68 VEDERE,LEGGEREA, SCOLTARE AlchivioEff,g,e quedu mal). Anche le poesie dell'ullimo periodo, corteggiando una metafora invernale che è trasparente anticipazione della morte, accantonano a volte l'immaginazione edenica per postulare una gioia semplificata ma ancora risolutamente umana: "come se fossimo tutti seduti di nuovo insieme/ e uno di noi parlassee tutti credessimo/ a quel che ascoltassimo e la luce, pur poca. bastasse'' (Due leuere). La ragione è importantissima nell'opera di Stevens (già in un poemeuo del primo periodo, Domenica mcmina) proprio perché essa ci ha dato. insieme all'arte e soprattutto alla poesia. le nostre più splendide favole. Il problema di Stevens. ciò che dà ai suoi versi un'instancabile dynamis da lui elevata a carattere essenziale della pratica poetica ("Deve cambiare", Litolodi una sezione di Note per wiafinzione suprema). sta in questo divario tra umanità e felicità. faglia che soltanto la favola può chiudere confermando una complementarietà assiomatica ma sempre da rifare. Il reale. il fondale. sta dietro un sipario che sta per sollevarsi (Stevens è poeta dell'imminenza, frequentatore del pro,wo, come un altro angelologo che con l'americano ha molto in comune: Rilke). Intanto alla ribalta passeggia monologando un prologo dagli abiti sempre un po· assurdi. un po' fuori luogo. Si chiama Hoon, Crispin, Celestin, il Canonico Aspirina: maschere di se stesso che il poeta prestigiatore inventa con facilità, tanto che a volte sembra trovarsi più a suo agio qui. nella regione di un'incena meditazione su una felicità cena. che al di là, in piena scena, in piena luce. '"Imminente·• e "minaccioso" hanno lo stesso etimo. Tuttavia non bisogna esagerare la ponatadi questa minaccia. Ho menzionato un'ansia di Stevens, ma sarebbe più esatto parlare di un giocherellare nervoso, unfidgeting. A uno sguardo di insieme. si è ben più colpiti dall'atteggiamento opposto. Non credo di tradire le tensioni profonde che corrugano la poesia di Stevens se dico che Hamw11i11m è un libro da aprire di sera. per rappacificarsi con la vita e col mondo. In tutto il Novecento Stevens è forse il poeta che più d'ogni altro ha affermato la lietezza del mondo (ancora l'etimologia: laeltls, fenile. fecondo)-senz.aquasi mai cadere, inoltre, nel giro a vuoto dell'enfasi celebratoria che si replica all'infinito (il ben diverso whitmanismo di ceno Ginsberg). È vero che nella sua opera. nonostante la possibilità di disegnare fasi più o meno distinte, sussiste una compauezza di fondo, un incessante ritornare sugli stessi temi e prima di tutto sull'azione mediatrice e creatrice dcli' immaginazione posta tra pensiero e realtà; cosicché sipuò legittimamente aprire Harmo,1ium a caso e leggere e godere "un po· di Stcvens", du Stevens. Ma ad evitare il pericolo della ripetitività interviene la fortissima matrice razionale, anzi raziocinante, di una poesia profondamente filosofica - per cui, paradossalmente, questo celebratore del mondo fisico si addentra di continuo in nuove architetture mentali. Il termine di confronto a cui Stevens si avvicina soprattutto nelle tarde raccolte (fino all'adozione di una pur elastica terzina) è il Dante paradisiaco in cui logica ed elogio si ricalcano in un procedere a cerchi concentrici. Rispetto a Dante, Stevenson conserva una sua idiosincratica mossa del cavallo. ritmando il ragionamentopeana con frequenti sbalzi digressivi, piccoleescursioni, piccole fughe. Il problema della felicità si frastaglia in uno spolverio di ipotesi cubiste, apologhi, imerrogazioni, folgorazioni datavolino da tè (l'ombra della "vicina di casa" Emily Oickinson). li grafico saltellante che ne risulta conferma la volontà di produrre un calcolatissimo. coltissimo intrattenimento dell'intelletto. che coinvolge perché-dietro l'indubbia eleganza- la posta in gioco è effettivamente alta. È la realtà, Per spiegare quest'ultimo punto, e concludere, vorrei fare una riflessione sulla fonuna di Stevcns. In America l'opera di questo poeta, forse il più americano che si possa immaginare (nel suo far riferimento a unaculturaeuropeacheegli frequentò con la passione di un Emerson o un Louis Agassiz, ma rifiutò ostinatamente di incontrare in prima persona), ha dato i suoi fnmi soprattutto nel sofisticato, tragico, apparentemente sconnesso chiacchierio di John Ashbery; oppure negli esercizi di costeggiamento centripela di Michael Palmer e altri language poets (la più misconosciuta, qui in Italia, tra le grandi scuole poetiche di lingua inglese). Questo significa prima di tutto che l'influenza di Stevens è stata per molti anni capillare ma sfuggente, al punto che si è creata una falsa leggenda di Stevens come poeta per accademici. Con una battuta sincera, la poetessa Louise GIUck ha scritto: "Non mi è mai venula in mente che avrei mai scritto poesie, finché non ho leuo Wallace Stevens•·. La sua voce. prosegue GIUck, non muove verso il lettore; si lascia intendere di straforo, di soppiatto. Si è già visto quale rigorosa teatralità sia alla base di una simile strategia. Ma c'entra anche(qui mi distacco dalle opinioni di GIUck) l'oggettiva complessità della scrittura di Stevcns. La poesia Uomoche porta un oggetto lo dice a chiare lettere: "La poesia deve resistere all'intelligenza/ quasi con successo". Su questo argomento Bacigalupo ha un'osservazione felicissima: Stevcns non è un poeta ''difficile", ma ''incomprensibile'·. Il fatto è che ad una certa leuura - la prima lettura, incauta e rivelatrice. piuttosto che quelle ulteriori, per lequali le sonii i interpretazioni che il curatore pone in calce a Harmo11iwn riescono preziosissime - la poesia di Stevens non costituisce propriamente un filosofare, ma piuttosto un mimare con il pensiero la sintassi della realtà, nel tentativo di fare del verso un semplice oggetto in cui non c'è nulla da capire, che non significa nulla, come una pietra o una nuvola.
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