Linea d'ombra - anno XIII - n. 106 - lug./ago. 1995

sbriciolò come si polverizzarono. quasi con vergogna. quei lunghi, lunghissimi anni che non avevano saputo proteggermi. Allo stesso modo, tornando a chiudere gli occhi, pens~1vo ra quanto ero indifeso. quanto era patetica la mia fede - la fede degli uomini - nell'oceano di anni che avevo ancora davanti a mc, e quanto volentieri mi illudevo che un movimento impercettibile come quello del tempo non fosse neppure un movimento_ fosse una quiete. un proiettile che non sarebbe mai giunto al bersaglio. Se in sogno o per magia ci apparisse un orologio gigantesco. e scorgessimo sul q1mdrante una lancena che non insegue le dodici sta~ioni. non leorcdcll'illusoriacircolarità del tempo. ma le ore definitive. reuilinee, unisenso, e quella linea estrema il cui raggiungimento significa la rottura dei contani. il buio, la fine :assoluta. la fine inconcepibile ... non resteremmo paraliu..ati dalla rivel.izione? Scoprire. vedere con gli occhi e non con la mente che il tempo Ictio nell'orologio non è quella rassicurante spirale che si avvolge su se stessa. ma una catena di anelli ct·onda che ;:1vanzanoin una sola direzione, sorgono l'uno dal precedente e si muovono, sì spostano in avanti. irreversibili. Ero io l'unico a saperlo? O era invece proprio questo il segreto degli altri, il motivo di quei silenzi improvvisi, di quegli sguardi che si smarri vano? Forse ioero stato cuIlato. dolcemente e pietosamente risparmiato da tutti gli altri. io che tante volte avevo creduto di essere l'unico a capire veramente cosa sarebbe stata la morte. l'unico a evocarla e guardarla. Quella vcr1iginedi annullamento era così spasmodica che mi sentivo come raggrinzire, rattrappire. Un senso di indolenzimento ai muscoli della nuca mi avve11ìche non avrei più potuto tenerli contratti a quel modo. Spalancai gli occhi e mi girai prono. stirandomi il collo tra gli avambracci. Poi mi rivoltai sulla schiena. L'l soglia non era ancora stata varcarn. Sospirai e sollevai le braccia. lasciandole ric.tderc sul letto. due o tre volte. Sarei morto. Saremmo morti tutti. Sarebbero morti tulli coloro che mi avevano conosciuto, e poi quelli a cui loro avevano parlato di mc. Il mio ricordo non sarebbe durato (ma forse quello dell'assassinio sì: forse era ancora più urgente che uccidessi, dato che dovevo morire). Non sarei mai slato un fantasma, né un dannalo per l'eternità. Non sarei più stato. (Un orrore tanto grande e definitivo da non poterlo concepire appieno. da poterne essere solo sfiorato. come da una breua gelida). Mi girai leggermente su un fianco. il braccio sinistro disteso sotto il corpo. il mento appoggi~llo alla spalla. Sì. quella era la mia vecchia posizione. la posizione in cui mi addormentavo da bambino. Per qualche strano e maligno motivo non la trovavo mai quando ero agi1ato fra le copcnc dalla mia insonnia di adulto. Forse quella che sembrava una posizione facile, spontanea. si reggeva in realtà su un e<1uilibrio delicatissimo. su un·inclinazionc millimetrica: quando per caso la ricreavo, mi parev~1semplice poterla poi riacquistare in qualsiasi momento. mentre così non era ... Di nuovo, per la decima o centesima volta, chiusi gli occhi. Poi li riaprii a fatica, guardando la soglia deserta. Nel giro di un minuto stavo già dimenticando la morte. E l'omicidio. (Non sapevo più quale dei due avessi il dovere di ricordare). Così facciamo tuui, pensai: basw un istante per scordare le cose che ci attendono. Così continuiamo a vivere, sorpresi dal sonno. Un'ultima tensione nei muscoli di una coscia. Mi assopii. Sognai, a colori molto tenui, di trovarmi nella mia cameretta STORIE/ MONTANARI 61 di bimbo. Giacevo nel piccolo letto dalle ahc sponde di legno verniciato modellate a sbarre. tut1'intomo. e mi ritrovavo sdraiato in una posa scomposta. con le mie lunghe gambea11uali che penzolavano tra sbarra e sbarra. Volttmdo la testa vidi mia madre. il volto giovanissimo e opaco. Appoggiò l'indice alle labbra protese, e mi p;trve incerta se and.irsene o restare accanto al letto. Nel suo sguardo c'era qualcosa come una pena diffusa. Cercai di p;irlarle. ma la mia bocca pronunciò un nome che non era il suo. Lei girò su sestessaeandòallaporta. Lentissimamente, mi districai dal lettino e la seguii. Era nel tinello. appoggiata a una finestra. Mi accosrni. La finestra. come le vetrate degli ospedali, dava su un'altra stanza. che era lasala della nostra casa più recente; sul divano, sulle due poltrone in pelle. perfino sul basso tavolo rotondo erano seduti mio padre, due miei zii, il padre di mio padre e quello di mia madre. e altri ancora che sapevo morti. Guardai di nuovo mia madre. col suo corpo da ragazzina e il viso tmcora segnato dall'acne. "Cos'hannor chiesi. "Sono malati" rispose lei. con un sorriso misterioso. "Non guardarli." Ma io avevo già di nuovo fitto gli occhi attraverso la finestra. Mio padre mi volgeva le spalle.e sembrava intento a parlare con suo fratello quando questi mi scorse e mi indicò a lui con la mano. Mio padre si voltò e mosse qualche passo verso di noi. Allora vidi che non aveva più le labbra. e che i suoi denti regolari erano scoperti con le gengive. Mi fece paura. e mi scostai d:11vetro perché non mi venisse vicino; ma nel fare ques10 non potevo distogliere lo sguardo dalla sua bocca. Infine mi staccai e mi girai di nuovo verso mia madre. Con una smorfia. mi accorsi che aveva tutt'e due le mani distese sulla bocca. come per nasconderla. "Sei malata anche tur chiesi con rabbia. perché ormai avevo capito. Ma nel parl~irela saliva mi colò. non trallcnuta, lungo il mento. Allerrito. la vidi gocciolare e bagnare il pavimento. "Sono morto'' dissi a mia madre. e mi piegai in due per non vederla allungare le mani verso la mia faccia. "'Anch'io sono morto" ripetei. lasciandomi scivolare a 1erra. Mi svegliai ... o credetti di svegliarmi - riemersi appena a metà dal sogno. ma non riuscii subito a riconquistare del tutto il senso della realtà, come talvolta mi era già accaduto dopo sogni così intensi, perché restai a lungosospcso1rasonnoe veglia.con il corpo di mia madre (la faccia non la guardavo) davanti agli occhi, anzi, neppure davanti: forse dentro i miei occhi. aperti o chiusi che fossero. Non so dire per quanto 1empo rimasi come impietrito. senza osare né toccarmi la bocca né voltarmi di fianco (mi ero svegliato supino. in una posa rigida che non aveva niente della morbidelza dì quella che mi aveva condotto al sonno). ··sono morto·· pensavo. sentendomi ancora colare saliva attraverso identi nudi, e provavo. più che angosci:, o paura, una tristezza senza scampo. Poi al 1·improvviso una percezione grezza, irrcsistibi le (forse il fatto stesso che pensavo. oppure la soffice solidità che il letto opponeva alle mie mani e alla mia schiena) mi des1òdcl tutto, e mi fece capire di colpo che ero vivo, che il sogno - perché era stato solo un sogno - crJ finito. Era la prima volta che mi succedeva? No. certo. Altre vohe avcvosogn.no la mia morte.e provato l'agonia del suo perdurare oltre il sonno, minuti o frazioni di secondo, chissà - l'agonia del risveglio incompleto. della disperazione. finché non mi ero davvero ridestato. E conoscevo quella gioia im1l1cnsae laceran• te, scoprire di essere vivo, comprendere che la morte è ancora lontana, ancora intricata fra le spire del tempo. degli anni. Ma questa volta accadde qualcosa di meraviglioso.

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