RICONOSCENDO LEORME DICHICl HAPRECEDUTO SI VAAVANTI. F N- , CHESISCORGE INNANZI ANOIUNA Perquestoichiedeiabbonarti. Perché 1 • 1 , • , • • 1 • ,
Lev N. Tolstoj DENAROFALSO Un racconto-pamphlet sulla potenza corruttrice del denaro. Lire 12.000 Aldo Capitini LETECNICHEDELLANONVIOLENZA Lire 12.000 "Voices" GLISCRITTORIE LAPOLITICA NordeSud,EsteOvest, GuerraePace. Neparlano:Boll, Chomsky, Eco, Gordimer, Grass, Hall, Halliday, Konrad, Rushdie, Sontag, Thompson, Vonnegut. Lire 12.000 GuntherAndersIMORTI.DISCORSOSULLETREGUERRE MONDIALI. Lire 12.000 Albrecht Goes LAVITTIMA Cristiani ed Ebrei al tempo di Hitler. Lire 12.000 APROPOSITODEICOMUNISTI A. Berardinelli, G. Bettin, L. Bobbio, M. Flores, G. Fofi, P. Giacchè, G. Lemer, L. Manconi, M. Sinibaldi,con il Piccolo Manifesto di Elsa Morante. Lire 12.000 Heinrich Boli LEZIONIFRANCOFORTESI Poetica e morale, cultura e società. Lire 12.000 "Voices 2" IL DISAGIODELLAMODERNITÀ Amis, Beli, Bellow,Briefs,Castoriadis,Dahrendorf,Galtung,Gellner,Giddens, Ignatiejf, Kolakowski, Lasch, Paz, Rothschild, Taylor, Touraine, Wallerstein. Lire 12.000 Amo Schmidt IL LEVIATANO seguitoda TINAO DELLA IMMORTALITÀ. A cura di Maria Teresa Manda/ari. Lire 12.000 Francesco Ciafaloni KANTE I PASTORI Identità e memoria, campagna e città, ieri e oggi, Italia e America, destra e sinistra. Lire 12.000 UNLINGUAGGIOUNIVERSALE Le intervistedi "Linea d'ombra" con gli scrittoridi lingua inglese: Ballard, Bames, Ishiguro, Kureishi, McEwan, Rushdie, Swift (Gran Bretagna), Banville (Irlanda), Gallant, lgnatiejf, Ondaatje (Canada), Breytenbach, Coetzee, Gordimer, Soyinka (Africa), Desai, Ghosh (India), Frame (Nuova Zelanda). Lire 15.000 VIOLENZAONONVIOLENZA Engels, Tolstoj, Gandhi, Benjarnin, Weil, Bonhoeffer, Caffi, Capitini, Fanon, Mazzolari, Arendt, Bobbio, Anders. Lire 15.000 Marco Lombardo Radice UNA CONCRETISSIMAUTOPIA Lavoropsichiatricoe politica. Lire 12.000 TRADUEOCEANI Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori statunitensi: Barth, Bellow, Carver, De Lillo, Doctorow, Ford, Gass, Highsmith, Morrison, Ozick, H. Roth, Singer, Vonnegut. Lire 15.000 Riccardo Bauer LA GUERRA NON HA FUTURO Saggi di educazione alla pace: le tattiche e le strategie, le tecniche e gli strumenti per costruire insieme un mondo meno intollerante. A cura di Arturo Colombo e Franco Mereghetti. pp.128, Lire 12.000 Salman Rushdie ILMAGODIOZ Un grande scrittore analizza e discute un classico del cinema musicale e fiabesco. pp. 96, Lire 12.000 Soren Kierkegaard BREVIARIO L'etico, l'estetico, il religioso: alle origini dell'esistenzialismo. A cura di Max Bense. pp. 96, Lire 12.000 PER ELSA MORANTE La narrativa, la poesia e le idee di uno dei maggiori scrittori del '900. Parlano: Agamben, Berardinelli, Bettin, Bompiani, D'Angeli, Ferroni, Garboli, Leonelli, Lollesgaard, Magrini, Onofri, Pontremoli, Ramondino, Rosa, Scarpa, Serpa, Sinibaldi. pp. 272, Lire 15.000 SCRITTORI PER UN SECOLO 151 fotoritratti e 104 fotografie di contesto storico e biografico a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti. pp. 338, Lire 18.000 Aldo Palazzeschi DUE IMPERI ... MANCATI. Una dura requisitoria contro la guerra, da parte di un poeta reduce dalla prima guerra mondiale. pp. 192, Lire 15.000 Diane Weill-Ménard VITA E TEMPI DI GIOVANNI PIRELLI La biografia di un intellettuale atipico: i suoi dilemmi e le sue scelte politiche e culturali. pp. 192, Lire 15.000 Gaetano Salvemini I PARTITI POLITICI MILANESI NEL SECOLO XIX. I saggi e gli interventi di un grande storico
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Segreteria di redazione: Serena Daniele Progetto grafico: Andrea Rauch Pubblicità: Miriam Corradi Amministrazione e abbonamenti: Daniela Pignatiello Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Annelisa Addolorato, Giovanna Busacca, Paola Concari, Mare Cousineau, Michele Neri, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Si ringrazia l'Ambasciata del Canada per il contributo a questo numero speciale sul Canada Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio 4 20124 Milano Tel. 02/6691 132 Fax: 6691299 Amministratori delegati: Luca Formenton, Lia Sacerdote ( Presidente) Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie POE - Via Tevere 54 - 50019 Sesto Fiorentino - Tel. 055/301371 Stampa Litouric sas - Via Rossini 30 - Trezzano SIN LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINDIA'OMBRA anno XIII ottobre 1995 numero 108 IL CONTESTO 4 Goffredo Fofi 5 Giulio Angioni 6 Oreste Pivetta 7 Francesco Ciafaloni 11 Luigi Bonanate 13 Antonella Salomoni 17 Serena Vitale 22 Igor Sibaldi SPECIALEC. ANADA 32 Anna Rita Prontera 33 Alfred Desrochers 34 Gaston Miron 34 Nico/e Brossard 35 Monique Proulx 38 Barry Callaghan 42 Alice Munro 44 David Fennario INCONTRI 50 L. Georgievski, R. Lazarov, M. Nedelkoski 64 Enza Moscato 67 Shimada Masahiko CONFRONTI 26 Alfonso Berardinelli 29 Alberto Saibene 30 Danilo Manera 58 Maria Nadotti 62 60 Geoffrey Nowell-Smith 74 INBREVE STORIE 68 Shimada Masahiko SAGGI 54 Pietro Raboni Memoria: Sergio Atzeni L'ultimo passo Rabbia e ragione Matrimonio d'interessi Media e democrazia in Italia Interpretazioni del mondo Lo spirito russo tra verità e mito L'ordine della pace Il diritto di non guardare a cura di Luigi Vaccari Tolstoj, il lottatore a cura di Serena Daniele La letteratura canadese francese "Sono un figlio decaduto" "Frammento della valle" "Sapere se l'interrogazione ..." Ritratto di fantasmi "Hogg atterrito" e altre poesie Pru Il blues di un anglofono del Québec Il kitsch politico dei balcani a cura di Danilo Manera Di teatro si vive a cura di Maria Nadotti Il messaggero dei sogni a cura di Roberta Novielli Critica e studio letterario Tra le carte di Paola Masino Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani Clockers di Spike Lee Note a margine di Recidiva ovvero per Copi I racconti imperiali di W. Somerset Maugham Letture, recensioni, segnalazioni Le orecchie del cielo Il Mediterraneo rovesciato La copertina di questo numero è di Gabriella Giandelli Abbonamento annuale: 1TALIA L. 85.000, ESTERO L. 100.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscrilli non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. 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4 RICORDODI SERGIOATZENI L'ULTIMOPASSO GoffredoFofi L'ultimo romanzo di Sergio Atzeni, Il quinto passo è l'addio, uscito pochi mesi fa presso Mondadori per cura e sollecitudine di Ernesto Ferrero, non ha avuto il riscontro che meritava.D'altronde quest'anno i libri trascurati di giovani, a fronte del successo eccessivo di altri, sono più d'uno, da quello di Veronesi a quello di Onofri. In modo icastico e con una certa ferocia, l'autore vi narrava di un sé-altro sgradevole e irritabile; vi proponeva un ritratto non edulcorato e non rosa dell'intellettuale italiano sui quaranta, della sua nevrosi e delle sue scontentezze, in un contesto in cui gli scrittori continuano a illuminarsi d'immenso a spalmarsi le piume di dolce nutella. Atzeni non era scrittore che compiacesse le mode, e neanche le persone. Aveva un carattere scontroso, era molto orgoglioso, e spesso esprimeva una sicurezza di sé che non aveva, con aggressività provocatoria. Si poteva stimarlo molto senza avere molta voglia di frequentarlo, come è capitato a me. Sergio Atzeni è morto in un assurdo incidente di mare pochi giorni fa. Non lo vedevo da molto tempo, mi ripromettevo di recensire il suo romanzo per "Linea d'ombra", positivamente così come avevo recensito i due romanzi precedenti. Ma accade che altre cose incombono e si finisce per rinviare e rinviare. Restando con la dolorosa sensazione di aver commesso un torto, di non aver fatto quella piccola cosa che avrebbe potuto far piacere a un autore FotoG. Giovannetti/ Effigie. molto notevole ma non amato dalle mode e dai meschini "poteri" letterari. Avevo conosciuto Atzeni molti anni fa in Sardegna, quando da poco era uscito da Sellerio il suo Apologo del giudice bandito, che mi era piaciuto per la sua risentita "sardità" e per la diversità dai romanzi (molto minimalisti) del tempo. Avevamo parlato di Rulfo e di Faulkner e scoperto molti amori comuni, e mi aveva dato per "Linea d'ombra" una bellissima leggenda sarda inventata o riscritta da lui. Per "Linea d'ombra" aveva tradotto, ovviamente gratis, delle cose, per esempio un lungo raccontosaggio di Victor Serge sul Messico dei vulcani e dei terremoti. Il figlio di Bakunìn, uscito ancora da Sellerio, era ancora un romanzo storico, ma stavolta di storia vicina, di storia della sinistra e di una generazione con la quale bisognava pur fare i conti, quella dei padri comunisti del secondo dopoguerra. Mi aveva colpito ancora una volta l'impronta etica, la tensione insieme morale e politica di quella narrazione, e la vivacità dell'invenzione, la capacità esemplare di elaborare percorsi romanzeschi e portare a sintesi: Aveva scritto altro, rimasto in ambito locale, e forse stava scrivendo qualcosa di nuovo. Era molto determinato nella sua vocazione e nella sua ambizione, ma non contava sulla scrittura per la sopravvivenza e si era, senza problemi, prestato nella vita amolti lavori umili di cui non si vantava e che non rinnegava, da cameriere di pizzeria a correttore di bozze, tra la Germania e Torino. Un giorno litigammo. Mi fece una mezza scenata perché avevo pubblicato non so quale vecchio scrittore che lui detestava e io amavo, una cosa un po' assurda e un po' megalomane, che mi sembrò anche richiesta d'attenzione, espressione di solitudine. Poi si rifece vivo e ci riappacificammo, dopo la mia recensione positiva al suo secondo libro, di cui avrebbe però voluto che io avessi messo in luce gli aspetti formali più che quelli "morali". Nella recensione a Il quinto passo è l'addio, un titolo sul quale sarebbe troppo facile calcare, avrei insistito invece, ancora una volta, sulla scontrosa morale che lo reggeva, così rara e sincera.
RABBIAERAGIONE GiulioAngioni Sergio Atzeni è morto giovane e in modo impressionante per acqua, di una fine che colpisce per il modo, oltre che per i quarantatre anni della vittima, che costringe i più vecchi di lui alla colpa di sentirsi sopravvissuti senza alcuna ragione. E se per la morte andiamo così tanto in cerca di spiegazioni, di cause, di ricostruzione dei modi, perfino di destini e di premonizioni, in questo caso vengono facili i paragoni con i Byron e gli Shelley o iMartin Eden,comehannofatto subito gli improvvisati coccodrilli della stampa locale. Quando l'ho saputo, io l'ho ricordato con acuta vividezza canticchiare la storiella cagliaritana di Antonineddu Lecca ch'è caduto in mare, e non hanno fatto in tempo a ripescarlo, poi è accorso Andria col suo carrettino, per trasportarlo direttamente al cimitero ... Ma mi è pure tornata in mente l'illustrazione sulla prima di copertina del suo ultimo libro, Il quinto passo è l'addio, che mostra un uomo su un approdo colpito dall'onda, com'è successo a lui fino a morirne. Così anch'io sono andato istintivamente in cerca di nessi e di sensi che abbiano funzione di spiegazioni, o quasi. Così, del mare che l'ha ucciso torna in mente che c'è tanto nel suo terzo e ultimo romanzo, che inizia con la partenza per mare del protagonista, dal porto di una Cagliari onnipresente negli scritti di Sergio Atzeni, coi capperi che pendono a ciuffi giù dai bastioni della città murata la cui visione lontana negli occhi di un contadino campidanese apre il suo primo romanzo, Apologo del giudice bandito, e nei cui misteriosi vicoli si svela e si riavvolge il mistero di un'origine individuale, di una nascita, raccontato nel romanzo di mezzo, Il figlio di Bakunìn. Sergio Atzeni infatti era lo scrittore sardo vivente che pertemi e soprattutto per stile appariva il meno rustico, il meno agropastorale, e il più contemporaneamente cittadino, borghese piccolo, e probabilmente era e resta tale per questi nostri tempi, in una Sardegna fino a ieri così povera di vita urbana. Eppure, non per civetteria filologica, dell'attività scrittoria di Sergio Atzeni, a parte le sue improbabili fatiche giornalistiche soprattutto con improbabili editori isolani, bisogna segnalare, dopo una raccolta di Fiabe sarde fatta con Rossana Copez, la pubblicazione nel 1984 di Araj Dimoniu, antica leggenda sarda, che è la sua prima opera di narrativa, figlia del suo essere stato nell'infanzia un sardo dell'interno, con una madre ostetrica condotta anche a Orgosolo, piuttosto che del suo essere stato poi un sardo di città, trasognato e irrequieto, certamente anche con aspirazioni e con progetti di carriera politica, visto che nella prima metà degli anni Settanta Sergio Atzeni è stato segretario provinciale cagliaritano della Federazione Giovanile Comunista. Io personalmente di quei tempi ricordo fin troppo bene la recensione arcigna e insoddisfatta su "L'Unità" di un m~o(primo) libro di narrativa nel 1978, che fa il paio dieci anni dopo con un'altra recensione altrettanto arcigna e scontenta del mio primo romanzo maltrattato insieme con Procedura di Mannuzzu proprio qui su "Linea d'ombra", nel 1988, quando Atzeni aveva già lasciato la Sardegna e tutto il resto dei suoi legami personali, abbandonandosi al disagio e al gusto di essere un precario da antica bohème, uno che vive in una vecchia soffitta malsana, una pecora nera, che assomiglia al Ruggero Gunale de Il quinto passo è l'addio, sempre in fuga da tutto e da se stesso, e che sceglie ed è costretto a vivere, lui il reale Sergio Atzeni, dei proventi di uno dei più precari mestieri non manuali in Italia, il traduttore e corre.ttore di bozze. Sì, Sergio Atzeni assomigliava a quel suo sconclusionato Ruggero Gunale, col disagio di essere un marginale alla maniera metropolitana odierna, ma anche con l'essere un isolano che vuole fuggire e poi fugge senza riuscire ovviamente a fuggire da se stesso. Siccome era chiaro che a farlo scontento del lavoro di Mannuzzu e mio era soprattutto il nostro modo di "parlar di Sardegna", mi sono chiesto spesso quale fosse il suo modo di essere sardo e di sentire la sua sardità, che lo spingeva a esprimere un disaccordo così netto, perché non basta la risposta scontata sui vizi dei "letterati" o quella secondo cui da sardi abbiamo il bisogno incoercibile di beccarci tra noi, pocos, locos y mal unidos. Continuerò a chiedermelo: mi servirà, anche per cercare di capire più in generale qualcuno dei disagi odierni di stare al mondo non solo da queste parti. Ma uno scrittore scomparso può e deve essere mantenuto in vita dai suoi scritti, altrimenti lui stesso avrebbe fatto altro per non morire del tutto. E dunque chi vuole dare a Sergio Atzeni una mano nell'impresa postuma di sopravvivere deve fare in modo che i suoi libri restino vivaci quanto meritano. Non per niente Sergio Atzeni, diversamente dal suo Ruggero Gunale emarginato per destino o per vocazione, un progetto l'aveva e lo ha realizzato per quanto il suo tempo di vita glielo ha consentito: la scrittura artistica, tanto che è a questo progetto che ha sacrificato più o meno lucidamente quasi tutto il resto, facendosi anche del male, con ruvidità e risentimenti da sardo antico sotto la vernice di quella cosa confusa che chiamano cultura del rock e della droga, o giovanile, per non sapere come simbolizzarla meglio e complessivamente, ma che soprattutto vorrebbe forse alludere ali' emarginazione in un'epoca dove tra l'altro pare che si sia ancora adolescenti a quarant'anni: tutto un pasticcio nebuloso e doloroso che ci appare a tratti e a flash nell'ultimo romanzo smozzicato di Atzeni. Poco fortunato, finora. Forse perché risulta al grande pubblico già un po' fuori moda, mentre tengono banco altri modi troppo meno aspri e meno sciroccati di rappresentare letterariamente emarginazioni e decadenze, come per (scontato) esempio alla maniera della Tamaro e della Di Lascia (già, perché anche loro fanno questo, ma inserendosi con più agio, forse femminile, nell'ovvio flusso del senso comune e della morale corrente da secoli secondo cui, tagliando molto all'ingrosso, l'istinto è bene e la ragione è male), o con le scanzonate deformazioni e gli allegri orrori di un Benni o di un Maggiani. Anche Atzeni, con questo suo Gunale fallito rampollo laureato della minuscola borghesia urbana sarda, deforma ed esagera, nel suo modo scabro, usa gerghi rocchettari e tossici, non ha gentilezze o spaventi muliebri e nemmeno allegrieceltoitaliche, dice di sterco e sperma e sangue e sudore e scaracchi e cattivi odori e pessimi sapori, patatine e pecorino, cocacola e cannonau, maestrale e scarsa pioggia con sabbia di deserti africani, mima tristi arrapamenti e descrive più tristi abbandoni, con solo lontani e straniti echi di speranza: "Trentacinque anni spesi male, senza l'ombra di un mestiere in mano. Un milione e quattrocentomila in tasca. Dove andiamo? A far cosa?". Che cosa gli aveva fatto la vita?
6 STORIED'ITALIA MATRIMONIO D'INTERESSI PATERNALISEMDITTATURE OrestePivetta Non dei dossier di Bettino Craxi, non delle telefonate tra Hammamet e l'Italia in cui si dice che "questo qui è uno proprio fidato", di un giudice si tratta, che dovrebbe essere campione di indipendenza; non della atomica di Mururoa, prova di forza del mediocre Chirac e dei suoi affaristi-militari, ma di un matrimonio vorremmo parlare. È un argomento inflazionato, questo è vero. Mi pare che unadellepiùcospicue preoccupazioni della stampa nazionale sia quella di ricostruire l'affidabilità matrimoniale degli italiani, che si sposano, divorziano, convivono, si separano, ma infine sirisposano. Il travaglio è lungo, la conclusione è felice. E soprattutto rassicurante, perché l'ordine è rassicurante. In quel "sì" pronunciato con il sorriso di chi si perde nei cieli alti e sereni della felicità s'ascolta il calmo sciabordio del mare sulla chiglia della barca che attracca al porto della stabilità. Poi, leggetela come volete questa stabilità, ma è difficile negare che stabilizzandosi in quel verso si rivolga la mente per altri versi, in direzione di altri tipi di stabilità, un "metter radici" che pretende che nulla o pochissimo cambi e che il cambiamento sia sommamente lento. Direte che anche i rivoluzionari si sono sposati, ma non c'è nessuno quanto il rivoluzionario che abbia vocazione per la stabilità, che miri con tutti i mezzi a stabilizzare la stabilità, come si mostra in tutti i regimi rivoluzionari di questo mondo, che sono stati e che rimangono in alcuni casi immobili più che stabili. Però, dopo questa premessa, vengo al punto, perché di un matrimonio intanto volevo dire, di un matrimonio di cui si è scritto molto, ma non abbastanza. Aggiungiamo le nostre righe. Mi riferisco al matrimonio televisivo Gori-Parodi, che ha tutte le caratteristiche per rappresentare "il matrimonio ideale". I due, come si sa, sono lui direttore di Canale 5, lei giornalista del Tg5, sono belli, giovani e ricchi, hanno molti amici, sono stati festeggiati da centinaia di amici, i quali hanno potuto ammirare la coppia e una torta nuziale speciale, due "enormi cuori rosa" di zucchero. La televisione nazionale ha tentato varie volte di sondare l'istituzione matrimoniale, verificandone la solidità, come si potrebbe dire, in corpore vili, trascinando cioè davanti alle telecamere i casi umani: feste di nozze, freschi sposi, parenti assatanati di brindisi, ma anche lacerazioni, conflitti, divisioni, tutti protagonisti recitanti e replicanti presunte liti di famiglia, dove il buonismo televisivo (non quello di Veltroni, scusate, ma quello di Berlusconi) mirava a moltiplicare la felicità o almeno a sedare le risse per ricondurre nel solco anche i più intransigenti. Le nozze Gori-Parodi hanno, rispetto alle altre, qualcosa di più: sono una sintesi tra realtà e fiction, sono il mezzo e il messaggio. Pare che sia tutto per amore, così è, ma tutto corrisponde a una strategia televisiva,che il presidente dellaFininvestSilvio Berlusconi ha svelato, accampando per sé il merito della festa e spiegando che questa volta il virtuale è reale. Diceva Berlusconi infatti: "Sono stato io l'artefice di questo matrimonio. Ho voluto io Cristina Parodi al Tg5 e così lei ha incontrato Giorgio Gori. Sono convinto che questo matrimonio funzionerà. Del resto ho molte unioni felici sulla coscienza". Non la sua, ma per insegnare agli altri si deve pure incappare in qualche amara esperienza. Anche con il governo andò così. Solo non vorrei che la bella unione tra il signor e la signora Gori facesse la fine del milione di posti di lavoro promessi dal lider maximo. La coppia Gori non ha colpe se non quella della complicità, che può essere reato assai grave. Vedremo come reagiranno. Per ora tacciono, malgrado la gravità delle affermazioni del presidente, che fin dal primo rigo non smentisce una pericolosa concezione della vita, del matrimonio, delle responsabilità individuali e infine, per quanto ci riguarda, della politica. "Sono io l'artefice di questo matrimonio". Immagino l'ometto che si alza sui tacchi, gonfia il petto, inalbera la preservata chioma e pronuncia la frase fatale, che è poi una frase universale, che viene dopo, in consequenzialità, l'altra, ormai consegnata alla storia: "Lasciateci lavorare". Siamo, anche in sede matrimoniale, nel pieno dei revival, dell'aspirazione dittatoriale e della megalomania patologica di chi vorrebbe, se potesse, farsi insieme Papa e Re, governare le anime e i corpi, sanare il dissidio tra i poteri del cielo e della terra. Rivolgendo gli occhi a quest'ultima, ovvero a un infimo pezzetto della stessa a forma di stivale, se chiedete a qualcuno che cosa sia cambiato, vi risponderà: "Nulla". Pervicacemente rimaniamo avvinti ai quadretti di un'età imprecisata, che si ripete nelle comparse all'infinito, un'età che va ben oltre il 27 marzo 1994 e oltre le sceneggiate di circostanza. Diversi sono gli attori, ma il tono e il "fondo" sono quelli di un paese che nella stragrande maggioranza non vuol cambiare nulla e che per non cambiare nulla s'è persino fidato di Berlusconi, dopo essersi fidato di Mussolini e di Andreotti. Per questo, anche chi vorrebbe reagire, schiacciato dall'immobilità e dalla leggerezza delle minoranze, spera nel matrimonio e nei figli. C'è un grande vuoto nei nostri cuori. Dobbiamo riempirlo. Il vuoto ha trovato un interprete e uno sfruttatore nel venditore di placebo di Arcore e ha misurato il silenzio della cosiddetta sinistra, quella sommersa che è l'unica poi vitale, e quella emersa, dal signor Ripa di Meana che ricatta forte del suo O,... per cento al signor D' Alema, incapace di guardare oltre le schermaglie di schieramento.D'altra parte fa quello che gli hanno insegnato. Si dirà che il centrosinistra mantiene tuttavia la sua forza e che il venditore, continuando a strillare "mi rubano la televisione, mi rubano la televisione", è ormai inviso - si narra - al Polo e avrà i giorni contati. Ma dopo di lui verrà Fini, che è uno che sprizza nostalgia e manganelli da tutti i pori, malgrado l'attitudine alle pratiche cosmetiche. Però siamo da capo, ancora peggio del solito ritornello, e qualcosa, questo girare intorno alla meta, dovrà significare: dovrà significare che al di là degli scadenti interpreti in primo piano, un primo piano che poi fa tutt'uno con la passerella di Costanzo o con il salotto di Rispoli, la corruzione sta sul fondo, corrode e mortifica, chiude gli orizzonti nei personalismi, negli individualismi, negli egoismi, cultura delle apparenze e cultura gattopardesca; che accetta tutto perché nulla cambi (la corsa al centro intrapresa da tutte o quasi le forze politiche non si vince in fondo garantendo l'immobilità?), che invoca capiclan più che leader politici (come i piloti che entrano nel consiglio d'amministrazione dell' Alitalia non per migliorare i voli ma per proteggere e sveltire le carriere). C'è una bella espressione di Hannah Arendt che definisce il padre di famiglia "dittatore" e la famiglia luogo dei conformismi, della routine, di un comportamento protetto dalle forme e dalle consuetudini. Paradosso forse, ma lamafia o la camorra o la P2 sono state e sono famiglie di primordine nella società italiana, ben frequentate peraltro, come potrebbe dimostrare il processo Andreotti. Hanno molto pagato e sono un modello e una difesa contro la politica, non quella di Hannah Arendt, esercizio alto di libertà e di responsabilità, ma quella travolta dalle tangenti, dal qualunquismo della destra e dai vuoti della nostra sinistra. Niente di strano se il venditore di Arcore continua a combinare matrimoni e a mettere in piedi famiglie.
FINESECOLO 7 I NOMI, LEIMMAGINI, LECOSE L'INFLUENZA DEIMEDIASULLACULTURA ELADEMOCRAZIAN ITALIA FrancescoCiafaloni Si sono moltiplicate negli ultimi anni le analisi sul sistema dei mezzi di comunicazione e sulla sua influenza sulla società, sulla politica, sul comportamento e sulla personalità individuale. In Italia la discussione è più accesa per il controllo quasi totale della televisione privata da parte di Silvio Berlusconi, che, soprattutto attraverso le sue reti, è riuscito a creare in pochi mesi un raggruppamento politico, poi rivelatosi fragile, che ha vinto le elezioni del 27 marzo del 1994. Ma i terni, i problemi, i criteri, sono più generali. Molte delle possibili degenerazioni del sistema delle comunicazioni che ci colpiscono e sono, per qualche aspetto, di per sé evidenti in Italia, esistono però anche nei paesi centrali del mondo, hanno già prodotto effetti culturali e politici, hanno trovato un'eco alta (e allarmata) nella stessa narrativa per immagini. Si pensi, fatte le debite differenze di livello, a Citizen Kane (Quarto potere) e Network (Quinto potere), rispettivamente sull'impero giornalistico di Hearst e sulla degenerazione politica e criminale della capacità che dirigenti di reti e conduttori hanno di influire sui comportamenti, anche politici, del pubblico. La letteratura internazionale sul problema è sterminata e specifica (almeno da MacLuhan in poi). I testi che ho segnalato e che brevemente riassumo non sono certo i soli usciti in Italia di recente, anche tralasciando le analisi che trattano solo della resistibile ascesa di Silvio Berlusconi (si pensi a Comunicazione e identità di Giuseppe Mantovani e a Essere digitali, di Nicholas Negroponte, su cui c'è stata una recente discussione di Furio Colombo e Luciano Gallino su "La Stampa" e su "Repubblica", o agli inserti di riviste come quelli di "Reset" con scritti anche di Karl Popper). I testi citati sono solo quelli che, a mio avviso, sia pure con una considerevole differenza di valutazione (più ottimistica quella di Ithiel de Sola Pool e Peppino Ortoleva, più pessimistica o critica quella di Alberto Papuzzi e Furio Colombo) forniscono un quadro generale ampio, coerente, da cui si può partire. I testi I testi proposti sono diversi anche nei fini e non solo nelle tesi, anche se si può dire che appartengono a un'area culturale e politica, grosso modo, simile. Mediastoria è uno schema di storia delle comunicazioni di massa soprattutto nell'ultimo secolo e mezzo, in una prospettiva molto ampia, che aspira a essere anche, in quanto la comunicazione è costitutiva delle società di massa, tendenzialmente, un contributo alla storia culturale generale, soprattutto dell'ultimo secolo o, addirittura, un'antropologia storica. Ai capitoli di storia della comunicazione nella società industriale, fondata sullo stretto intreccio tra sviluppo tecnico e successo sociale e di mercato (intreccio e non dipendenza) e a quelli sul caso italiano, con le sue sfasature, seguono capitoli di andamento non cronologico sul cambiamento del senso della morte e del lutto in occidente con il dominio dei media, sullo sviluppo generale dell'economia e della produzione, che rientrano piuttosto nella storia delle mentalità o nell'antropologia storica. Il quadro di Ortoleva è più ottimistico che allarmato; più di adesione che di critica. È vero che, giustamente, si sostiene, come già faceva notare Veblen all'inizio del secolo, che non c'è nessuna virtù assoluta nelle tecnologie vincenti, che spesso non vince la tecnologia migliore, nel senso di più efficiente, più capace di sviluppi, più utile, più adeguata agli esseri umani (per citare Wiener), ma quella che ha successo di mercato in quel momento, e che perciò determina irreversibilmente gli standard e le caratteristiche del sistema. Però alla fine, per usare una vecchia citazione, dio riconosce i suoi. Non sempre ciò che è stato programmato dalle aziende va nel senso da loro voluto. Non sempre ciò che doveva funzionare dall'alto verso il basso resta effettivamente uno strumento di controllo gerarchico (le radio libere, il moltiplicarsi dei mezzi di trasmissione, trasformano la funzione della radio). Gli uomini del resto macinano le tecnologie che usano; la società se ne appropria, al di là delle intenzioni dei poteri politici ed economici e della volontà dei tecnici. È vero che sparisce nel gran mare della comuntcazione il controllo di realtà; che l'opinione pubblica non viene più concepita (sostiene l'autore) come le opinioni presenti, ed espresse, nella società civile, di cui i giornalisti, di tutti i sistemi di comunicazione, si fanno interpreti (che sarebbe la concezione ottocentesca della pubblica opinione) ma appunto questo restituisce a tutti la possibilità di muoversi nel gran mare della comunicazione, di avere idee anche inconsce, che opportuni tecnici possono aiutare a rendere consapevoli. Si potrebbe dire che i media restituiscono alla società la propria globale capacità di pensare, immaginare, sognare. Nel senso di Orto leva si potrebbe dire che Papuzzi (Manuale del giornalista), che del sistema delle comunicazioni ha conosciuto dal]' interno almeno tre aspetti - i giornali ("Gazzetta del popolo" e "Stampa"), le riviste ("L'Indice"), e l'editoria (Einaudi) - può essere contato nel numero degli ottocenteschi. La stampa, alla fine, rispecchia e non può che rispecchiare, l'opinione pubblica. Se non proprio quella espressa e da rappresentare, certo quella che pensa chiaramente e s'ceglie sul mercato consapevolmente, determinando perciò il successo e l'insuccesso delle scelte editoriali e quindi anche le linee editoriali possibili e il tipo di giornale che materialmente può essere fatto. Il manuale, però, proprio perchè corrisponde al nome, per l'abbondanza di particolari sul lavoro del giornalista,è straordinariamente fertile di possibili sviluppi pratici e critici. Il giornalista, il direttore, possono e devono scegliere, nell' ambito delle possibilità che gli si offrono, le tecniche, lo stile, il modo del controllo delle fonti, di rispetto della riservatezza, che gli consentono di dare un quadro, il suo quadro, rispettoso della realtà. Papuzzi (che è stato autore di libri inchiesta di un certo rilievo, da quello su Edgardo Sogno a Portami su quello che canta sui manicomi prima dell'apertura) ci ricorda un suo scritto giovanile in cui sosteneva la necessità di sostituire il criterio della onestà a quello della oggettività, intesa come impersonalità, uso delle fonti ufficiali, senza dichiarare un punto di vista. Il massimo di rispetto della realtà si può ottenere invece proprio dichiarando la propria presenza, i limiti necessari del proprio sguardo e della propria possibilità di riferire, come nel caso della cronica di Indro Montanelli sulla battaglia di Budapest, nel novembre del '56, o in quello di Giulietto Chiesa che racconta fedelmente (con qualche omissione, come vedremo in seguito) il controllo fatto sull'originale della lettera di Togliatti sugli alpini, pubblicata in forma alterata da Andreucci. Apprezzo le puntuali sottolineature di differenza di stile, di uso delle fonti, di costruzione, che riconducono, nel quadro generale naturalmente, quello dell'informazione a un problema di scelte, di
8 FINESECOLO/CIAFALONI lavoro, di mezzi, e non alla sola bizzarria dello spirito del tempo. Il libro di de Sola Pool (Tecnologie di libertà) affronta anche le nuove tecnologie, viste più come una potenzialità che come un pericolo, come ben si capisce dal titolo, dal punto di vista della difesa della libertà di parola. Vengono ben descritti i rischi di prevaricazione, di violazione della riservatezza, di offesa al buon nome, ai principi, alle fedi, tutti accresciuti dalla potenza della tecnologia e dal peso economico delle grandi aziende che dominano il mercato. Si tratta però, come sempre, di trovare il giusto equilibrio tra due diritti, quello di parola e quello del rispetto della sfera individuale, sempre potenzialmente in conflitto. La soluzione sta nello scegliere la strada adeguata. Naturalmente quelli che scelgono sono soggetti forti: laCorte suprema, igiudici, le giurie dei processi importanti che fanno'giurisprudenza. Ma lo fanno nel quadro dell'opinione pubblica, cambiando, anche pericolosamente, punto di equilibrio, ma sempre, finché la democrazia regge, in maniera abbastanza controllata. Il libro di Furio Colombo (Ultime notizie sul giornalismo) è quello che affronta più direttamente e più profondamente i problemi di una possibile deriva antidemocratica e manipolatoria dei media. Può sembrare strano che un giornalista e scrittore di successo, che non ha avuto simpatie estreme, sia oggi il più preoccupato, senza esagerare, di possibili involuzioni. Ma la conoscenza dall'interno aiuta molto a vedere le vere e proprie truffe che si si realizzano attraverso il meccanismo del rilancio di notizie incontrollate di fonte presunta oggettiva, o scientifica, o ufficiale (e qui siamo esattamente in accordo con la tesi di Papuzzi). In particolare è perfettamente vero che la notizia di fonte scientifica, se presa come la risposta di un oracolo e non come un'affermazione vera perché falsificabile, controllabile, limitata e con un margine di errore, è la più pericolosa. Ci sono eccezioni naturalmente; e Furio Colombo fa benissimo a citare l'inserto scientifico della "Stampa", che in Italia sembra veramente tra lepiù controllate, fuori dall'ambito delle poche riviste quasi specialistiche. Alcuni casi sono noti anche da altre fonti: quello di The Beli Curve, in cui si sostiene la determinazione genetica del quoziente di intelligenza sulla base di fonti stroncate in sede specialistica e pubblicate su organi di stampa marcatamente razzisti, almeno ali' origine come il "Mankind Quarterly", è noto per la stroncatura sulla "New York Review of Books", debitamente citata. Altri sono ignoti. L'effetto complessivo è certo impressionante, soprattutto per la enormità dei rimedi necessari per raggiungere un nuovo equilibrio, quando si intravedono dei rimedi. Può sembrare ecessivo, almeno a chi, come me, non percepisca ancora la pressione delle autostrade elettroniche, o dell'uso di schermi giganti, o delle possibili convergenze monopolistiche e dell'uso politico manipolatorio che se ne può fare. Ma certo Furio Colombo non è proprio solo se l 'Economist esprime preoccupazioni analoghe nel numero del 17-23 giugno, col titolo di copertina The future of democracy. Il grande fratello può arrivare davvero, anche se non nella miseria, come pensava Orwell ma nella società dei consumi, come sosteneva The brave new world. Tesi, problemi e proposte. 1. La discussione sul sistema delle comunicazioni, immensamente varia, flessibile e relativa se condotta in sé, ha almeno due punti solidi, che pongono problemi seri, inevitabili, rigidi, non relativi:il funzionamento della democrazia e il rispetto dei diritti dell'uomo; il controllo di realtà. Di lì non si scappa, neppure con una lode a tutto campo della democrazia, che resta il migliore dei sistemi possibili, o con il solito richiamo alla inesistenza di un reale non concettualizzato e quindi della relatività di ogni descrizione. Verissima l'una e l'altra cosa. Ma la democrazia, per corrispondere alla sua definizione e non cadere in una delle due patologie già indicate da Tocqueville, la demagogia e l'atomizzazione, ha bisogno di individui istruiti adeguatamente, capaci di giudizio critico autonomo, capaci di scegliere e interessati a scegliere. E la realtà sarà ben indescrivibile senza un sistema concettuale, ma, dato il sistema concettuale, non è alterabile a volontà per forza d'immagine e d'immaginazione o di volontà. Ieri un analfabeta in senso stretto poteva ben conoscere la sua locale porzione di mondo e, nell'ambito delle istituzioni politiche di ieri, con i limiti delle manipolazioni politiche di ieri (dalle madonne che piangono ai partiti totalitari), perfettamente capace di giudizio autonomo. Oggi non solo quello stesso analfabeta, perduto in una caotica periferia urbana e senza le istituzioni politiche di ieri può essere completamente morto alla democrazia, ma può diventare morto alla democrazia anche I' alfabeta che non legga o legga poco, che non sia in grado di decifrare consapevolmente, attivamente, criticamente, il grande flusso di comunicazioni che gli viene indirizzato. Può essere morto anche alla esperienza e alla conoscenza. Le discussioni ascoltate in tram durante la crisi di Cernobyl, che resta uno dei punti più bassi (in generale, e con notevoli eccezioni) della comunicazione degli ultimi anni, erano semplicemente umilianti. Nulla di diverso dalla peste manzoniana, con aggiunta possibile di Colonna infame. 2. L'evoluzione del sistema delle comunicazioni impone, se si vuole difendere la democrazia e la conoscenza scientifica, compiti e vincoli ad altri settori del sistema sociale. La scuola non può continuare a ignorare di fatto, almeno in questo paese, l'educazione alla costituzione. Almeno questo, in uno stato liberale, è dovuto. E anche l'educazione all'uso dei mezzi non solo scritti e non solo su carta che di fatto sono la forma normale della comunicazione contemporanea. È vero che la scuola è essa stessa esclusa dalla informazione contemporanea. Ma qui non si tratta di informatizzare l'insegnamento (che pure è necessario, almeno in qualche settore) ma di formare alla comprensione critica dei testi scritti e non scritti. Altrimenti i richiami dei nostri testi alti ("fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e conoscenza") sono destinati a trasformarsi, se già non lo sono, in vuota retorica. Il sistema giudiziario non può continuare ad avere i•tempidi una società agraria, tempi di decenni, se il mondo della comunicazione che fa e disfa la fama degli uomi.ni, crea e distrugge una notizia in mezza giornata. Non si può né escludere dall'ambito della comunicazione la sentenza del giudice o la decisione del Pubblico ministero, anch'essa controllata dal giudice, o la notizia di reato. Ma non si può aspettare secoli che la decisione del giudice assuma forma definitiva. Altrimenti la voce incontrollata, il pettegolezzo, il sentito dire, assumono, come stanno assumendo, valore di realtà. Come è già avvenuto per i risultati elettorali che di fatto non vengono più commentati perché il commento si fa sui sondaggi. Neppure i clamorosi errori delle ultime amministrative hanno impedito che il commento ai risultati dei referendum si facesse sui sondaggi e sugli exit-poll, perché chi trasmette non può attendere. Questo vuol dire che bisogna rendere rapidi i conteggi, anche cambiando la forma tecnica del voto (non la democrazia elettronica o il governo in diretta ma semplicemente un sistema controllato di voto per i rappresentanti con leve o tasti anzichè carta e matita; e con un bel programma che renda noti i risultati quasi in tempo reale). 3. Esiste probabilmente una specificità della informazione per immagini. Ed anche una differenza culturale profonda anche in ambito europeo, e con differenze da un secolo all'altro nella produzione e nella percezione delle immagini. Si pensi al libro di
Svetlana Alpers Rappresentare la realtà e ai pittori olandesi che sulle colonne delle chiese che affrescavano disegnavano il loro punto di vista e alla profonda differenza rispetto al rinascimento italiano o, nello stesso ambito culturale, a Rembrandt e alla sua bottega. Si rifletta anche sulle osservazioni di Furio Colombo sulla differenza tra la fotografia, che, per la sua stessa staticità, unicità o selezione, discontinuità, differimento temporale, dichiara un punto di vista, un codice, la necessità di una informazione ulteriore, e la televisione che, per sua stessa natura, la continuità, la contemporaneità, la presenza in casa, si pone come più vera del vero, come l'occhio di dio o l'angelo registratore proposto da qualche metodologo delle scienze sociali come espediente metodologico. È vero che la fotografia può mentire. Abbiamo letto che alcune delle foto emblematiche della nostra adolescenza (viste per la prima volta nell'adolescenza) come il miliziano colpito della guerra di Spagna di RobertCapa, o i soldati russi e le bandiere rosse sulla porta di Brandeburgo, o l'alzabandiera dei marines alwo Jima, erano dei falsi, nel senso che non ritraevano un vero caduto, o il vero arrivo dei russi o il vero alzabandiera ma una replica o una finzione organizzata dal fotografo, che erano quadri, in sostanza non istantanee. Ma il trucco stava nell'informazione esplicativa. Tutti sanno che una fotografia è illegibile come documento se non è corredata da una data, da un luogo, dalla descrizione di circostanze. Altrimenti si è affidati a criteri stilistici e indiziari come nella lettura di un dipinto. Con la televisione, che sembra più vera del vero, si pensa di non aver bisogno di un commento. Anche se la televisione italiana pubblica e privata trascura abitualmente di distinguere tra riprese contemporanee e di repertorio, tra scene pertinenti e accostamenti discrezionali. Anche solo il rispetto della pertinenza e l'obbligo di scrivere la data, il luogo, la provenienza sulle immagini in movimento potrebbero aiutare una lettura consapevole. Così com'è adesso l'immagiFINESECOLO/ CIAFALONI 9 l ~; 1 \ .) l ne presunta documentaria è peggio di un docudrama, di cui almeno si dicono gli attori, chiarendo che si tratta di una rappresentazione, o di un videoclip, il cui codice deformante e accelerato si preseenta da sè. Le immagini diventano la illustrazione di uno stato d'animo che si vuole produrre nello spettatore. I morti sventrati per generare orrore, i bambini affamati per generare pietà, i violenti che aggrediscono per generare odio. Che poi gli sventrati siano stati sventrati vivi o morti (come nel caso, ricordato da Colombo, della rivolta in Romania), che i morti siano di quella occasione lì o di un'altra, diventa secondario. È possibile che ci sia un rischio intrinseco di minor distanza critica nella comunicazione visiva o audiovisiva (cara, non per nulla, ai demagoghi, anche storici, da Cola di Rienzo in giù). Non resta che difendere lo spettatore, come lo si difende mettendo il peso e gli ingredienti e il prezzo sulle confezioni dei prodotti in scatola. 4. Troppi giovani giornalisti, anche bravi, sembrano aver accettato la spettacolarizzazione dell'informazione come una ineludibile necessità di sistema. È una nuova forma della comunicazione; non ci si può fare nulla. Come non si può fare nulla sulla necessità di non lasciare buchi, di costruire le interviste che non sono state concesse, di riferire i commenti ai commenti ad altri commenti. O di classificare i commenti con una qualche criterio, per gruppi, per credo politico, illudendo il lettore di avere un quadro mentre gli si dà solo l'appiatti mento di tutto, classificando, come se fossero omogenee·le opinioni dei massimi esperti di un settore, autori di studi, con anni di esperienza e riscontri fattuali e quelle dell'ultimo passante. Chi entra nella scatola sonora viene fatto parlare e classificato. Credo che questo modo di procedere, nato, temo, all'Espresso, abbia alterato il modo della discussione. Ci sono studenti alle soglie della laurea che rispondono ad ogni contestatione fattuale di docenti
10 FINESECOLO/CIAFALONI seri con l'insuperabile "ma io la penso così". Purtroppo, o per fortuna, non tutto è opinione e non tutte le opinioni hanno lo stesso peso. Le opinioni, almeno in determinate circostanze, vanno pesate; come Cuccia diceva di fare con le azioni. L'unico caso in cui le opinioni sono davvero uguali sono le elezioni e i referendum in democrazia. È perciò importante il criterio dell'onestà, sostenuto da Papuzzi e, con altre parole, da Colombo. Per produrre informazione non basta far rimbalzare la palla, dare gli echi degli echi degli echi. 5. Non esiste una bacchetta magica o un demiurgo o una legge o un governo che possano risolvere i problemi di democrazia e conoscenza nel sistema dell'informazione. Anche se forse i (bravissimi) direttori dei maggiori quotidiani italiani sono un po' troppo sicuri e compiaciuti di sé quando parlano del giornale italiano, ibrido tra giornale di qualità e giornale ad alta tiratura, è vero che non si può fermare il treno con le mani e pretendere di rinunciare a tutti gli specchietti e i luccichii per cui molti leggono ciò che leggono. Non tutti sono interessati agli approfondimenti, alle riprese, alle conclusioni delle storie avventate e un po' inventate (vedi ancora Colombo, come nasce e come muore una notizia). Non tutti sono interessati alle norme e metodi della rilevazione senza i quali i numeri non hanno senso. Né si può affidare la qualità a un controllo corporativo, cioè alla istituzione o all'irrigidimento degli ordini, come ha proposto, prossimo alla morte, Karl Popper, travolto dalla preoccupazione e un po' in contraddizione con tutta la sua vita. Il controllo corporativo ha senso quando si è formato, perragioni storiche, per caso, un processo di selezione positiva e quando un nuovo corpo di professionisti clamorosamente riesce meglio di chi svolgeva prima la stessa funzione o una funzione analoga. Se la IPERBOREA DAL NORD LA LUCE KnutHamsun I 1111; (òu~ufs!ion LarsGustafsson SOTTOLA STORIA STORIA SOTTO LASTELLA STELLA CONCANE CONCANE D'AUTUNNO D'AUTUNNO pp.264-Lire26.000 pp. 168-L. 20.000 Costruitacomeun PremioNobel nel giallo,conlasuspen1920,KnutHamsun sebrillantemente teapreconquestoro- nuta, la riflessione manzo,primapane moraledi Gustafsdellacosìdetta"tri- sonsullanostracivillogiadelviandante", tà diventain questo lafasepiùstruggente ultimoromanzoun e riflessivadellasua potente,intrigante parabolacreativa. thrilleresistenziale. Mik,\X'~hari MikaWaltari Cc:rharJ Ourl.chcr GerhardDurlacher FINE STRISCE FINE VANBROOKLYN NELCIELO VANBROOKLYN pp.120-Lire16.000 pp.140-Lire18.000 L'ironicoautoritrat- Sulcostantesfondo to delloscrittoreda dellaStori~,confregiovanepresoailac- quentiriferimentia ci di unafatalepas- studiefilmati,unrosioneper la bellae manzo-ricordosulla capricciosaFine,la- realtàdeilagercome sciatrapelarelama- punto di partenza linconiadi unavita per chiedersi un soloallorarealmente coinvolgentèe covissutae amata. sciente"perché". Via Palestro, 22 - 20121 Milano - Tel. (02) 781458 Fax (02) 798919 medicina scientifica guarisce, allora esami rigorosi e un ordine possono difendere i pazienti dai ciarlatani. Ma se il mondo è pieno di ciarlatani chiuderli in un ordine non fa che perpetuare la ciarlataneria. Il presidente naturale dell'ordine degli operatori televisivi in Italia è Silvio Berlusconi. Il modo di uscire dal circolo vizioso che talvolta può prodursi nel mercato (la moneta cattiva scaccia la buona) può essere, oltre alle regole, allo sforzo costante dei giornalisti di rispettarle, alla migliore formazione dei cittadini, la sovrabbondanza, la complessità, la stratificazione (purché gli strati non si rivelino costanti e stagni). Se i moltissimi continuano a scegliere lo spettacolo e l'informazione spettacolo, ci deve essere una offerta, pubblica se necessario, anche per chi vuole vederci più chiaro; ci deve essere l'accesso facile ai canali e alle fonti estere. La possibilità di informarsi facilmente per chi vuole, anche se chi vuole non è in maggioranza, può produrre una opinione pubblica critica. Accanto alle pagine scientifiche dei giornali ci devono essere, nella stessa lingua, le. riviste di alta divulgazione scientifica o di critica della scienza. Se, con uno sforzo modesto, l'approfondimento e il completamento si trovano, il sistema può faticosamente autocontrollarsi. Se per controllare ci vuole la ricerca autonoma delle fonti, senza che poi nessuno, oltre l'interessato, se ne faccia nulla, allora uno riesce a controllare due o tre cose nella vita. Poi muore. Per chiarire riprenderei il caso di Andreucci e del presunto disprezzo di Togliatti per la vita degli alpini italiani. Ho detto che per la verità anche il quadro di Giulietto Chiesa non era completo. Chiesa aveva letto sul fascicolo che conteneva l'originale della lettera un altro nome oltre quello di Andreucci, scritto in cirillico, mentre Andreucci non scrive il cirillico e quindi non di suo pugno, anche il nome di un giornalista di "Repubblica". Non lo aveva POPOLARE NETWORK: ABBIAMO VOLUTO LA BICI! 93,7 Firen1.e, Crmtromdio 95,4 Brescia, Rndio Brescia f'o/>olnre 96,3 Bologna, Rndio Città del Cnpo 96,05 Conegliano, Treviso, Radio Bnsc 81 97,7 Roma, Radio Citlà Futum :~::; M;l,no, RndfoPopoln,e 102,9 Genova, Rndio GenotJGPopolare 104 Veron~. Rndio Popolare Venmn 104,6 Mantoya 106,3 Vare:.e 107,6 Milano, Pavia, A1essandria, Novara, Vercelli 107,7 Brescia, Bergamo 107 ,8 Como, Cremona, Lecco 107,9 Bergamo ... e a furia di pedalare tra tante verità scomode, sia1no diventati il primo Network cli informazione indipendente. Tante radio, una diversa dall'altra, che si collegano ogni giorno in un Network nazionale. Tanti notiziari trasmessi dalle 6,30 a mezzanotte che raggiungono ormai clue terzi del paese. Ci stiamo allargando. Più siamo e più velocemente faremo chiarezza Po olare • •
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