Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

scuola bastino i buoni insegnanti, perché ciò che conta alla fine è la logica del sistema: è la tesi che va sostenendo nei suoi libri - in un'ottica tecnocratica, ma non senza valide ragioni-Norberto Bottani (La ricreazione è finita e Professoressa addio, Il Mulino, 1986 e1994), suscitando la diffidenza risentita, oltre che del settore più impegnato degli insegnanti, minacciato nella sua identità, proprio di quel ceto politico-pedagogico dedito a escogitare in laboratori appartati ricette sempre più sofisticate, pronte per l'uso, da calare per via gerarchica sulla sintomatologia conclamata della scolarizzazione di massa. Mi è capitato di recente di sentire un intervento di Bottani che enunciava una sorta di legge ferrea dei sistemi educativi, per la quale in ogni epoca e paese c'è sempre un 20% di insegnanti motivati e competenti (quelli che, per ragioni misteriose, continuano ad appassionarsi, come Starnone, al loro lavoro) e una massa distribuita tra gli inetti e i mediocri, statisticamente immodificabile, ma ininfluente per un giudizio di efficacia dell'insieme, perché il sistema funziona sempre in rapporto alle finalità complessive che la società gli attribuisce. Ma proprio qui sta il punto: quali finalità? La scuola va pensata come funzione del mercato del lavoro (con il rischio di accentuarne il carattere di "penoso tirocinio verso il nulla")? Come servizio sociale alle famiglie? O piuttosto innanzitutto come istituzione volta a garantire l'esercizio di un diritto fondamentale, quale quello all'istruzione? È in questa precisa ottica che gli interrogativi di Starnone propongono di rivisitare le finalità e i fallimenti della "scuola di tutti" della Repubblica "sciogliendo il nodo dell'istruzione di massa e mutandola in istruzione generalizzata qualitativamente alta". Chi legge il libro di Stamone dall'interno della scuola- come capita a me, insegnante delle stesse materie e pressappoco sua coetanea - trova in questo richiamo alla prospettiva civile e, potremmo dire, antropologica della formazione scolastica uno spunto salutare, proprio perché marginale e minoritario nel dibattito attuale, oscillante tra ingegneria istituzionale e accanimento terapeutico (i corsi di D'Onofrio ne sono l'esempio estremo), politica di immagine e inseguimento di modelli improbabili di mercato. Poiché ripensare la "scuola di tutti e per tutti" è impresa difficile, politicamente impegnativa e culturalmente eccentrica (in un paese come il nostro, in cui i ceti colti sanno appassionarsi solo nella difesa nostalgica del liceo classico), si intravvedono molte propensioni a imboccare la scorciatoia dell' "a ciascuno la sua scuola", dell'offerta differenziata, e non potrà che essere secondo il merito, le capacità, le classi sociali, gli orientamenti ideologici o più semplicemente gli stili educativi delle famiglie, libere di scegliere anche tra scuole pubbliche e private (è questa, tra l'altro, la nuova versione del "pluralismo" educativo che si legge in un documento sottoscritto quest'estate anche da molti intellettuali di area PDS, nell'eterna rincorsa dell'alleanza col mondo cattolico). Forse mi sto allontanando troppo dal libro, o forse no, se dal racconto disincantato e autoironico delle pagine di ordinaria "maleducazione" si avverte un dilemma concreto dell'insegnante "volenteroso": come non limitarsi a riproporre il modello (pur sempre neogentiliano, per quanto magari di sinistra) dimaestro di virtù e di creatività professionale, tra le pareti della propria aula, per cercare di rendere un po' più virtuose le istituzioni, sollevandoci dalla poesia delle macerie? Ma la risposta non può darcela Stamone. Compito della letteratura è porre le domande, le risposte vanno cercate nella realtà. È già molto se un libro riesce a farcela sentire un po' più insopportabile. INVECEDELLASATIRA 1A "SCUOIA"DIDOMENICOSTARNONE MarisaCaramella Ci si sente sempre un po' a disagio davanti alla letteratura satirica che ha come bersaglio un microcosmo istituzionale. E più il microcosmo tende al totalitarismo più la satira diventa ambigua e il disagio marcato. Perché in questo tipo di "mondo" i comportamenti e i destini delle vittime sono strettamente legati a quelli dei carnefici interdipendenti e per mettere in evidenza i lati comici o grotteschi degli uni è necessario enfatizzare lo stato di prostrazione fisica o psichica delle altre. Infatti, di solito, le barzellette che hanno per oggetto il carcere o il campo di concentramento o quelle sui "matti" o sulle reclute delle caserme, giocano sulla stupidità dell'autorità o sull'ignoranza "mitica" dei subordinati, raramente evidenziano il legame che unisce gli uni agli altri. Esiste poi una specie di autocensura che impedisce di scherzare con le situazioni più drammatiche oltre certi limiti. Questi limiti sono stati di recente bruscamente travalicati con la diffusione di massa della letteratura comica più vieta - alla Giobbe Covatta, per intenderci-che invece fa leva proprio sulla volgarità e sulla progressiva implacabile infrazione di tabù - peraltro già infranti nell'indifferenza assoluta del mercato librario da letteratura di ben altro livello con l'uso o meno di toni satirici. Dal momento che non è ovviamente possibile né sarebbe auspicabile censurare questo tipo di produzione e il suo consumo ripristinando i tabù, resta solo da sperare che siano la sensibilità, il gusto dei consumatori a stabilire i limiti oltre i quali è "impossibile" ridere, equindi aregolamentare ilmercato,rifiutando i libri che questi limiti ignorano. Invece - a giudicare dal successo di Covatta ma anche di Cuore-sembra proprio che il gusto e la sensibilità abbiano a loro volta subito uno spostamento superando con la risata sciocca ogni confine. Qualunque jnsegnante, o autorità, che debba o voglia farsi carico dell'educazione edell'istruzione degli adolescenti, riuscisse a definire il limite - morale, politico, estetico - oltre il quale la risata deve morire e può cominciare il discorso "serio", avrebbe risolto il problema di come trasmettere ai più giovani quella misura nei confronti del consumismo - mediatico e non - che ogni operatore responsabile nei più vari campi - dalla scuola, alla psichiatria, alla gestione del tempo libero - auspica. Per cui, se si riuscisse ad ottenere che "Abbasso la squola" faccia ridere, ma ilritrattino standardizzatodellaprofessoressa-casalinga, afflitta daproblemi personali di difficile soluzione susciti disagio, sarebbe poi più facile spiegare aun ragazzo perché non ci sipuò sganasciare alle battute sugli ebrei "gasati" o sui "mongoli". Per questo la satira di Domenico Stamone, che gioca sui paradossi e le incongruenze del microcosmo scolastico, anche se divertente e misurata, lascia un po' di amaro in bocca. Il problema

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