Enciclopedia del blues e della musica nera a cura di Massimo Cotto Arcana 1994, pp. Vill, 903, Lire 52.000 Sarà anche vero che le radici della nostra cultura vadano cercate tra Tebe e Sparta, e che Edipo e Fedra siano i nostri veri papà e mammà. Eppure se ci sforzassimo per un momento di guardare in faccia le cose come stanno, ammetteremmo che Chicago e New Orleans ci parlano molto di più; quasi nella stessa lingua, tutti i giorni. Ci sono miti che ci appartengono, ma come i cucchiaini di argenteria del bisnonno, sepolti chissà dove; e ce ne sono altri che viviamo quotidianamente, che ci emozionano, ci fanno muovere e pensare. Questo volume massiccio ma di lettura scorrevole e contagiosa contiene in nuce la trama di tanti romanzi contemporanei quante sono le voci degli autori citati in ordine alfabetico. Merce rara, le esistenze interessanti: e pensare che qui ce ne vengono presentate addirittura 750! Le biografie degli artisti blues sono quasi immancabilmente tragedie classiche inframmezzate da dolenti pause musicali. Raccontano le vicissitudini degli individui e la storia di un popolo, all'interno di una civiltà, quella americana, con vocazione e ambizioni planetarie. Ci sono i padri fondatori e i bardi: molte le figure omeriche dei cantastorie ciechi (Reverend Blind Gary Davis, Blind Willie McTell, Blind Willie Johnson ...). Le madri e le regine: Marnie Smith,Ma Rainey, Bessie Smith,Mahalia Jackson, Dinah Washington, Aretha Franklin. Gli eroi falciati nel fiore degli anni e i vecchi saggi: Robert Johnson e Stevie Ray Vaughan, Champion Jack Dupree e John Lee Hooker. Gli eccentrici che fuggono un destino maligno: Screamin' Jay Hawkins, Swamp Dogg, Louisiana Red. Hanno quasi tutti nomi inventati, spessissimo più d'uno. Complessi di identità a non finire; traumi infantili, adolescenziali e oltre (dagli orfanotrofi al carcere). Violenze casalinghe, persecuzioni, migrazioni all'interno del continente. Grandi successi e rovinose disfatte. Razzismo. Rivalità interne. Sodalizi improbabili. Saghe familiari. Amore e guerra, droga e alcool. E, naturalmente, decine e decine di motivi indimenticabili, intensamente metaforici o disarmanti nella loro nuda sincerità. È difficile trovare altrove una simile concentrazione di personaggi, di storie e di vicende creative che si illuminino a vicenda. Per i più seri, appendici storico-geografiche, glossari, voci tematiche, bibliografia. Per i maniaci, anche discografie, elenchi delle maggiori etichette, curiosità varie. Lo sforzo della ricerca, unica in Europa, è stato pari alla passione con cui è stata condotta a termine da un agguerrito team di sei studiosi e specialisti. Martino Marazzi Donna J. Haraway Manifesto Cyborg Feltrinelli, pp. 194, Lire 28.000 Manifesto Cyborg è il titolo di volume di traduzioni di testi di Donna J. Haraway, pubblicato recentemente in Italia nella collana Interzone di Feltrinelli. Dopo tante chiacchiere sulla fine del femminismo, scrive Rosi Braidotti nella sua densa introduzione al volume, il movimento del "cyberfemrninismo" appare oggi in grado di offrire risposte "innovative, energiche e anche fantasiose alla crisi dei vari post che stiamo attraversando, compreso il postfemrninismo". La riflessione di Donna Haraway parte da un'analisi della crisi della modernità che efficacemente ne mette in luce le due facce complementari: da un lato la frantumazione estrema dei soggetti e dei saperi, dall'altro il dominio tecnologico che incombe come un totem/feticcio. Si ripropongono così nelle forme estreme della postmodernità meccanismi di tipo psico-antropologico che ridefiniscono le forme del biopotere su scala planetaria. Ma Donna Haraway, da vera cyber femminista, non si arrende. Superando tutte le dicotomie su cui si fonda la cultura occidentale, in particolare quella di natura-cultura, individua nella figurazione mitica del cyborg - organismo ibridato di carne e metallo - una strada per agire consapevolmente e criticamente la contemporaneità tecnologica, costruendo percorsi interrelati e condivisi di libertà. La figurazione del cyborg consente alla radice la soggettività, concependola non più come monade fissa e autoreferenziale ma come percorso, mappa testuale e materiale su cui segnati gli intrecci e i riposizionamenti dell'identità. In questo modo il corpo è subito corpo tecnologico, apparato semiotico sottratto alla naturalità biologica, sempre inserito in un contesto, in un "sapere situato", rispetto a cui il soggetto è chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie scritture/azioni. Angela Azzaro, Elettra Deiana Michele Serio Pizzeria Inferno Baldini & Castoldi,1994, pp. 441, Lire 34.000 Più che strana o inquietante, Napoli, immane e palpitante protagonista di questo romanzo) è decisamente, volutamente repellente. Lo è così tanto da non poter essere scambiata con qualcosa di reale. E ci mancherebbe altro. La trama, infatti, solida e tentacolare, ruota attorno, nientemeno, che a un ritorno in grande stile di morti viventi dalle cavità dell'Averno, preceduti e come elettrizzati dalla c0mparsa di mostricciatoli ancora più singolari, vale a dire palle di carne umana occhiute e fameliche nate in un brodo primordiale fognario da feti abortiti. Scusate se è poco. Anche perché i malcapitati esseri umani che si trovano ad assistere a questo sabba, oltre a finirne vittime, la più parte, con modalità all'altezza dell'orrore precedente, risultano comunque già di par loro rappresentanti carnosi di un mondo ribollente di perversioni. Ma siamo sicuri che la perversione spiattellata e reiterata intimorisca (o ecciti) il lettore? Grandguignol, hardcore e necrofilia rampollano con tale e tanta facilità da impedire un qualsiasi coinvolgimento che non sia sostanzialmente pornografico, quindi retto in definitiva da una coazione a ripetere e a continuare senza fine, in un'altalena un po' ebete di curiosità e libidine. Del resto, in questa Napoli formicolante di "malatoni" e di professionisti (compresi quelli del crimine) corrotti e dediti al doppio gioco, sentimenti e sentimentalismo sono dedsamente fuori luogo; ma, insomma, ad un romanzo coerentemente splatter dall' inizio alla fine non si può davvero chiedere di intenerirci o commuoverci. Semmai ci si potrà attendere, nei passaggi più vicini ad un modulo Pulp fiction, Io scoppio di una comicità pesantuccia, patibolare, che scaturisce da una rappresentazione "drogata" di situazioni vagamente possibili. L'avvio dei capitoli contiene spesso affreschi sfacciati di una metropoli in avanzato stato di degrado, umano e non, e solleva la tendina su un mondo assetato di sesso, denaro, potere e patacche da esibire come status symbol. Poi, regolarmente, il narratore entra in fibrillazione, e costruisce le sue architetture da giorno del giudizio. Il libro sta riscuotendo un successo "di culto", tra gli amanti del genere. Martino Marazzi
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