70 VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE TORNAREALLASCUOLA CON STARNONEALTRPIRECETTORI ILPROBLEMASONO GLIADULTI PROSPETTEIVPESSIMISMDOEL PRECETTORE ID ALE SantinaMobiglia Alla contessa de Foix, che gli chiedeva consigli per l'educazione del suo nascituro, Montaigne suggeriva "che si avesse cura di scegliergli un precettore che avesse piuttosto la testa ben fatta che ben piena ... Non si smette mai di blaterare nei nostri orecchi, come si versa in un imbuto, e il nostro compito è soltanto ridire quello che ci è stato detto. Vorrei che ... fin dal principio, secondo le possibilità dell'animo che gli è affidato, cominciasse a metterlo alla prova, facendogli gustare le cose, sceglierle e discernerle da solo; a volte aprendogli la strada, a volte lasciando a lui di aprirla. Non desidero che inventi e parli lui solo, desidero che ascolti il suo discepolo parlare a sua volta". Il precettore ideale di Montaigne assomiglia straordinariamente al modello di insegnante che Domenico Starnone propone, innanzitutto a se stesso, nel suo ultimo libro, intitolato, non a caso, Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso (Feltrinelli, pp. 162, L. 15.000). Stamone dimostra la qualità, oggi piuttosto rara, di lasciarsi interrogare dall'esperienza, di frugare nelle sue pieghe con lo spirito del moralista moderno per fame occasione di critica del costume contemporaneo ("mala-educazione" come si dice "malasanità") alla ricerca del "senso" al di là dei "riti" del lavoro scolastico, inseguendo una pratica dell'insegnamento volta a suscitare la capacità di porre domande e di ascoltarle, "ammucchiarne molte, catalogarle per affinità, accorparle, lavorare a renderle sempre più chiare, sforzarsi di capire quali sono quelle vere". E lo stesso metodo applica all'autoanalisi del lavoro docente, intrecciandola alla memoria del suo passato di studente ("Tutta la mia vita di studente è stata, se ridotta all'osso, uno star buono, schivare all'occorrenza, arrendersi subito in caso di necessità. Parlare, naturalmente parlavo solo se interrogato") per descrivere, nella forma di un diario-saggio, quel percorso labirintico e pieno di insidie che si usa chiamare processo educativo. Come di consueto, proseguendo lungo il filone di scrittura felicemente inaugurato fin dalle note di Ex cattedra e ormai fissato in un vero e proprio genere di "racconto di scuola", Stamone si muove nel microcosmo della classe e della sala professori che ama esplorare palmo a palmo, per disegnare spaccati di vissuto scolastico quotidiano e una tipologia disparata di insegnanti e studenti che recitano le loro parti come in un teatrino in cerca di regìa. Mi sembra questo il suo prodotto più convincente e riuscito: l'io autobiografico dell'autore vi prende corpo con maggiore spessore e serietà, rompe il guscio del bozzetto di colore, afferra con qualche artiglio i nodi dolenti dell'istituzione, spiazzando la vocazione al patetico del professor Vivaldi (esaltata oltremisura dal recente film di Luchetti ispirato alla maschera dell'autore nei precedenti racconti. Ma perché il cinema da noi è sempre prigioniero degli angusti cliché della commedia all'italiana, senza tentare mai fino in fondo neppure la chiave del grottesco, alla Loach per fare un esempio?). Molti degli interrogativi che percorrono il libro sono destinati a rimanere senza risposta e investono la radice stessa del rapporto educativo, teso per sua natura a modellare e disciplinare atteggiamenti, a formare trasformando, come racconta esemplarmente Poe con la storia di William Wilson e il suo doppio che Starnone legge agli allievi, pronti a cogliere le taglienti metafore dell' oppressione scolastica. Talvolta l'autore sembra coltivare il sogno di una comunità educativa rinnovata nel segno di una eccessiva armonia, ma i molteplici fili del ripensamento della scuola e dei saperi che trasmette mettono bene a fuoco le contraddizioni di fondo di un'istituzione che si dibatte tra scolarizzazione di massa e strutture slabbrate di impianto ottocentesco, tra cultura alta e cultura di massa con cui si limita a intrattenere un rapporto di "colloquialità opportunistica mista a superbi sarcasmi, a seconda dell'umore". ("Non c'è da meravigliarsi se quelli che, come vogliono le nostre usanze, cominciano con una medesima lezione e con ugual metodo a governare parecchi spiriti tanto diversi di misura e di forma, in tutta una folla di ragazzi ne trovano appena due o tre che ricavino qualche buon frutto dal loro insegnamento" diceva ancora il vecchio Montaigne ). Non ci sono concessioni nel libro al lamento sugli studenti (qualunquisti, consumisti, teledipendenti) ricorrente soprattutto tra chi non li frequenta: il problema - come sempre e ovunque - sono gli adulti, non i giovani, che semmai si limitano a replicarli. Una interessante bibliografia è inoltre offerta a documentare come da almeno un secolo in Italia gli adulti abbiano levato perenni accenti d'allarme per l'abbassamento di qualità legato all'allargamento della scolarità: ciascuno, ovviamente, usando come pietra di paragone la scuola della propria generazione, rincorrendosi a ritroso (mi viene in mente una analoga, gustosissima sequela di citazioni sullo stesso tema, da Chateaubriand ai giorni nostri, raccolta in Francia qualche anno fa in un libro polemicamente intitolato, alla rovescia del luogo comune, Le niveau monte). C'è una nota di maggiore pessimismo in questo libro di Starnone, che lo porta a rivedere l'idea che per fare una buona
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