Emilio Franzina Gli italiani al Nuovo Mondo. L'emigrazione italiana in America 1492-1942 Mondadori, 1995. Pp. 644, lire 65.000 Dal 1876al 1976circa27rnilionidiitaliani lasciarono la penisola in cerca di una vita e di un lavoro migliore. Le Americhe, come è noto, hanno assorbito larga parte di questo enorme movimento che si riallacciava in più di un caso a numerose, precedenti vicende di emigrazione oltreoceano. L'emigrazione di massa alimentò sin da subito una ricchissima pubblicistica in cui si confrontavano apologeti e detrattori, politici e ideologi, affaristi e missionari: Sonnino, Scalabrini, Salvemini, Nitti. Gli studi spesso predilessero un approccio che potremmo definire rapidamente positivistico, attento ad esaminare anche qui le fonti, le origini, la genesi del distacco. Era come se gli storici accompagnassero gli emigranti sino al porto d'imbarco per poi tornarsene indietro (De Amicis, almeno, nel bellissimo Sull'Oceano, 1889, si spingeva sino a condividere con loro la traversata). Da una ventina d'anni, però, con il definitivo contrarsi del flusso migratorio dall'Italia, si è sviluppata una attenta e critica opera di ricerca che ha ridato voce a questo "popolo senza storia", indagando la realtà del1' emigrazione così come è stata vissuta anche e soprattutto nei paesi d'arrivo, con tutte le complesse dinamiche di accettazione e di rifiuto, di inserimento e discriminazione che l'hanno accompagnata nelle società multietniche del Nuovo Mondo. Questolavoro di Emilio Franzina rappresenta, mi pare, una possibile summa non solo del lavoro dell'autore ma anche più in generale degli studi sull'argomento, come testimonia l'aurea e amplissima riserva delle note, fitte di rimandi bibliografici. Voglio qui segnalare in particolar modo la grande apertura al periodo più "eroico" e avventuroso dell'emigrazione nelle Americhe, quel Risorgimento che popolò il Nuovo Mondo di personaggi unici e affascinanti, ricordati più tardi anche da Conrad in Nostromo (almeno due nomi: Leonetto Cipriani e Giambattista Cuneo); l'attenzione al problema abitativo, al board system delle little Jtalies, ai corticos brasiliani e ai conventillos argentini; il posto centrale attribuito al mondo del lavoro (con i relativi problemi legati al risparmio e alla nascita di istituti di credito), al ruolo delle donne, all'associazionismo, sindacale e non; la precisa valutazione dei rapporti con la tradizione cattolica, del ruolo svolto dai "preti emigranti e preti d'immigranti" e dalle forme di ritualità collettiva. Non mancano pagine di taglio più spiccatamente biografico, dedicate alle vicende di emigranti di successo. Martino Marazzi Cannes 1995 Doveva essere una festa, invece si è rivelato un funerale. Di una certa idea di cinema, almeno, che dettava legge fino a pochi anni fa. Cannes 1995 ha decretato la morte della cinefilia, come curiosità, come voglia di novità, come disponibilità di fronte all'insolito. Al di là dei premi, al di là delle polemiche (nessun riconoscimento a Ken Loach, tanto difeso da una critica italiana insolitamente barricadera e passionaria; sei dei sette premi andati a un film di cui la Francia era coproduttrice, presente peraltro in undici dei ventiquattro film in concorso: da cui si dovrebbe capire cosa vuol dire avere una politica cinematografica o non averla), a Cannes il segno più importante è venuto dalle reazioni della cosiddetta stampa specializzata che ha decretato con i suoi fischi o i suoi applausi come è cambiato il gusto del pubblico. Non è un osservatorio da poco: i 3.500 giornalisti accreditati al festival sono i canali privilegiati attraverso cui passa (meglio: si forma) il "gusto" del pubblico. Sono loro (più o meno in sintonia con gli uffici stampa, s'intende) che decidono a chi fare un'intervista, a chi dare una copertina. E i loro applausi hanno premiato i film più "tradizionali", di impianto banalmente narrativo, con o senza messaggio politico poco importa. Quest'anno sulla Croisette è morto il gusto della cinefilia, quello· nato quarant'anni fa sulle colonne dei "Cahiers" e che aveva insegnato a privilegiare l'occhio del regista, la forza di uno sguardo nuovo. Chi l'ha messo davvero in campo (leggi Hou-Hsien o Jim Jarmusch) è stato fischiato mentre tutti facevano a botte per vedere in una sala decentrata Bruce Willi,s che interpreta per la terza volta Die hard. E questo che vogliamo da un festival? Paolo Mereghetti LaHaine regia di Matthieu Kassovitz Ventiquattro ore nella vita di tre ventenni, ritratto senza fronzoli di una stupidità senza spiegazioni, come sembra irrimediabilmente condannata a essere certa gioventù urbana, vicina al benessere ma sempre impossibilitata a raggiungerlo. Kassovitz non cerca l'effetto facile, rischia addirittura l'impressione di scivolare nel formalismo tanto depura e controlla le sue immagini, ma è proprio questo il suo grande pregio. Il vagabondare esistenziale e geografico tra rabbia e disperazione, tra banlieu e Parigi, tra il giorno e la notte è raccontato senza fronzoli o compiacimenti, alla ricerca di una essenzialità quasi "metafisica", con la macchina da presa attaccata ai volti di tre attori straordinariamente espressivi. La successione temporale è spezzata in piccole scene (scandite dall 'asetticità di un'indicazione temporale: dalle 10:38 alle 6:01), tappe di un trascinarsi quotidiano tra voglia di integrazione e profonda insicurezza (le belle scene dei protagonisti di fronte allo specchio, alla ricerca di un'identità che solo altri-i miti del cinema o un'eleganza sognata- sembrano poter dare) dove si è perso ogni senso o valore e che proprio per la sua insensatezza senza ragioni e senza colpe non può che finire in tragedia. Paolo Mereghetti DeadMan regia di Jim Jarmusch. La sorpresa si chiama Jim Jarmusch, regista che sembrava imprigionato irrimediabilmente in un cinema minimalista e antipsicologico, ripetitivo e "carino". Con .. Dead Man dimostra che vuole rinnovarsi e soprattutto che lo sa fare. Il suo raccontare per brevi sequenze aperte e chiuse da una dissolvenza sul nero perde subito l'andamento aneddotico che ci sipotrebbe aspettare da questo insolito western per trasformarsi in una specie di viaggio iniziatico al c<?ntrario, non verso la vita ma verso la morte. E il mito del West che viene capovolto, non più libertà e conquista di nuove frontiere, ma confronto con la crudezza e l'insensatezza dell'avventura americana, fatta di capitalisti senza onore, di killer cannibali e di stupid white man (come viene definito a più riprese il protagonista, interpretato da un Johnny Depp molto convincente nel suo spaesamento esistenziale, di un americano capitato in un Paese e in una Storia che non sa più riconoscere). L'avventura di ieri trascolora nel fluire lento della vita verso la morte, chiedendo allo spettatore di lasciarsi coinvolgere da questa esperienza. Cinema come riflessione, come meditazione (nonostante qualche gag di troppo, qualche inutile soprassalto irriver~nte) senza lieto fine né consolazioni. Paolo Mereghetti
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