12 FINE SECOLO/ BONANATE mamente quello che vorremmo: basterebbero gli eventi della Guerra del Golfo e la violentissima dissoluzione della Jugoslavia a dimostrarcelo. È così necessario ampliare la prospettiva del ragionamento e Salio vi procede affrontando il grande (e ovviamente falso) slogan, che ha trovato la sua più grottesca esposizione nell'annuncio fatto da George Bush (proprio nei mesi della crisi del Kuwait) dell'epifania di un "nuovo ordine mondiale", e del quale non ha difficoltà a mostrare, ad un tempo, la retorica mistificatrice che mira a farsi sinonimo di conservazione, e il successo testimoniato anche in Italia dai diversi appelli a un'etica aggressiva e orgogliosa (della patria, del prestigio nazionale, e di altre sciocchezze del genere). Dissento tuttavia, con l'estensione che subito dopo Sai io fa della sua critica all'intera concettualizzazione dell'ordine applicato alla sfera internazionale, per il semplice fatto che esso (se è criticabile in quanto chiave ideologica della politica delle grandi potenze) rappresenta pur sempre l'unico modo di cui disponiamo per "mettere in ordine" le conoscenze e confrontarle con i modelli ideali che dell'ordine la filosofia (a partire da quella antica, con Pitagora come con Aristotele o S. Agostino) ha sempre proposto. Non si tratterà mai di un ordine realizzato, ma di "ordinamenti" (come quelli giuridici), in quanto tali difficilmente - se mai - soddisfacenti, ma pur sempre della guida sia per l'analisi sia per l'azione nei confronti di una condizione internazionale che - a fronte della permanenza di alcune sue caratteristiche strutturali: ingiustizia, disuguaglianza, sfruttamento - conosce pure alcune innovazioni non secondarie, come quella rappresentata dalla costante e progressiva riduzione della quantità globale di violenza politica Prodi-bis? Barbera, Luuatto, Diotallevi, Petruccioli,Scoppola lo strumento per non soffocare la conoscenza con l'ideologia E' inedicolail numerodi ottobre conil libro Unpontesullapalude GRATIS di GaetanoSalvemini ---- nel mondo (può parere paradossale, al solo scorrere i quotidiani - ma il fatto è che una volta era ancora peggio!). Subito dopo, tuttavia, basandosi su dati statistici impressionanti (p. I 16), Salio fa osservare che al declino della violenza armata ufficiale fa riscontro l'aumento di quella civile (dei "democidi", cioè), la cui caratteristica più significativa (seppure prevedibile) è che nel 90% dei casi ciò è avvenuto negli stati totalitari (osservando l'andamento attuale della violenza civile, ve1Tebbe da osservare che sono totalitari gli stati nei quali la violenza è più alta: e dunque, è il totalitarismo che produce violenza, o i violenti sono sempre totalitari?). Il punto si sposta allora sulla ricerca delle "linee di faglia" (espressione che Salio mutua da Galtung) lungo le quali si formano le condizioni dei conflitti, tra cui (semplifico un po') emerge naturalmente la responsabilità dei paesi a capitalismo avanzato e super-industrializzati (p. 123), i quali hanno fatto dell'esasperazione dello sviluppo un mito che in realtà si sta dimostrando autodistruttivo. Una sola speranza ci resta, per evitare che tale processo giunga al "termine": l'abbandono del modello occidentalistico, a favore di quello di società che abbia stili di vita e rapporti con la natura diametralmente opposti (il fatto è però che finora i modelli alternativi non appaiono). Economie sobrie fino a sfiorare la sussistenza, "semplicità volontaria", economia del dono, invece che della rapina: ha ben ragione Sai io a indicarci la via; ma quanto è percorribile, in quale misura si può accettare di "arretrare", anche se questa è una rinuncia che toccherebbe soltanto ai ricchi, cioè a coloro che finora sono stati più fortunati o privilegiati? Il maggior aiuto alla realizzazione di questo programma dovrebbe venire, specie da parte del mondo sviluppato, dal movimento per la pace, un movimento che però "non c'è" (come recita il titolo dell'ultimo capitolo del libro): possiamo aggiungergli un "ancora"? Questa è non soltanto la speranza che molti di noi (forse sempre di più) condividono; è anche l'occasione per una riflessione di carattere globale sul mondo attuale. Trasformato insperabilmente in un mondo che "tende" verso l'egualizzazione (non nel senso economico, ma almeno in quello formale, che comunque è stata la condizione di partenza anche per i movimenti di emancipazione sociale), e nel quale il declino delle ideologie potrebbe anche non avere le conseguenze negative che un tempo potevamo paventare, il punto a cui ci troviamo ora è che abbiamo assicurato alla popolazione mondiale - lo dico scimmiottando lo slogan dell'utilitarismo - soltanto "il minor male per il maggior numero" di persone. Certo è poco, ma rappresenta comunque un'inversione di tendenza, che potrebbe venire rafforzata - cogliendo l'appello conclusivo di Salio alla fiducia nel "lungo cammino della nonviolenza" (p. 154) - dallo sviluppo della democrazia nel mondo. Del tutto solidale con il progetto nonviolento, la democratizzazione dei regimi del mondo ha infatti a sua volta un cammino lunghissimo e certo non rapido da compiere (appena la metà degli stati del mondo può, con un minimo di benevolenza, essere conteggiata tra quelli democratici), che ha comunque una virtù straordinaria: i regimi genuinamente democratici hanno oggi grandi probabilità di mantenersi tali (non conoscendo più oppositori), sono strutturalmente più pacifici di ogni altro tipo di stato, e nella loro tecnica di gestione dei conflitti fanno primeggiare, fino a renderlo assolutamente predominante, il metodo nonviolento di risoluzione delle tensioni. Se ci accontentassimo di un progresso più lento ma saldamente democratico, i passi avanti risulterebbero irreversibili, e il mondo del ventunesimo secolo potrebbe anche essere quello della democrazia nonviolenta.
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