Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

pubblicato, secondo Paolo Mieli, allora direttore della "Stampa", per cortesia, per non tacciare di incompetenza l'intera redazione del secondo (in qualche periodo primo) giornale italiano. Lo si è appreso da un interessante scambio di lettere tra Mieli e Scalfari su "Prima comunicazione", mensile che si occupa del sistema dell' informazione. Nenche quella sarà tutta la verità, ma i giornalisti attenti e qualche lettore curioso almeno a quel punto di approfondimento possono arrivare senza andare a Mosca a guardare di persona il benedetto fascicolo. 6. Non mi azzardo a dire nulla sulle tecnologie nuove anche se, forzando molto la realtà, potrei definirmi un informatico della prima ora, perché faccio parte della prima generazione di ingegneri che abbiano frequentato un regolare corso di calcolatori (Ercoli e Vacca, Roma, 1959). Mi azzardo a esprimere una opinione sugli effetti sociali delle tecnologie di cui parlano Colombo, Gallino e Negroponte. Dal punto di vista dell'utente autonomo, colto, tecnicamente preparato, l'archivio elettronico e il libro stampato su comando sono l'unica soluzione. Nelle normali case editrici le spese di pubblicazione di una ricerca che ha per sua natura pochi acquirenti istituzionali e pochissimi lettori singoli (quella sulla giovane classe operaia a Bologna di più di dieci anni fa per esempio) possono essere maggiori di quelle della ricerca. Semplicemente le case editrici non riescono più a pubblicare lavori originali che non siano adottati nell'insegnamento e le facoltà finanziano pubblicazioni, anche valorose, nei casi migliori, che restano però documento di sé stesse e arrivano a pochissimi. Se però, come rileva per esempio "The Economist", le grandi autostrade informatiche vengono potentemente utilizzate da soggetti che producono informazione tendenziosa nel loro interesse e sommergono politici e media col loro peso, il singolo cittadino di una moderna città postindustriale è più indifeso del vecchio cafone stretto in una folla carica di stracci a guardare le mitre e le corone e gli strascichi e le carrozze del clero e della nobiltà. È la prosecuzione dell'antico regime con altri mezzi. 7. Diamoci da fare. Non ci nascondiamo dietro lo spirito del tempo o del mondo. Lo spirito del tempo ci include tutti, maggioranze e minoranze, eci trascina. E nessuno sa chi di noi avrà davvero avuto )a parola. E tu puoi essere un mugnaio bruciato per le strane idee che avevi sulla creazione e sparire senza altra traccia che la tua cenere dispersa e gli atti del tuo processo, che è stata la causa del tuo disfacimento. Ma poi può arrivare un omone con una barba molto fitta, che intasa i lavandini dei cattivi alberghi, i cui antenati si sono mossi dalla Russia due generazioni fa e hanno fatto migliaia di chilometri perchè lui potesse venire a leggere le tue carte. E lui, il figlio del figlio del mercante di prima classe Tanshun Ginzburg scrive di tee tu ritorni nello spirito del mondo e sei, per un po', meno cancellato di quelli che hanno scritto le carte del tuo processo e hanno accesso la tua pira. Vale sempre la pena di rispettare l'onestà. La realtà esiste, dopo tutto, e prima o poi si vendica, degli altri e di te. Testi di riferimento Peppino Ortoleva, Mediastoria. Comunicazione e cambiamento sociale nel mondo contemporaneo, Nuova pratiche editrice 1995. Alberto Papuzzi, Manuale del giornalista. Tecniche e regole di un mestiere, Donzelli editore 1993. Ithiel de Sola Pool, Tecnologie di libertà, Utet 1995. Furio Colombo, Ultime notizie sul giornalismo, Laterza 1995. FINESECOLO/ BONANATE 11 INTERPRETAZIONIDELMONDO LuigiBonanate Se è vero che ogni secolo (posto che abbia senso considerarlo davvero come una unità di tempo - ma diverse opere ispirate a questa scadenza che si sta avvicinando a noi sembrano crederlo) ha le sue contraddizioni, quello che sta concludendosi ha tra le sue anche quella tra il massimo della violenza mai espresso nella storia dell'umanità e l'affermazione (progressivamente sempre più intensa) della nonviolenza. Non basta: il nostro secolo vanterà nella storia futura anche un altro record, quello di aver assistito al più grandioso e clamoroso sconvolgimento dell'assetto delle relazioni internazionali che si sia mai visto e che è avvenuto in modo del tutto pacifico. Dopo le "eccezioni" di Auschwitz e di Hiroshima, ecco quella - di portata ben diversa - del Muro di Berlino, che Salio pone al centro della tesi intorno a cui ha costruito questo suo nuovo libro (Giovanni Salio, Il potere della nonviolenza. Dal crollo del Muro di Berlino al nuovo disordine mondiale) perdi mostrare, per dirla in modo molto esplicito, quasi brusco, che tutto ciò che è successo nell'Ottantanove e dintorni non è altro che la conseguenza della forza espressa dalla nonviolenza. Sai io tuttavia non si ferma a questa prima parte della sua tesi, perché la sviluppa ulteriormente per dimostrare che alle nuove (e terribili) manifestazioni di disordine mondiale cui stiamo assistendo non si potrà porre freno se non rinforzando ulteriormente il raggio d'azione della logica nonviolenta, il cui obiettivo finale dovrà essere la radicale trasformazione dei nostri (occidentali e ricchi) modelli di consumo e di spreco. Alla luce della fondamentale consonanza ideale e morale in cui mi trovo con questa impostazione, ritengo che l'analisi di Sai io meriti qualche approfondimento, rivolto ad affinare l'intero argomento. Molto opportunamente egli introduce la sua analisi con una rassegna delle interpretazioni dell'Ottantanove (ne raccoglie 11 - una tabella a p. 8 le riassume), tra le quali assegna la maggior capacità (non soltanto in quanto interpretazione, ma addirittura come soggettività storica) a quella di V. Havel, la cui elezione alla presidenza della Repubblica (allora ancora tale) cecoslovacca fu il simbolo della "vita nella verità" che questi aveva vissuto, e che lo rese il migliore interprete di quel "people power" al quale il grande maestro contemporaneo della nonviolenza, J. Galtung, ha assegnato, a sua volta, tanto valore nel processo storico- sociale che ha condotto alla trasformazione dell'Ottantanove. La tesi è certo drastica; a mio modo di vedere anche un po' troppo ottimistica, o astratta, nel non tener conto che componenti di ordine politico-internazionale più vaste (come la necessaria ammissione della sconfitta da parte di Gorbaciov) abbiano determinato gli eventi - ma è pur sempre incontrovertibile che mai così grandiose trasformazioni della carta politica del mondo sono avvenute altrettanto pacificamente. Ma nessuno può nascondersi, né lo fa Sai io, che il mondo del "dopoguerra nonviolento" nel quale viviamo non è ancora mini-

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