gnate, più vibranti, suggestive, dell'attività critica svolta dagli intellettuali e dagli scrittori nell'ambito della sfera pubblica occidentale moderna. Anche la tradizione critica ha avuto il suo culto degli eroi: per capire che cosa è stata la critica letteraria moderna si deve contemplare quella straordinaria galleria di talenti che sono stati i critici saggisti: in parte teorici della letteratura e in parte moralisti e ritrattisti, studiosi del linguaggio e storici, filosofi del progresso umano e commentatori di libri appena stampati, talenti giornalistici e geni filosofici. Basti pensare ai saggi di Schiller, dì Coleridge, alla storiografia di Foscolo e De Sanctis, alle osservazioni di Leopardi e di Baudelaire, ai testi programmatici di Edgar Poe e di Eliot. Ci sono due modi di considerare la questione: (a) il punto di vista di chi pensa che la critica letteraria è sempre esistita in forme variabili, in un modo o nell'altro, da Aristotele a Frye, da Orazio a Bachtin, e quindi possiamo farne più la fenomenologia che la storia: il processo è cumulativo, j risultati della riflessione, della teoria e delle ricerche si aggiungono positivamente gli uni agli altri, senza interruzioni, senza rischi sostanziali di mutazione, spartizione, perdita. Chi vede le cose in questo modo tende ad assimilare la critica letteraria allo studio letterario e alla storia delle poetiche: i critici contano se offrono contributi alla teoria e alla metodologia, e ciò che importa sono concetti e analisi trasferibili da un testo critico a un altro. La terminologia analitica e teorica è considerata univoca e "onnitestuale", valida in sé e non all'interno del discorso critico inteso a sua volta come testo di ri-uso, cioè come opera. In effetti esistono critici che si prestano a questo uso. Ma il trasferimento di concetti, metodi, valutazioni nella diacronia della scienza della letteratura rischia sempre un certo grado di depurazione dei discorsi critici dalla loro forma saggistica e dai problemi pragmatici (politici, etici, di intervento letterario militante) che li caratterizzavano storicamente. (b) C'è poi il punto di vista di chi pensa invece che la critica letteraria vada vista in una eccezione storicamente e culturalmente più ristretta e determinata: in questo senso la critica letteraria non è sempre esistita e quindi non esisterà sempre. Si tratta della critica intesa come critica moderna, genere letterario prima illuministico e poi romantico, legato a una certa presenza e funzione degli intellettuali all'interno di un "campo culturale" (direbbe Pierre Bourdieu) determinato prevalentemente dall'opinione pubblica e dal sistema formativo, dall'industria culturale e dallo sviluppo della scolarità: qui la critica letteraria prende la forma del saggio giornalistico, o della lezione ad alta temperatura civile, o anche del manifesto di poetica militante. Questo tipo di critica è legata strettamente al contesto della sfera pubblica borghese secondo il modello liberale e democratico, spesso con tendenze a una critica radicale eri voluzionaria: pamphlet, manifesto e perfino saggio di recensione possono prendere allora la forma dell'intervento nella prospettiva di contrapposizioni culturali e lotte politiche. Intesa in questo modo la critica letteraria ha già raggiunto il suo culmine: è stata critica a impianto etico-pedagogico o pedagogico-letterario, dove la scelta di poetica diventava militante e l'intera idea di letteratura era fondata su una qualche filosofia della storia e teoria sociale (conservatrice, progressiva o rivoluzionaria: si pensi ai discorsi su letteratura e società che troviamo in De Sanctis, o più tardi in Lukacs, Wilson, Eliot, Benjamin). Intesa così, la critica può essere considerata in via di sparizione e comunque il suo ruolo, nonché lafisiologia interna del discorso critico, dipendono in larga misura dalla dinamica della discussione culturale su temi di fondamentale rilievo politico: dipendono cioè dalla reale influenza sociale del discorso culturale, dalla vivacità dell'opinione pubblica, ma anche, più specificamente, dall'importanza che la lettura e la discussione pubblica delle opere letterarie assume di volta in volta. Quando diminuisce l'importanza della letteratura nel sistema culturale diminuisce anche l'influenza e la qualità dei discorsi sulla letteratura: allora il critico diventa un funzionario secondario dell'industria culturale, poco più che un pubblicitario, o, nella scuola, l'insegnante di discipline che hanno perduto la loro centralità e la loro aureola. 5. La mia opinione è che la critica letteraria come specifico fenomeno storico si stia dissolvendo: le sue difficoltà sono le stesse che incontra oggi, e direi da circa due decenni, ogni forma di critica della cultura. Critica sociale, critica della cultura e critica letteraria sarebbero perciò legate da una stessa sorte. La cosiddetta critica letteraria militante può avere qualche possibilità, credo, solo se il discorso sulla letteratura si mescola ad altri discorsi, perde la sua specialità e il suo specialismo, entra a far parte di una saggistica più mista. È solo un'ipotesi, e (come si immagina) non immune da ogni sorta di obiezioni. Come ha osservato una volta Virginia Woolf, parlando del "saggio moderno", la forma saggistica è, fra tutti i generi letterari, quello più legato all'opinione pubblica, più dipendente da essa. E naturalmente (Eliot si è soffermato su questo punto) il critico non può fare a meno di entrare in discorsi che riguardano il gusto, le sue tendenze e oscillazioni, nonché le stesse mode culturali. Non si tratta di un aspetto secondario, superficiale e frivolo dell'attività critica: come abbiamo visto negli ultimi decenni, perfino una cosa così austera come l'epistemologia, la nostra idea di che cosa è scienza, ha subito un'influenza delle mode fin troppo pressante. Molti problemi che si pongono in un certo periodo non vengono "risolti": più spesso succede che vengano tenuti in vita artificialmente, finché all'improvviso il vento cambia, sopravviene un certo oblio, e i più accaniti difensori di una "rigorosa" scienza dei testi letterari, diventano disinvolti fautori del "piacere del testo". Le discussioni più accese vengono dimenticate: semplicemente ci si trova altrove. L'intero paesaggio culturale si è trasformato davanti ai nostri occhi. Ci sarebbe da chiedersi, un po' allarmati, chi è il regista dello spettacolo, chi ha dato il segnale al direttore di scena perché rimuovesse al buio i vecchi fondali. Può succedere di restare lì interdetti, con indosso i costumi di un altro spettacolo. II critico letterario oggi può rischiare una situazione del genere: nei panni di Amleto si trova, come in un incubo, seduto nello studio di un talkshow. Note 1)Cito Franco Brioschi: "Il ri-uso ha a che fare, immediatamente, non tanto con il modo di essere del testo, quanto con le operazioni che compiamo con il testo: i comportamenti ele attitudini che assumiamo di fronte a esso. Si tratta, vale a dire, di una condizione pragmatica. Va da sé, tuttavia, che noi non possiamo fare con un testo tutto ciò che vogliamo, anche se le nostre decisioni fanno sì che il testo sia o non sia classificato in questa o quell'altra categoria. Il peculiare intreccio tra la condizione simbolica e la condizione pragmatica si esprime nel
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