Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

logici distinti daproblemi di teoria, di etica e di comunicazione sociale. Il nostro rapporto con le opere letterarie, e anche con l'idea di letteratura, è insieme un rapporto conoscitivo, simbolico e pragmatico. Sono le condizioni di lettura e di uso pubblico e privato delle opere letterarie che danno origine e forma a quel particolare sapere e conoscere di cui è fatta la letteratura. Parafrasando Wittgenstein potremmo dire che il significato di un'opera è l'uso che ne facciamo leggendola e parlando di essa in un modo o in un altro. Si tratta perciò, ogni volta, per non annegare in problemi artificiosamente generali, di chiedersi: Chi legge e perché, in quale situazione si dà l'esperienza di lettura. E poi: Chi parla di letteratura, a chi, per quale fine, attraverso quali canali e quale codice, all'interno di quali istituzioni e convenzioni. Aggiungo che personalmente sono stato portato a riflettere sulla Critica come saggistica da problemi interni ali' epistemologiacritica(secosì vogliamo esprimerci) e non da un movente estrinseco di "estetizzazione" del discorso critico. Nella grande saggistica critica del Novecento (da Sklovskij a Adorno, da Spitzer a Benjamin) la forma del saggio ha più a che fare con i problemi di una "prosa scientifica" adeguata al suo oggetto e alla sua situzione determinata, che non con le esigenze di semplice eleganza della prosa d'arte (e anche ammesso che la prosa d'arte sia da intendersi come ricerca di abbellimenti estrinseci e di addizioni retoriche non rilevanti e non pertinenti sul piano della conoscenza). Come facilmente riscontra ogni lettore non superficiale dei saggi di Spitzer, Sklovskij, Benjamin, Debenedetti, Barthes, il loro linguaggio saggistico è metodo e medium linguistico dell'indagine conoscitiva: linguaggio che, a vari livelli, nella combinazione di vari codici, traduce, disarticola, esplora, riproduce ed espande, su piani categoriali e stilistici diversi, il processo di costituzione del prodotto letterario: legge l'erg on in rapporto all' enèrgheia, interpretata nella monade-opera un mondo o una costellazione di idee, forme, esperienze. La forma del saggio è la forma di linguaggio critico che meno rinnega l'auto riflessione dei processi di conoscenza nell'atto singolare e concreto di lettura: rende conto di un processo di conoscenza che non si riduce ai risultati di un'analisi, e quindi spezza un ricorrente dogma scientistico (Habermans scrive in Conoscenza e interesse, "Scientismo significa la fede della scienza in se stessa, ovvero la convinzione che non possiamo più intendere la scienza come una forma di possibile conoscenza, ma dobbiamo identificare la conoscenza con la scienza"). 3. La critica letteraria si fonda su un'episteme, ha bisogno di un sapere certo, di una conoscenza sicura, dimostrabile e falsificabile? Procede e si sviluppa cumulando risultati di ricerca? O invece si aggira nel mondo instabile della doxa, accetta o rifiuta "luoghi comuni" e idee correnti costruendo un nuovo mythos interpretativo sui miti inventati dalle opere? È piuttosto un modo di conoscenza e di scienza, o un comportamento comunicativo, un modo di fare? Ecco, a parte le risposte ovvie o meno ovvie, bilanciate saggiamente fra scienza e opinione, io credo che si tratti di distinguere fra critica letteraria e teoria (o scienza) della letteratura. E quindi anche tra la forma del saggio e il linguaggio dello studio. A volte la polemica nasce, credo, da una confusione fra due modi di discorso e forme di attività che compiamo a partire dalla letteratura. Ma certamente non si potranno porre i problemi della critica solo sul piano epistemologico, trascurando quello diciamo doxologico ( o demodoxologico ): esistono critici a dominante epistemologica e critici a dominande doxologica. I primi puntano alla rivelazione o illuminazione dell'essenza 2 , dell'ispirazione fondamentale, dell'etimo spirituale, della struttura formale di un'opera o di uno stile. I secondi attraverso l'opera letteraria per andare altrove, mirano alla psicologia e alla sociologia, sono critici della cultura o storici delle idee: prendono le opere letterarie e magari le biografie degli scrittori come sintomi e figure di problemi storico-sociali, morali, politici, filosofici. Il loro sapere non lo ricavano tutto e soltanto dall'interno della letteratura: ne dispongono già prima, lo misurano sulla letteratura, o lo adoperano per costruire comici eteronome, ricostruire contesti, disegnare geografie culturali. Il critico a dominante epistemologica guarda a un pubblico di addetti ai lavori, di conoscitori, di adepti o al pubblico ristretto della comunità scientifica (il pubblico universitario, i colleghi studiosi). Il critico a dominante doxologica guarda non alle istituzioni della scienza e della ricerca, ma all'opinione pubblica, a un pubblico colto non specialistico, che legge letteratura per svago o per impegno, ma non per produrre altra letteratura o per far procedere gli studi. Come sappiamo, oggi sono in declino tanto la cosiddetta società letteraria, avanguardie comprese, cioè la cerchia ristretta dei conoscitori e degli adepti, quanto il pubblico colto non specialistico che guardava alla letteratura come fonte di opinioni e di valori. Critici come Sklovskij, Wilson, Benjarnin, Debenedetti oggi sembrano in larga misura inconcepibili. Depurati degli aspetti più impegnativi e militanti (la loro idea di orientare la morale pubblica, o le tendenze letterarie: magari in vista di un'utopia rivoluzionaria, come in Benjamin), ridotti a "concetti fondamentali" o a scheletri teorici, vengono sbriciolati e immersi in una didattica universitaria che fa a meno della critica e tende a ridurla (nel migliore dei casi) a metodologia dello studio letterario. Molti dei saggi di quei critici sembrano oggi troppo giornalistici, quasi banali (è il caso di Wilson), troppo esoterici e compromessi con una filosofia della storia e un'attesa politica (è il caso di Benjamin) o troppo fervidamente inventivi in uno stile colloquiale (la conversazione critica di Sklovskij e Debenedetti è vertiginosamente acuta, sottile e iNventiva: chi conversa più così su terni letterari?). Voglio dire che il pubblico della critica è forse in via di sparizione, mentre si è allargato attraverso le università e l' accademizzazione di tutta la cultura il pubblico dello studio letterario, delle teorie e metodologie. 4. Di solito, quando si toccano questioni di "ascesa e declino" della critica e della figura intellettuale, della funzione pubblica del critico, molti, che temono qualsiasi allarme, si allarmano molto. Il fatto (ovvio) è che nessuna forma di discorso e attività intellettuale resta inalterata attraverso decenni e secoli. Perché i nostri discorsi sulla letteratura non dovrebbero correre rischi, restare al riparo dalle trasformazioni che investono tutti i sistemi culturali?Lacritica letteraria, come l'abbiamo conosciuta nella modernità "classica", della metà del Settecento circa fino alla metà di questo secolo (è questa 1'epoca esaminata nell'opera monumentale di René Wellek), è il declino. Si osserva un deperimento di molte delle sue componenti essenziali, e soprattutto si sta disgregando l'insieme, la coesione di quelle componenti: ciò che ne faceva un prodotto particolare, una delle modalità salienti, più sofisticate e impe-

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