Archivio Effigie. orientale e, alla stregua di tutte le filosofie asiatiche, era irrimediabilmente segnata da un desiderio di "annientamento" del soggetto in vista della liberazione. Ma lo strumento dell'"estinzione" dell'io era e restava, nell'ordine del discorso tolstoiano, "politico". È infatti attraverso il vangelo - e non con le tecniche orientali di perfezionamento - che il cristiano veniva invitato ad annientare lo stato e a dissolvere la società come effetto di un rapporto di forze che ha stabilito la pace (e dunque il diritto) sulle rovine di una guerra. L'obbedienza al vangelo infatti non doveva disgregare solo lo stato nella coscienza del singolo e non doveva dissolvere solo la società dentro di sé, come si potrebbe inferire dall'obbligazione di non ricorrere alla violenza degli istinti per rispondere alla violenza istituzionale della società e dello stato. Essendo un dispositivo fondatore di relazioni esso estingueva anche nella realtà delle cose lo stato e la società. Il saggio di Jasnaja Poljana proponeva di rendere, sempre e senza eccezione di persona, "il bene per il male". Ma questo principio morale del cristianesimo (cui le chiese avevano rinunciato e che a molti risultava per gran parte inattuabile) era seguito da un caposaldo del pensiero politico anarchico implicito in tutta l'organizzazione del discorso tolstoiano. La lotta fra gli uomini non può essere eliminata, come fanno coloro che s'impossessano delle istituzioni, sottomettendo una parte di loro all'autorità, ma solo sopprimendo la violenza sotto qualunque forma essa si presenti. Per realizzare la pace senza passare attraverso la repressione legale di un pezzo di società erano però necessari dei soggetti intimamente liberi. Ed è libero - sostiene Tolstoj - solo colui che può dire di non avere bisogno dello stato, perché non usa la violenza in alcun rapporto con i propri simili e non risponde alla forza con la forza. Gli SUTOLSTOJ/SALOMON! 15 uomini, dai gradini più bassi della scala sociale fino ai più alti, sono responsabili essi stessi della loro schiavitù. Lo sono sia che rinuncino alla libertà e alla dignità, perché istupiditi dalla loro educazione patriottica e pseudoreligiosa, sia che lo facciar;ioperché desiderosi di vantaggi individuali materiali. Contro la servitù volontaria Tolstoj è stato considerato un pensatore anarchico. Con la sua visione di una società senza autorità né legge, egli godette effettivamente di una reputazione enorme e di un largo consenso negli ambienti libertari. Questa popolarità gli derivava soprattutto dalla capacità di mostrare le funzioni di puro dispotismo delle istituzioni che governano la società, dalla forza di persuasione che metteva nel denunciare il parassitismo e la corruzione delle classi dominanti. Molti dei suoi articoli avrebbero potuto essere facilmente sottoscritti da un rivoluzionario e la maestria dell'autore riusciva ingran parte a far dimenticare alcune importanti divergenze teoriche. In primo luogo: il rifiuto della violenza e la propaganda della "resistenza passiva". Che seperò era intesa come forma radicale di disobbedienza a ciò che la coscienza avverte come ingiusto e come un atto che sigilla l'abbandono della "servitù volontaria" su cui si basa il rapporto politico "originario" non poteva non essere condivisa. Ma vi erano molti altri elementi che richiamavano un'ideologia sostanzialmente regressi va: la convinzione che il progresso non fosse altro che una forma di superstizione, l'ostilità per l'evoluzione economica, lo scetticismo nei confronti della scienza, il disinteresse per tutto ciò che concerneva l'organizzazione della vita sociale, l'avversione per lo sviluppo della civiltà e per ogni manifestazione della modernità. Sembrava insomma che a Tolstoj fossero del tutto estranei i rapporti economici storicamente determinati, la situazione specifi-
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