24 SU TOLSTOJ/SIBALDI finché non trova quello che va. Confida assolutamente nel fatto che se una porta è chiusa l'altra è aperta, e infatti col tempo tutto quello che ha toccato diventa un capolavoro. Fiducia di classe, sommata aJla più totale e assoluta self-confidence. Un "io" smisurato su cui ogni opera apre uno spiraglio ... Poter dire: quegli alberi là in fondo sono miei, quella famiglia con tutti quei bambini che vanno ad arare è mia, vuol dire tantissimo. E non importa non poterlo più dire. Quando questo capita a uno scrittore, e non a qualche piccolo nobile di campagna che passa il suo tempo a giocare a carte, vuol dire che non c'è più distanza fra pensiero e azione. "È mio, posso farlo. Non valgo abbastanza? sciocchezze. L'anno prossimo valgo di più, basta che aspetti". Invece, per esempio, il borghese dice: "Non sono capace, non posso" ... Aspetta le indagini di mercato. (ride) E vengono fuori cose piccole. Lei ha curato, sempre per Mondadori, le opere complete di Tolstoj. Insieme al romanza di Serena Vitale su Puskin, pure uscito quest'anno, sembra il segno di un rinnovato interesse verso il discorso russo ... Sì, ma si tratta di scoperte archeologiche. Il russo è una lingua morta, una cultura morta: non c'è più memoria, perché i russi hanno imparato a cancellare sistematicamente ogni cosa. Lenin, ad esempio: cancellato come i faraoni da Stalin, che a sua volta è "scomparso" per opera di Malenkov e Berija, a loro volta "annullati" da Chruscev, il quale è diventato una bestemmia non appena è stato estromesso. E così via: Breznev distrutto da Andropov, eccetera. Si sono abituati a non avere passato, né ciò che è connesso con il passato: morale, senso, direzione, niente ... Il paragone con l'utopia negativa di Orwel/ è fin troppo facile ... Anche peggio, se vogliamo, perché hanno cancellato qualunque trasmissione culturale. Il linguaggio è totalmente cambiato, non ha rapporti con quanto c'era prima; e non solo per mancanza di evoluzione rispetto all'Occidente, ma proprio perché sono venuti meno i veicoli più naturali di quella trasmissione, ovvero le persone che avevano meno di diciotto anni nel 1918. Il decennio 1980-90 ha portato via, per cause naturali, coloro che erano una connessione fisica con il passato, che qualcosa avevano visto e ricordavano. Le faccio un esempio: nel lavoro che sto svolgendo, la cura delle opere di Cechov in sette volumi, ho dovuto fare ben sette introduzioni, e in una spiego la parola poslost'; perché Cechov la usa spesso e non si può usare "volgarità" perché la parola italiana non è adeguata. E mentre scrivevo, mi accorgevo che il mio discorso andava tutto volto al passato, perché in Russia nessuno più usa la parola volgarità in quel modo, come la usava Cechov nel 1904 o Nabokov nel 1930, e nessuno più se la ricorda. Adesso poslost' significa dire le parolacce, o comportarsi male, o fare il "pappagallo". La poslost' di Cechov appartiene a una cultura completamente spenta, la cui scoperta è per i russi molto più lontana di quanto non lo sia per noi. Un lettore europeo conosce i col legamenti, i I contesto del l'epoca, "respira" nel la stessa aria in cui Cechov aveva scritto, mentre il lettore russo prende, poniamo, Il diavolo di Tolstoj e lo trova una novità assoluta. Un po' perché il libro è uscito negli anni Novanta, mii lenovecentonovanta, pensi, un po' perché al lettore mancano ArchivioEffigie. tutti gli strumenti cnt1c1 maturati 111 Europa dalla fine dell'Ottocento in poi. Per arrivarci, il lettore russo deve risalire: Adorno, Sartre, Jung, Freud, Bergson, tutta gente sconosciuta, che non gli serve più a niente perché sono tutti superati. Una prospettiva scoraggiante per chi voglia essere una persona di cultura inRussia. Lei ritiene che sia possibile recuperare l'identità culturale? Prima di tutto deve pensare che in Russia ci sono pochissimi a sapere come si pronuncia esattamente San Pietroburgo. SanktPeterburg è una parola esotica; vog,liodire che tutto ciò che c'era di vivo, ogni legarne, si è perso. Da questo punto di vista il libro della Vitale è commovente: è un libro sicuramente pensato negli anni Ottanta, se non addirittura Settanta, tutto pieno della fede che nella letteratura russa ci sia "qualcosa", qualcosa che si può prendere e dire "ecco! Questo sono i russi!" ... Ma il tempo è passato: se si guarda adesso, "dentro" non c'è niente. "Questo erano i russi". E leggendolo si sente anche "com'eravamo" noi slavisti. Anch'io ci credevo a questo "qualcosa" ... Ma adesso la Russia è come 1' Assiria. Identità culturale? Guardi, per assurdo, forse solo se tornassero i russi di terza generazione da Parigi, Berlino o New York la Russia potrebbe riprendere forma. Voglio dire che quelle sono generazioni ormai vaccinate, con gli enzimi giusti per "digerire" l'Occidente. Pensano, per intenderci, come pensavano Dostoevskij e Tolstoj e Scedrin e gli altri, e se rientrassero in Russia formerebbero un intero su cui la Russia avrebbe la possibilità di modellarsi, almeno in parte.
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