Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

18 SU PUSKIN/ VITALE rappresentazione tutta in bianco e nero della storia, zar cattivo, aristocrazia cattiva con Puskin. Non esistono, purtroppo, fonti attendibili: la storiografia ottocentesca è idealizzante in senso filozarista. Quindi per ricostruire la vicenda, per capirla, perché altrimenti non potevo muovermi, la cosa migliore erano le corrispondenze diplomatiche. Poi c'era il problema dei testimoni della fine di Puskin; il primo passo è stato di procedere alla loro escussione, per stabilire quanto fossero affidabili, e questo ha voluto dire leggere i loro carteggi. E quindi, per esempio, dalla Svezia a Baden Baden - dove sono stata senza giocare, giuro - per tentare di ricostruire l'atmosfera dell'epoca, perché ci andava il rivale di Puskin, il tenente della guardia Georges D' Anthés; poi dalla Grecia, dove non ho trovato nulla perché i documenti sono andati·perduti, ai castelli annidati nel centro dell'Europa. È diventata una passione? È diventata una passione, come il gioco. Mi sono fermata quando ho avuto la convinzione di poter dire, in piena coscienza: "Ho fatto tutto il possibile". Gli altri ardori letterari russi quali sono? Puskin, in questo momento, più di tutti. Mandel' stam, dopo. Ho anche passato tanti anni della mia vita con Marina Cvetaeva ... Ma sta pensando a Dostoevskij. Ho letto male? Già, penso a Dostoevskij, sì, e a quel misterioso signore che, in nome della censura e della correttezza della lingua, ha tolto dalle Memorie del sottosuolo tutte le parti luminose. In un'isola deserta, tuttavia, porterei Puskin e Mandel' stam. Nonostante sia con l' anima russa, nonostante quel paese significhi alea, gioco, larghezza, e passione sterminata, e massimi sistemi, io amo, di quella Letteratura, la parte, invece, che è concisione, grazia, leggerezza. Ed è curioso che tutto questo sia venuto da un ebreo e da un nero. Puskin aveva sangue nero, Mandel'stam ebreo: come se portassero un antidoto e un correttivo all'ansia di dirsi tutto. Della casa editrice Adelphi, Serena Vitale, una slavista a cui si riconoscono rigore, serietà e una pregevole scrittura, è anche consulente da tantissimi anni E cerco. E traduco. Che cosa vuol dire fare la traduttrice, in Italia? Io mi arrabbio con i miei colleghi traduttori che si lamentano sempre di essere malpagati e di non essere riconosciuti. Non è vero? Ah, non lo so. Comunque, trovo che sia uno dei lavori più belli del mondo. Senta: se riesco a tradurre bene una poesia di Puskin, ha prezzo? Non ha prezzo. Occorre farsi pagare il massimo possibile. Il traduttore è anche autore? La traduzione è una cosa sacra. C'è un modello, che esclude il libero arbitrio; ci si sente su una terra protetta da un lato, perché non c'è, come dire, l'invenzione, mentre dall'altro c'è la devozione al modello, che ti impone la sua bellezza e ti preme. Detesto gli arbitrii nella traduzione. Sono per la massima fedeltà: sempre più con gli anni, ormai traduco da un trentennio, vado avvicinandomi a una trasparenza assoluta; sto tornando, piano piano, alla traduzione interlineare, mentre prima pensavo di dover elaborare. Con i grandi, è quella che funziona di più. È delusa di alcune delle versioni che ha fatto? (ride) Di quasi tutto. Beh, le prime cose sono proprio ... Alcune le facevo per soldi: non erano scelte. Adesso posso scegliere. Agli inizi, quando avevo vent'anni, stia pur sicuro che traducevo tutto. Ne ricorda una intollerabile? Ce n'è una vergognosa ...No, vergognosa no, per carità; ma con degli errori. Quello che a me interessa di più, lo dico sempre ai giovani traduttori, è il respiro della frase: cioè, restituire un respiro che abbia cittadinanza in Italia, ma che contenga l'andamento della frase russa, o francese, o inglese. E questo è difficile. Se c'è un redattore attento, lo sbaglio si corregge, e sarebbe disumano non fame. La mia primissima traduzione la firmai con uno pseudonimo, perché venivo da Praga, e con i russi ... La prima firmata con il mio nome, invece, è stata un libro di memorie della vedova di Mandel' stam, che feci di corsa, perché ero indignata che nessuno conoscesse la storia terribile della persecuzione dello scrittore, della sua morte tragica in un lager, e neppure la sua poesia. Allora passavo la notte a tradurre i suoi versi, che infilai surrettiziamente in questo libro, a scapito naturalmente della qualità, poi vergognandomi. Quella, la rifarei completamente: ma fu un atto, credo, di coraggio. La traduzione, invece ... ? Di cui vado più fiera? Il dono di Vladimir Nabokov: sono stati nove mesi straordinari. Credo che sia uno dei più bei libri del Novecento, e lì, ogni tanto - il traduttore è una persona curiosa - hanno funzionato le "voci", che non hanno niente a che vedere con l'ispirazione. Bisogna convivere: la traduzione è un fatto di convivenza, io ho convissuto con Puskin. Innanzitutto bisogna conoscere tutto l'autore, è questo che non capiscono i giovani. Per tradurre Il dono, ho dovuto rileggere tutto Nabokov, perché quello che non è produttivo nella traduzione di un libro di venti anni prima ti ritorna poi a pagina trecento di un altro libro, dandoti la soluzione che cercavi. Per questo ritengo che la traduzione sia un alto esercizio di critica letteraria. Purtroppo i miei colleghi accademici non sempre la accettano. Per esempio, se arriva un giovane con delle traduzioni come titolo, non le considerano. Il livello medio, in Italia, è eccellente, buono o modesto? Direi che è buono, se lei lo confronta, poniamo, alla Francia. Parlavo prima di libero arbitrio: lì, rifanno i libri, li ricostruiscono, dividono la frase in tre. Fanno impazzire, i francesi, per la mancanza di rispetto. Credo che discenda dalla loro grandeur: "noi sappiamo" ... L'autore ha messo il punto? Bisogna rispettarlo. Il traduttore deve essere un fantasma dell'autore: deve sognarlo, convivere con lui, non manipolarlo. Io ripeto sempre che la traduzione non si fa con la testa, con l'ispirazione, ma con la parte bassa del corpo: bisogna stare seduti ore e ore al tavolino per guadagnarsi il diritto aquelle che chiamo le "voci". Bisogna proprio dimenticare il mondo. E infatti, è difficile conciliare la traduzione con la vita quotidiana: pensi a chi ha figli ... I gatti la rispettano? No: una ogni tanto mi chiude il computer, con la zampina. Non riesco a capire un traduttore che non abbia i gatti, perché sono l'eleganza e la grazia. Le mie muse, ammesso che la traduzione abbia bisogno di muse, sono i gatti. L'altra ricerca, quella dei nuovi scrittori nella Russia del post comunismo, è interessante o deprimente? Evgenij Evtusenko ha detto, in una recente intervista: "Il mio preferito è un giovane che fa il camionista, si chiama Dmitrij Bakin e ha scritto racconti bellissimi". In un periodo di vuoto ideologico, in cui esiste la minaccia di un risorgente antisemitismo come strumento del na-

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