FotoYiatkin/ Eastnet/Contrasto. Quali sono gli elementi a suo giudizio fondamentali per una ricostruzione dell'identità culturale? Innanzitutto, la possibilità di dire "io". Il pronome, capisce. Quello in base al quale si può fruire della cultura. E non voglio nemmeno parlare della sola letteratura, dove "io" si dice da decenni, ma delle comunicazioni di massa, in cui la possibilità di dire "io" sviluppa l'elaborazione di un senso critico. Il fumetto, per esempio, che in Russia è mancato del tutto. I russi non hanno conosciuto Charlie Brown, non hanno saputo che era possibile creare qualcosa di bello, di immediato, con tre segni grafici. O la mitologia delle star: sapere o meno chi era Marlon Brando non serviva al cinema russo, ma agli spettatori, perché gli è mancato quel richiamo diretto al sentimento affettivo, sessuale, anche religioso, se vogliamo, che era proprio del la star cinematografica. Il pubblico occidentale provava per James Dean una venerazione pari a quella che si deve a sant' Antonio; questo sviluppa un processo di laicizzazione, una semplificazione, certo, ma che crea gusto e amplia le esigenze. Invece la cultura formale ha contribuito al deperimento delle esigenze nei confronti degli oggetti e delle persone. Di conseguenza, non c'è più il bisogno di comunicare con l'esterno, perché laculturaformaleèqualcosain cui nessuno ha la minima fiducia. Dunque, l'"io". E poi? Ma è questo, capisce? A tutti i livelli. La riappropriazione del privato. Ha presente il film di Lubitsch, Ninotchka? È un film SUTOLSTOJ/ SIBALDI 25 geniale, perché esplicita e contrappone la presenza e l'assenza dell "'io". Da una parte il protagonista maschile, Melvyn Douglas, che interpreta il ruolo del!' egocentrico per eccellenza, e quindi ragiona in base all'"io"; dall'altro la Garbo, Ninotchka, funzionaria di partito, che ragiona in base al "noi". Lei considera il privato una sorta di bestemmia: ha una fede assoluta nella tecnica, nel calcolo, nella cifra ... Il presente non c'è. Bisogna sempre essere "noi", e naturalmente affetto, amicizia in tutte le loro forme, amore, scompaiono come scompaiono dalla letteratura degli anni Trenta, e il nodo, l'argomento principale, è lo stesso dei canti paleolitici. La tecnica, ovvero l'ode alla lancia. E nella letteratura sovietica c'è il romanzo sulla centrale idroelettrica, o sulla nuova diga ... Inoltre, la condizione di annichilimento dell'"io" e delle emozioni porta naturalmente a dubitare di tutti: chiunque, la mamma, la fidanzata, il fratello, il padre, può essere agente del nemico, inviato dell'Occidente, e questo vuol dire non avere privato: perché dal privato di ognuno può dipendere la sorte dello stato. Ricorda Pavlik Morozov? Il bambino terribile che denuncia il padre perché nasconde le scorte di &rano da collettivizzare invece di consegnarle al kolchoz? E un altro esempio di come si sia proceduti sistematicamente a "svitare" gli impianti sociali; più o meno la stessa cosa che ha fatto Agnelli con la Fiat smontando le fabbriche e spostandole dal Nord ... solo che quella è la famiglia. Ritiene che sia stato così anche per la religione? No, no, la religiosità in Russia è un buco nero, e si figuri se poteva andar bene uno come Tolstoj, che era stato pure scomunicato. In un paese dove è così forte il principio d'autorità non si può leggere un contestatore ... Il problema è che la chiesa in Russia ha una caratteristica diversa da quella occidentale, cioè è fortemente assimilata al potere statale. La Russia è un paese cesaropapista, di conseguenza il russo crede in tutto. Nell'Ottocento, la perdita di fiducia nello zar, nel governo o nel capufficio portava automaticamente ali' ateismo, non certo all'ardore religioso. ATolstoj capita questo:· la sua crisi rei igiosa investe tutto, perché è subito anche politica. Come padre Sergio: tradito e umiliato dallo zar, si rifugia nella chiesa, ma la chiesa funziona in base allo stesso principio di fede nello zar, e lui la rifiuta. Nel Novecento, invece della fede nella chiesa e nello zar, giunge dall'alto l'ateismo, che è né più né meno che una fede al negativo; per cui, chi smette di credere nello stato, non crede più nemmeno nell'ateismo: ed è il russo attuale. Quindi, il millenario della cristianizzazione in Russia è stato il tentativo di recuperare lafiducia nell'autorità? Sì, di instillarla di nuovo. È stato una specie di Giochi senza frontiere, in realtà: il governo ha tentato di rimangiarsi l'ateismo e ha proposto alla gente di tornare alla chiesa, in modo che potessero avere di nuovo un minimo di fede nello stato. E invece si sono riempite le chiese di signori della Mosca bene e di persone che volevano provare l'emozione di essere occidentali ... La chiesa russa era completamente impreparata a una simile valanga di richieste di fede; è una chiesa monca, e avendo come punto di riferimento uno stato comunista, non poteva più dire: credete nel vostro padre, lo zar. È il modello bizantino, che non si è evoluto da quando fu spostato a Mosca, e che non poteva evolversi perché era un modello di disumanità assoluta. Bisanzio era un luogo infernale, non a caso è scomparso senza lasciare niente: la sua religione non può, nella sua forma corrente, far fronte alla realtà che ha davanti, ma solo dire: confidate nell'autorità. E oggi le ridono dietro.
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