Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

FotoSherbell/Saba/ Rea/ Contrasto. A proposito di questa stagione e dell'incubo del post-comunismo, il premio Nobel Iosif Brodskij ha detto: "È la volgarità intrinseca dell'animo umano ad alimentarlo". Le pare di poter condividere questa affermazione? Condivido assolutamente che sia un incubo. Io non tomo in Russia perché mi dà la sensazione del mal di mare, della nausea, dell'oppressione. Ci andavo sempre quando avevo una bella controparte, chiara. Adesso tutto è controparte. E la volgarità, certo, intrinseca, poi specifica dell'homo sovieticus, che è stata elaborata in tanti anni, in vitro: il regime ha provocato una mutazione biologica, quindi quella che è la volgarità, come categoria universale, in Russia conosce alcune sue modalità specifiche che sono raccapriccianti. Insomma, lo stato di salute della letteratura è pessimo? Tenificante. Tenificante. C'è un periodo storico a cui può essere avvicinato? Forse per alcuni versi, e con altre modalità, prima che si affermassero i simbolisti e i decadenti, ricorda gli anni bui e torbidi della Russia alessand1ina e della Russia della repressione poliziesca. E lì, poi, venne fuori Cechov, con la sua grandezza. Io non lo vedo iICechov di oggi: può essere che vanga fuori, ripeto, mi aspetto qualsiasi miracolo ... Forse, alla fine dell'Ottocento, prima che emergessero i Blok, i Cechov ... No: un periodo così plumbeo e così volgare non l'ho mai visto. Nei paesi dell'Est i problemi sono diversi in che misura? Posso dirle quel po' che conosco, parlo di Boemia e Polonia: non SU PUSKIN/ VITALE 21 posso parlare della martoriata ex-Jugoslavia o della Bulgaria, che conosco poco. Boemia e Polonia hanno sempre conservato una loro dignità e una loro civiltà, e quindi non affogano in questo mare di volgarità in cui affoga la Russia. Erano paesi invasi, colonizzati; adesso hanno ritrovato, con più leggerezza, le modalità di una libertà che non avevano, dentro di sé, mai perduta. Non c'è stata in loro, negli scrittori, come negli altri uomini, quella terribile mutazione biologica di cui le parlavo. È chiaro che hanno continuato a serbare i modi di uno sperimentalismo meno d'accatto. Se penso alla Polonia, che ha avuto uno scrittore come Witold Gombrowicz, è difficile che adesso stiano a raccattare le briciole dell'Occidente; semmai, hanno insegnato loro qualcosa. Sono sempre stati paesi, nell'orrore, più civili. A conclusione, Serena Vitale dice che andrà a Pietroburgo "dove mi danno la cittadinanza onoraria". (sorride) Mi sono rifiutata di tornarci perché un giorno, studiavo negli archivi mentre entrava in funzione il nuovo sistema monetario, andai a chiedere una fotocopia: venti centesimi di dollaro. Da un altro: un dollaro. Un altro: cinque dollari. Un altro ancora: dieci dollari. Dico: "Ma siete impazziti". Pensavano che lo straniero fosse il pollo da spennare. Non avevo soldi: "Per chi mi avete preso?". Senza scherzi: per quattro anni non ci sono potuta andare perché lavoravo al libro su Puskin. Adesso mi rimbocco le maniche. Poi continuo ad avere amici meravigliosi, abbiamo parlato del peggio, ma ci sono delle persone eccezionali che continuano a lavorare tra mille difficoltà: quelli che non si sono venduta l'anima ai soldi, ieri si vendeva al potere, oggi ai soldi, e rimangono degli studiosi straordinari che vanno aiutati e con cui parlare fa sempre piacere. Ha pensato a quella che potrà essere la reazione al suo Puskin? All'inizio mi hanno trattata per pazza: "ma che cosa vai cercando" ... Questo è messianesimo, coperto da sciovinismo tutto sovietico: Puskin è russo, è nostro; voi stranieri non lo potete capire. Perché in ogni russo sonnecchia un messia. C'è il famoso verso di Tjutcev: "la Russia non si capisce col pensiero, con l'intelletto, ma soltanto con l'anima". Ma ormai le mie prove le ho passate e sono stata accettata come russa; un po' come matta. Poi uno di questi amici intellettuali seri che sono rimasti, studiosi veri, al quale un giorno raccontavo le mie scoperte, m'ha detto una frase stupenda, che volevo mettere come esergo: "Serena, ci hanno tolto tutto, lasciaci almeno Puskin". Io non l'ho profanato. E loro devono liberarsi dai miti. Quando abbatteranno quegli orribili monumenti di ghisa nera di Puskin sarà un'altra epoca. Stanno cominciando. È appena uscito alla macchia un libro molto bello - alla macchia vuol dire che se lo sono pagato - che si chiama Leggende e miti su Puskin, che è il primo colpo di scalpello alla statua. E io mi sento in dovere morale di dare alla Russia tutti i documenti che ho raccolto, in fotocopia evidentemente, in modo che continuino a studiare. È la prima pietra, e li pubblicheremo insieme. Quel)' amico ha aggiunto: "Mi sento una specie di vertigine. Quello che hanno fatto con Puskin lo hanno fatto con tutti i grandi scrittori: questa doppia mano di ideologia" ... Toglierla, a Puskin in questo caso, è un'operazione di salute. Accusavo la Russia di non essere ideologizzata. Ma per recuperare le facoltà della mente, ed elaborare nuovi pensieri, bisogna prima rimuovere queste incrostazioni, queste transenne. Le concrezioni ideologiche su Puskin erano davvero insopportabili. "Semmai ve lo restituisco, pian piano", ho risposto allo studioso e amico.

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