CRITICAESTUDIOLETTERARIO DUESTRADEA SENSOUNICO AlfonsoBerardinelli "Si sente il rumore del mulino, ma non si vede lafarina". (Proverbio spagnolo) 1. Ali' inizio del secolo che ormai sta per finire, Ezra Pound osservò che lo studio (e il culto) della letteratura ha qualcosa in comune con il culto degli eroi: cioè con il prendere esempio e ispirazione da particolari individui che, nella nostra cultura (o nella tradizione settoriale in cui ci muoviamo), hanno, secondo un comune riconoscimento, operato bene, mostrandoci un modo di fare che merita di essere ripreso, ripetuto, se ne siamo capaci, e comunque, almeno parzialmente, imitato. Non voglio dire che l'idea di Pound debba a sua volta diventare oggetto di culto e assunta come cardine della nostra riflessione sulla critica e lo studio letterario. La cito piuttosto perché insolitamente tradizionalistica e perché mostra come in uno dei critici più scomposti, spesso approssimativi e pretenziosi, ma anche, senza dubbio, più originali e influenti di questo secolo, dietro il gesto provocatorio dell'innovatore emerga il gesto arcaico del sacerdote, della vestale, del poeta come inventore e custode di miti. Il critico stesso non sarebbe che un mitografo. E in effetti, se pensiamo alla filologia, che è certamente, questa sì, e anche per noi, uno dei più indubitabili fondamenti epistemologici della critica letteraria, arriviamo subito a quel cruciale crocicchio nel quale le diverse e opposte vie della critica non solo divergono e ci impongono una scelta, ma convergono, anche: e dovefilologia, culto dei discorsi e dei testi, lettura attenta delle opere e cura della loro integrità e della loro corretta trasmissione scritta, si incontra con mitografia, costruzione del mito di un autore, devozione e culto delle reliquie, raccolta devota e anche candidamente ammirata di qualunque testo scritto, per quanto secondario, un autore abbia ]asciato come testimonianza del suo pensiero e della sua vita. Dunque proprio la filologia, che è quella serie di pratiche critiche, metodiche, che mira anzitutto a una conoscenza obiettiva, spregiudicata e fondata suprove, dei testi letterari, non può essere del tutto distinta dalla mitografia, cioè dal mito che quella devozione conoscitiva presuppone da un lato, e, dall'altro, contribuisce a creare e incrementare. La cura e la dedizione filologica implicano un culto, un mito, un giudizio di valore. E di fatto costituiscono un canone: forniscono al nostro oscillante e problematico senso del passato dei sostegni, dei pilastri, opere e autori a cui tornare di continuo, testi da ri-usare, non solo, quindi testi, ma (per usare una distinzione importante suggerita da Franco Brioschi) opere a partire dalle quali costruiamo non solo i nostri gusti, i nostri giudizi di valore o disvalore di fronte a opere nuove, ma costruiamo anche la nostra idea di letteratura. Un'idea di letteratura (una teoria della letteratura, più tecnicamente o speculativamente) e una serie di opere esemplari o canone sono due aspetti che interagiscono: non è senza conseguenze il fatto di mettere al centro del canone novecentesco della prosa narrativa Kafka o Joyce, della lirica Saba o Montale, Eliot o Williams eccetera. Quindi non solo ricaviamo da certe opere certi criteri di adeguatezza storica o di ecce!lenza formale, ma leggiamo quale opere a partire dall'idea di letteratura che abbiamo elaborato. L'idea di letteratura è continuamente oggetto di discussioni teoriche e di argomentazioni militanti, di giudizi e di polemiche. Quella che chiamiamo ancora critica militante, o critica tout court, in senso forte o specifico si muove esattamente nelle zone intermedie di incontro o di distanza fra idea di letteratura e lettura di opere antiche e nuove. 2. Parlare di fondamenti epistemologici della'critica letteraria, perciò, vorrà dire discutere e definire quell'insieme di pratiche conoscitive implicate dalla lettura di testi di ri-uso o opere. E parlare degli interessi che determinano, fanno nascere, danno forma e orientano la conoscenza, nonché delle condizioni in cui queste forme di conoscenza e di sapere vengono elaborate in vista di usi pubblici e privati che prendono forma di nuovi discorsi 1 • Ogni problema di conoscenza letteraria che abbia per oggetto opere e non semplicemente (genericamente) testi, avrà quindi a che fare con tutti i processi e le condiziorti sociali e pragmatiche che fanno, di volta in volta, di un testo un'opera. I fondamenti epistemologici della critica letteraria, perciò, nascono non solo dalla ricognizione obiettiva, accuratamente filologica, analiticamente immanente del "modo di essere del testo", ma riguardano anche "le operazioni che compiamo con il testo". La critica, anche per il suo aspetto propriamente e puramente conoscitivo (ammesso che questo sia isolabile da altre dimensioni e potenzialità del discorso critico) non ha a che fare esclusivamente con procedimenti e strutture testuali, ma anche con una serie di "comportamenti" e di "attitudini" che la lettura attiva in noi, lettori di vario tipo, in quanto singoli e in quanto pubblico. Ogni problema di conoscenza fondata della letteratura (a partire dalla sua definizione generale fino all'interpretazione ed esplicazione di opere singole) ci pone di fronte al problema di capire e illuminare, con vari mezzi (idee, linguaggi), le zone intermedie fra letteratura e mondo,fra esperienza letteraria e altre esperienze. Si tratta di capire cioè: Di che cosa parliamo quando parliamo di letteratura e che cosa veniamo a sapere attraverso le opere letterarie, non solo a proposito di esse, del loro funzionamento formale, ma anche grazie a esse e in virtù di esse, a proposito delle nostre esperienze attuali o virtuali, reali o possibili. Una epistemologia critica è quella che non esclude dai propri risultati conoscitivi finali la riflessione sui propri procedimenti e sull'esperienza e situazione che precede e fonda il problema conoscitivo. Una teoria della conoscenza che non implichi una teoria esplicita o una formalizzazione indiretta, una autocoscienza stilistica, delle proprie condizioni, presupposti, mezzi e scopi, ricade nelle aporie del positivismo. Definiamo teoria positivistica della conoscenza quella che non è capace di riflettere sul nesso fra conoscenza e interesse alla conoscenza. Almeno da Marx e Nietzsche, o anche da Kierkegaard e Freud in poi, è difficile porsi problemi epistemo-
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