella così fine ed atletica, passa inosservata. E poi, da qualunque lato mi presenti, si sistemano sempre affinché risalti nel loro campo visivo la silhouette ingrossata del mio vaso da notte, un orinale ahimé indispensabile, un affare di plastica turchese e fluorescente che tento di dissimulare ai miei piedi, ma invano, una sfavillante bazzecola che fabbricanti sadici hanno concepito espressamente orrenda per assicurarsi, immagino, la migliore visibilità degli infermi. (Al buio, sotto il coperchio tenebroso delle notti senza stelle e senza luci, si può sempre contare sulla luminescenza dei nostri vasi da notte turchesi per orientarci.) Gli specchi riducono Fidèle Rossinante a ciò che è solo in minima parte, una sedia dritta in acciaio inossidabile a ruote motrici e freni a disco, mentre Fidèle Rossinante è prima e soprattutto un capretto dallo sguardo tiepido e affettuoso, un destriero valoroso che nessuna delle mie crisi d'umore scoraggia, un ippocampo alato che mi precede invece di seguirmi. Gli specchi, soprattutto, non dicono nulla delle alchimie che scattano dentro di me, dei desideri fastosi che mescolano i loro bollori al riflusso del sangue, di tutti i corpi magnifici e potenti che prendono forma nella mia testa, che assimilano la felicità di appartenere al mirabile meccanismo umano prima di tentare di issarsi fino alla mia tela. Gli specchi fanno il loro lavoro di specchi, lavoro di braccio e di sguardo riduttore, e mostrano solo questa parte inferiore del corpo che ho spento per sempre sotto la cintura, gambe mollicce e magroline, persino bendate in costosi vestiti, sesso floscio e freddoloso, per sempre inoperante tra le mie cosce, per sempre. Rumore, all'improvviso, che mi distrae dal marasma nascente. Sento avvicinarsi nel corridoio uno sbuffare violento simile alla pompa a pistone e al polmone del diplodocus in apnea, sento sostare davanti a me il soffio di fucina di una specie in via d'estinzione, si potrebbe credere, di un animale favoloso il cui starnuto saprebbe incenerire la mia porta. Aspetto, il sorriso sulle labbra. Mostruoso duellare d'aria in mostruose narici, vicinissimo, poi, disarcionando come tutto ciò che sfugge alle probabi I ità, tamburellare delicato alla porta. Entri, Julius Einhorne. " ...Le ho portato delle piccole cose, my friend ... Mi siedo, permette, l'm gonna die ..." Crolla sul divano. La borsa che teneva maternamente stretta contro il suo ampio petto comincia a spargersi sul suolo. Mi fa dei gesti stanchi per indicarmi che non ha importanza, tutto ciò mi appartiene, questi filets mignons incerottati che mi rotolano incontro, questo pollo morto benché saltellante fino al centro della stanza, questi due salsicciotti che vengono a rannicchiarsi contro le zampe anteriori di Fidèle Rossinante, prenda prenda, piccole cose da mangiare, bestemmia in inglese a bassa voce contro il montacarichi e l'edificio tanto fucking Christ assholes l'uno quanto l'altro, tossisce e ansima miserevolmente. Gli esseri che ci vogliono bene costituiscono inesauribili misteri. Non smetto di interrogarmi sui motivi che fan sì che Julius Einhorne, proprietario di questa vecchia baracca, si sia affezionato a me, mi ospiti a scrocco, mi intrattenga quasi, mi compri quadri che esamina, innanzitutto, solo con uno sguardo spaventato. Due volte al mese, sale pericolosamente da me, e una volta qui, non vuole più andarsene, mi intrattiene con indefinibili intimità senza mai guardarmi diversamente se non con la coda dell'occhio, mi chiede invariabilmente dove sono le ultime cose che ho dipinto e che prezzo l'm asking for, be serious you don't wanna ruin me do you? mercanteggerebbe senza alcuna discriminazione qualunque scarabocchio gli tendessi. Forse, nel suo candore, crede di tesaurizzare grazie a qualche Manet che vagisce la cui quotazione folgorante lo sistemerà per la vita, lui e tutti i rami a venire del suo albero genealogico. Mica scemo, io che mi tengo ai margini di tutto, anche del successo, non lo smentisco. Forse obbedisce a un sincero slancio di generosità, di quelli che lasciano il cuore auto-intenerito, la coscienza a posto solleva, le mani libere per folleggiare in infamie riscattate in anticipo. Non avaro sui mecenati, soprattutto non lo giudico. Tanto meglio se il mio statuto d'artista e di storpio fanno di me un'irresistibile buona azione e risvegliano la concupiscenza dei filantropi a
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