Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

20 SU PUSKIN/ VITALE un regime orrendo, mi davano della fascista. Continuo a urlare, da qui, che quello che accade è la conseguenza, la conclusione, di quel regime, che avevamo previsto: chi aveva occhi per vedere e orecchie per sentire. Avendo pagato, fortemente, in altri anni, mi rifiuto di guardare queste convulsioni terribili. Ho già visto il regime nel suo trionfo, non voglio vedere la ripugnanza della fine. Lei mi chiede se mi sento in dovere di testimoniare, ma io sono stufa di testimoniare. Vorrei studiare. Invidio, per esempio, gli studiosi di francesistica ... Il mio Sud è più tranquillo. In Russia ti dicono: "Guarda, entriamo in una zona ... bisogna andare con la guardia del corpo". Venendo dall'Italia, così straziata dal problema delle associazioni a delinquere, non ce la faccio più ad andare a vedere i sottoprodotti del nostro Occidente in quella realtà. Ho dolore nel!' osservare che cosa hanno preso· dall'Occidente: in letteratura, un certo tipo di avanguardia datata; nella vita quotidiana, i nostri modi peggiori. A questo mio pessimismo, che nasconderà anche della vigliaccheria, fa da contrappeso la conoscenza della storia, dato che sulla possibilità di una democrazia è probabile che i russi debbano ancora attraversare il peggio. Se fossi una messianista, direi che dobbiamo percorrere una specie di via crucis. Ho ritegno nei confronti dei massimi sistemi, ma sono sicura, anche se ignoro i I perché, che fra I0-15 anni ci saranno delle opportunità nuove. La strada devono trovarla ali' interno. Noi abbiamo dato loro le cose tremende, e non basta certo Aleksandr Solzenicyn o Dostoevskij, con il suo slavofilismo di base, il ritorno al suolo russo, con le implicazioni reazionarie in qualche modo ... Io ammiro Solzenicyn scrittore, ma non ammiro la sua ideologia: il ritorno a un'Arcadia felice, che poi non è mai esistita. E tuttavia va bene anche Solzenicyn, che non mi è ideologicamente simpatico, se deve servire per trovare un assetto, un equilibrio, una posizione. Perché, di nuovo, la Russia che cosa sta vivendo? La Russia campa di oscillazioni cicliche: ora si apre a Occidente, ora a questo ignoto, sonnecchiante Oriente. I grandi momenti sono stati Caterina, Pietro il Grande; mentre invece lo stalinismo è stato una nuova epoca buddista. Ma quando si apriva all'Occidente, nel Settecento, si apriva agli enciclopedisti, a Voltaire, a Diderot. Adesso a quale Occidente si offre? Cosa ne riceve? Che cultura gli diamo? Le telenovelas? Allora, quasi quasi, penso, e qui andiamo per categorie storiosofiche, che in questo momento sarebbe meglio che recuperasse la sua anima orientale, la sua anima asiatica, quella pechinese-buddista, almeno per rinsaldarsi e, come faceva Dostoevskij, per riconquistare la coscienza di un Io collettivo da poter opporre ali' orrore. Certo, l'antisemitismo sarà difficile da sradicare: emerge sempre nei periodi più tragici della storia. Ma l'aspetto peggiore è la mancanza di un panorama chiaro ideale, non dico di ideali: di scopi che non siano quelli finalizzati alla sopravvivenza quotidiana o all'investimento di ottocento miliardi di rubli nella droga. Intanto, non vede uno scrittore nuovo all'orizwnte? No, io non lo vedo. E d'altra parte tanto sono pessimista, tanto sono certa che la Russia è brava nel superare i periodi di caos: una volta al secolo bisogna attraversare l'incendio per rinascere. È tragico che il regime abbia distrutto la lingua russa. Le grandi menti, i grandi pensieri resistono. Ma la distruzione sistematica che è stata operata sul linguaggio medio letterario, per non parlare di quello critico, lasciando perdere i geni che possono venire sempre fuori, è terrificante. Non possiamo illuderci che ottanta anni di delitti perpetrati contro la lingua possano essere recuperati, riscattati in due-tre anni: no. Aspettiamo. Ci vorrà il suo tempo. In Russia allo scrittore è sempre stata demandata una funzione sociale, ideologica. Da qualcuno, che in questo momento avrà vent'anni, e starà scribacchiando e sbattendo la testa, forse verrà la rinascita. Io ho FotoRobertoKoch/ Controsto. fiducia nei giovani: lasciamoli uscire da questa ventata di mafia e di jeans. Credo che tornerà una letteratura. Per ora non esiste un panorama unitario. Quali tematiche prevalgono, a ogni modo, che cosa raccontano? Sono attratti dalla realtà del paese, dai fatti che esplodono nel quotidiano, dall'universo dei sentimenti? O da che cosa? Innanzitutto, va beh, la tematica ideologica, che poi è la disideologia. Questo recupero della vita quotidiana, ironica. Il filone memorialistico: ognuno scrive di sé, e questo è naturale; ognuno pensa di aver attraversato una vita romanzesca, ed è giusto perché ne hanno passate tante. E poi, quarto filone, questa falsa avanguardia, che è terribile, perché per noi suona proprio retro-retro-retroguardia: esperimenti con la lingua, che d'altra parte sono necessari: se la devono rifare, quindi stanno ricominciando a distruggerla, imitando esperienze che per noi sanno di anni Cinquanta-Sessanta. Non saprebbe indicare neanche un nome? C'è uno bravo che si chiama Oleg Strizak, ed è stato tradotto dal francese. Ma c'è del cascame, la volontà di dire tutto: anche lui è un grafomane. Nei russi c'è sempre un po' di grafomania che dovrebbe moderarsi e aggiustare il tiro. Nella poesia? Anche lì, sperimentalismi d'ogni tipo, per noi datatissimi. E, anche lì, un esercizio, attraverso il quale devono passare necessariamente. Ci vorrà del tempo.

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