Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

LO SPIRITO RUSSO ' TRAVERITAEMITO Antonella Salomoni L'ORDINEDELLAPACE Lev Nikolaevic Tolstoj ha goduto, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, di un prestigio enorme. A porlo al centro del dibattito internazionale non è stata però l'opera letteraria che, per molti anni, non ebbe una grande diffusione fuori della Russia. Anche dopo il successo internazionale dei grandi romanzi, l'attenzione alla poetica tolstoiana continuò ad essere poco visibile. L'incremento delle traduzioni e la moltiplicazione dei commenti si verificò solo dopo che, allontanatosi dalla narrativa e rinunciato alla gloria letteraria, l'intellettuale russo cominciò a pubblicare saggi di contenuto etico, politico e sociale. Agli occhi dei contemporanei, il Tolstoj riformatore religioso, moralista radicale, anarchico cristiano, teorico della non violenza e dell'antimilitarismo diventò molto più importante del romanzierel. Una religione di coscienza Occorre considerare con molta attenzione, prima di formulare un giudizio sulle teorie tolstoiane, la cultura che le ha prodotte. Il sistema dello scrittore è infatti un compendio d'idee "settarie", raccolte dalla predicazione degli "apostoli" contadini, che - limitando sempre di più l'intervento della teologia nelle cose della religione- liberavano il cristianesimo dai dogmi e lo espandevano verso la sua significazione morale. È vero che Tolstoj non si accontentava (come i riformatori popolari) delle versioni neotestamentarie in slavo ecclesiastico o degli adattamenti in russo del vangelo, e quindi, per mostrare la portata della falsificazione sacerdotale delle scritture, ricorreva sempre all'originale greco. È anche vero che faceva mostra di grande erudizione, persino in ambito patristico, mettendo a profitto i suoi studi classici e utilizzando alcuni innovativi strumenti della critica biblica contemporanea. L'apparato scientifico, però, non modificava di molto l'intuizione iniziale che il cristianesimo non fosse la religione di cui parlavano i teologi (cioè un modo per salvare l'anima), ma un'etica mondana. D'altra parte i risultati del lavoro esegetico sembravano confermare l'impostazione di una lettura della parola di Gesù che rifiutava di ricorrere alla storia della teologia per spiegare il testo evangelico.L'interpretazione tolstoiana - malgrado appartenesse a un codice colto - restava insomma letteralistica, come quella dei contadini russi, e i consigli di Cristo si mutavano in legge: un nuovo "decalogo", scritto per la trasformazione dell'uomo e della società, ricavato dal Sermone della Montagna (Matteo 5,21-48)2. C'era in particolare una norma che aveva il potere di provocare, se messa in pratica senza compromesso alcuno con il principio di realtà, la caduta inesorabile dell'ordinamento religioso e politico. Ed era l'imperativo della "non resistenza", esposto sinteticamente in Matteo 5,39: "Ma io vi dico: non vendicatevi contro chi vi fa del male. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu presentagli anche l'altra". L'insegnamento a uniformare i comportamenti individuali e collettivi al dettato evangelico era, al tempo in cui scriveva Tolstoj, diffuso in ambienti religiosi appartati e riservati, cioè lontani dal clamore delle grandi confessioni cristiane ed estranei all'uso dei mezzi di comunicazione odi formazione giornalistica delle opinioni correnti. L'appropriazione, ad opera di un grande letterato, di un sentimento religioso sopravvissuto ai margini della società e la sua collocazione nel quadro dei grandi problemi del tempo (quelli che procura la modernità) giunse inaspettata e provocò grande scandalo tra i lettori della Russia e dell'Europa occidentale: una vera e propria "sfida" al buon senso. Tolstoj - approfittando della posizione che occupava in quanto scrittore di rinomanza e intellettuale di alta autorità- si presentava infatti non tanto in veste di predicatore di un'idea del cristianesimo come separazione delle comunità degli eletti dalla società dei reprobi e come fustigatore con la parola dei costumi del mondo contemporaneo. Tolstoj entrava direttamente in politica facendo la critica sistematica della violenza del potere costituito (nella forma dello stato e della chiesa) e dei suoi molteplici organi di funzionamento. La questione sociale era per lui innanzi tutto una questione morale, nel senso che la sua risoluzione non doveva essere lasciata alle menti dei sociologi, ai calcoli degli economisti, alle decisioni degli uomini di governo. Doveva restare nelle mani dei singoli individui che, leggendo il vangelo con fede antica e con animo nuovo, s'apprestavano alla resistenza. La critica che Tolstoj muoveva al cristianesimo storico coinvolgeva tutte le grandi confessioni. Cattolicesimo, ortodossia, protestantesimo erano presentati come "eresie" di coloro che si erano allontanati dal Sermone della Montagna e avevano abbandonato le scaturigini della dottrina per _consacrarsialla difesa dei principi di autorità, di possesso e di gerarchia. Nessuna delle istituzioni politiche, religiose e sociali era risparmiata: lo stato era dipinto come un organismo ostile, per natura, ali' umanità; la chiesa altro non era che la giustificazione spirituale della disuguaglianza; la proprietà era giudicata come un diritto contrario alla ragione della comunità cristiana; laguerra, infine, era vista come la negazione della "morale pura", vale a dire liberata dalla pressione dell'interesse. Ciò che conta, nella visione tolstoiana, è che lo stato e la chiesa, con i poteri civili, militari e religiosi (magistratura esercito amministrazione), non sono condizioni essenziali ed indispensabili allo sviluppo della

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