Linea d'ombra - anno XIII - n. 106 - lug./ago. 1995

Domenico Notari I TONI CANGIANTIDELMARE DomcnicoNotari (Capriglia,Salcmo, 1956),architeno,vivee lavora a Salcmo. Ha eM>roito3U··Nuovi Argomenti"e collaboracon le riviste ··rcnnenti" e "Web!>ter Review... Ha da poco tcm1inato una raccolta di racco111sui ll'epopea dei ccr.unistidi Vietrisul Mare nellaprimametàdel Novecento. Il suoprimo romanzo. Ildono di Sabin, è in an~ di un editore. I turchesi. i blumarini. i verdi profondi sembravanoaccendersi. quando il luccichio del mare riflesso sul soffitto della stan1.. a li sommergev.icon piccole onde di luce. Serragli di animali esotici, processioni, l'iaecrucis, in quell'an• golo i capolavoridi MichclcProcida,allineaticome unesercitosugli scaffali della sua bottega a Viclri sul Mare. Erano il frutto di settant'anni di duro lavoro, da quandoaveva cominciato ragazzo, nella fabbrica che era stat.t del padre e prima ancor.i del nonno. Era il 1916. L'l costruzione sorgeva a ridosso della spiaggia. un amico palazzo onnai cadente. li padrone, an<latoin rovina.aveva preferito fittarlocome fabbricae i ceramisti incurantidei danni er.111r0iusciti a ingombrare ogni piccolo spazio dagli scantinati agli abbaini. Una serie di gmndì arcaie livohe al mare proteggeva le stanze dallabreu..a.Sottodi esse venivano messe ad asciugare lecatastedi legna e i pezzi tomiti. mentre alle loro spalle, come acquitrini. si stendevano le vasche di decantazione dell'argilla, dominio incontrastato dcifàttor; della crew. uomini di pochissime parole. A pochi passi dalla fabbricaera stato costniito un piccolomolo, dove attmccavano le barche che caricavano i bastimenti rimasti al largo nella rada. Procidaera entrato in fabbrica a soli sei anni, portato per mano dal nonno, 1ropp0anziano per occuparsi attivamente della produzione. Il vecchio doveva accomentarsi dell'unico compito che la nuova generazione ancora gli riconosceva: dare il via all'ultima fatica, la più importante. 11nonnoalzavalamanoa far segnodi auendcree conpassolento si avvicinavaalla mattonellache stava incapo al forno: l'immagine di Sant·AntonioAbate, protettore dei ceramisti. padrone del fuoco. Con i gestidi unsacerdote:1ccendevail luminochegli stavadavanti, allora, spinti da un silenzioso comando, gli uomini si 1oglievanoil cappello e così recitavano: Sa11·1A111110110 proteggi s11f1 1mo. come Dio protegge s1u m1111110. lo mi meuo nelle tuenumi, /ance ascisii piea,e sani. Il vecchio Abate da sotto il cappuccio sembrava guardarli con occhio burbero e con un imperceuibilc gesto del capo dare l'assenso. A quel punto il nonno gridava il segnale. l'operaio che gli era STORIE/NOTARI 67 accanto accendeva un tubo di carta e lo infilava sotto la catasta di fascine, cominciando a soffiare fone. li nonno si sedeva su una seggiola e stava a guardare. Lefiamme si propagavanoinpocotempo, illuminandola stanza. Ben presto il forno si faceva incandescente, mentre l'uomo gettava nuova legna. Il calore cominciava a scottarli. ma l'aria tuu·auomo restava gelata perché le finestre erano prive di vetri. Il vecchio si faceva rosso e cominciava a tossire senza più smettere, il figliogli dicevadi andare acasa. ma lui si offendeva e restava immusonitoal suo pos10,dicendo che era meglio farla finita. Così un giomo se ne sarebbe andato stroncato dalla polmonite, lasciando al primogenito anche quell'ultimo compito. Il mastrodi fornacedaunospiragliocon1rollavlacouurnd. opo un po' si inginocchiavaalla base del forno e poggiava l'orecchio a terraper sentire il crepitiodella fiamma. poi faceva SpOStarlea legna sui fianchi. Quando la cottura era a buon punto. con un fil di ferroestraeva unminuscolo vasosmallato e loosservava insieme al nonno. Senza parlare. Bastava uno sguardo d"intesa e si decideva lo spegnimento. A Procida bambino cm rimasta impressa in modo indelebile la prima volta che aveva visto sfornare un oggetto di ceramica. Er.1un lunedì manina, il fomo era stato spento il sabato sera perché si raffreddasse nel giorno di festa. Nella fabbrica si sprigionava ancora un lieve tepore, disperso presto dall'aria gelida dcli.a mattinata invernale. Apenc le pone, gli era apparsa una stanza col soffitto a botte, divisa in tanti ripiani sorretti da mattoni refrattari. le mattwu,uelle. Gli era sembrato un palazzo. di quelli alti come se ne vedevano a Salerno. una balconata perogni piano; come alla resta di S. Matteo, quando gli abitanti se ne stavano tutti affacciati al balcone. Al primo piano i piatti dasei eda otto che occhieggiavano dalle caselle; al secondo i ct1po11<:ielli, i relllcapom·. i bacili, i tegami, i crateri;piùsu legiarre, gli ogliaruli, le brocche, i OOCcallic. z.uppiere, i vasettiper le alici: ai piani alti le parag11ole, i candelieri,gli orcioli, i portafiori,i portaombrelli,le anfore, i C<1chepot. Dove la voltafiniva i peu.i a biscotto, che dominavanola scena come da un attico. Un universo di fonnc e di colori era balenato ai suoi occhi da quelle che poco prima erano grigie e sbiaditestoviglie. Per incanto i neri erano diventati smeraldi, i viola blu marini, i giallastri squillanti arancioni. Lui aveva ancora in manouna pallottoladi argillacmda, l'aveva guardata per un attimo, stringendoladelicatamente nel pugno. pOi raveva d~uaal nonno perché pregasse il santodi trasformarglielain un asinellogiallo. Solo due volte, raccon1avaProcida,avevanoper la frenadimenticato di pregare il santo e per due volte avevano perso l'intera infornata. Il A quindici anni gli morì il padre, ucciso dagli smalti tossici. La malattia lo aveva preso lentamente. l'uomo aveva lasciato fare con la pazienza di un vecchio bue portato al macello. Finché il piombo non si saturò nel sangue. Ne aveva visti tanti nella fabbrica andarsene come lui. L1 malattia aveva cominciato dal basso; le gambe avevano ceduto subito. forse per l'inanività di tutti quegli anni. seduto al banco dei decoratori. Le mani no. Quelle avevano resistito. Quando le prime erano onnai un peso morto. esse tradivano appena un leggero tremore che da artista esperto riuscivaa nascondere col movimento deciso della pennellata, data al momento opponuno.

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