Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

DALLAFRANCIA 5 scena praticamente muta il viaggio fluviale di un gigantesco Lenin di pietra mentre sulle rive si accalcano i "sudditi" di ieri, indecisi se salutare o applaudire quel dinosauro ormai inoffensivo; se il regista jugoslavo (nato in Bosnia da padre serbo, Kusturica ha "tradito" le sue radici scegliendo di vivere nella serba Belgrado, di cui è anche diventato direttore artistico del locale festival, rifiutando però ogni identificazione etnica) racconta, come nessuno riesce più a fare, l'anima slava con il suo disperato bisogno di malinconia, di vodka e sesso, di disordine e sfida; se il regista greco (a volte decisamente prigioniero del suo approccio d'autore che lo obbliga a controllare e ricostruire tutto o quasi in studio e che finisce per mostrarci una Sarajevo "falsificata", ripresa un po' a Mostar e Vukovar e un po' rifatta in studio) riesce a trovare la capacità di descrivere la disgregazione e lo smarrimento di un popolo che non sa più trovare panorami in cui orientarsi o indirizzi a cui rivolgersi ... è altrettanto vero che i due film si chiudono su una dichiarazione lancinante di fallimento, di vuoto, di irrealtà. Nessuno dei due film arriva a teorizzare questa "sconfitta dell'intellettuale" di fronte ai fatti balcanici - impossibilità di capire prima ancora che di schierarsi - ma la scelta di raccontare le loro storie attraverso le figure metaforiche dei labirinti sotterranei (Kusturica) o del peregrinare zigzagando (Anghelopoulos) la dice lunga sull'incapacità di trovare una bussola a cui aggrapparsi. Più distratto e freddo, Anghelopoulos utilizza la nebbia per dirci come nemmeno il suo novello Ulisse riesca davvero a vedere quello che accade a Sarajevo (la scena dell'uccisione del conservatore della cineteca e della sua famiglia avviene non tanto in fuoricampo ma in una specie di fuorivisivo: per colpa della nebbia si sentono i colpi ma non si distinguono i corpi); più sanguigno e irruente, Kusturica non sa trovare altra soluzione narrativa che "annegare" tutti i suoi personaggi in una specie di placenta prestorica, ricordo cinefilo dell 'Atalante di Vigo ma anche sogno psicoanalitico di un ritorno a prima della nascita, cioè a prima della Storia. Entrambi, comunque, ammettendo una sconfitta tanto più tragica proprio perché più "incolpevole", segnale inconfutabile di impotenza più che di cattiva coscienza. Inutile chiedere al cinema le ragioni di questa disfatta, per la stessa ragione per cui sarebbe stato inutile chiedere al cinema qualcosa di più dell'accettazione dei propri limiti d'intervento. Neanche Coppola e Cimino erano riusciti a "spiegare" davvero la guerra nel Vietnam. Ma quei film (e alni ancora) a differenza di Underground e Lo sguardo di Ulisse assumevano un punto di vista molto più preciso (e limitato), erano l'opera cli due registi molto più "esterni" alle scelte politiche del loro Paese e probabilmente molto più agguerriti dal punto di vista degli strumenti d'analisi con cui affrontare quella storia. La guerra nell'ex Jugoslavia è invece un tema molto più sfuggente e complesso per essere condensato nella trama di un film, difficile da afferrare anche da parte di intellettuali più agguerriti e "preparati" dei due registi balcanici (a chi gli chiedeva come mai il suo film non prendesse una precisa posizione politica sul conflitto, Kusturica ha risposto ammettendo la sua incapacità di farlo, come uomo prima che come artista, perché "è dai tempi degli antichi romani che i Balcani si fanno guerra tra di loro..."). Forse qualcuno avrebbe preferito vedere su uno schermo delle riflessioni più meditate e distaccate, raccontate da un qualche distant observer, specie di "corpo estraneo" alla mate1ia narrata come era stato per Primadellapioggia(con tutti i rischi di ambiguità e "carineria" che aveva comportato), ma non è detto che questa sia la soluzione migliore. A volte, sentirci ricordare la nostra impotenza, senza dover per questo nascondere la testa sotto la sabbia come uno struzzo, può aiutare a non dimenticare. DAMITTERRANDA CHIRAC IN FRANCIACAMBIAQUALCOSA? GianniMarsilli Identità, memoria, patrimonio. Sono questi - sostiene lo storico PierreNora-i tre cardini del nuovo continente culturale francese.Nuovo nel senso di post-esistenzialista, post-strutturalista, post-marxista. In altri termini, ciò che viene dopo Sartre, Levi-Strauss, Lacan, Althusser. Sono tre parole-cardine che possono spiegare anche l'attuale vicenda politica transalpina. Jacques Chirac è il nuovo presidente della Repubblica. Deve la sua elezione innanzitutto al fatto di aver resuscitato una certa fierezza nazionale. La chiama "coesione", piedistallo indispensabile perché la Francia torni ad essere "un faro per tutti i popoli del mondo". I francesi hanno avvertito un sussulto identitaria, una voglia di essere francesi che negli ultimi decenni si era assopita. Nazionalismo? Si, certo. Dotato di disciplina democratica, ma figlio (o nipote) di un'idea di grandeur nazionale, Chirac ha sapientemente dosato lo slancio volontarista di cui egli stesso è un esempio perfetto e la nostalgia del tempo in cui la Francia era un'entità politico-culturale di cui essere orgogliosi. I riferimenti a De Gaulle si sono sprecati: non ha parlato alla destra e alla sinistra, ma alla nazione e ai suoi citoyens. Da qui quell'espressione che ha tanto colpito (e irritato) gli osservatori stranieri: la Francia come "faro", esemplare, unica, eccezionale. Chirac deve la sua elezione anche al fatto di aver coltivato, più dei suoi avversari, la memoria nazionale. Si è candidato in quanto campione di una continuità interrotta da più di vent'anni, da quando cioè il liberale Giscard d'Estaing - che non fu mai gollista - ebbe accesso ali' Eliseo. Fino a quei primi anni Settanta, la Francia aveva vissuto il suo ventennio più prospero. De Gaulle e poi Pompidou sono diventati, nell'immaginario nazionale, i simboli della sicurezza e dell'agiatezza: un padre fondatore il primo, un saggio capofamiglia il secondo. Disoccupazione vicina allo zero, rispetto nel consesso mondiale, spensieratezza da boom economico; a Giscard e Mitterrand toccarono invece la crisi petrolifera, la ristrutturazione tecnologica, la caduta del muro di Berlino: tempi d'incertezza, a volte di cupezza, in cui l'ascensore sociale si è bloccato. Sotto De Gaulle il figlio dell'operaio diventava avvocato, sotto Mitterand il figlio dell'avvocato confida in un posto da impiegato. Quanto c'entrino De Gaulle e Mitterrand in questo rivolgimento generale è un capitolo che ci porterebbe troppo lontano: diciamo che restano i simboli di un'epoca, e che Chirac si è trovato ad essere l'erede del simbolo giusto. Identità e memoria, infine, sono costitutive del patrimonio nazionale e Chirac è stato percepito come il suo custode migliore. Patrimonio da non svendere all'Europa, patrimonio da valorizzare ed etichettare made in France. Nella Quinta Repubblica, più dei programmi, può l'uomo, quel presidente-monarca che riceve tremila lettere al giorno dai suoi cittadini-sudditi; vengono da lui gli impulsi capaci di "elettrizzare" la società. Chirac ha promesso posti di lavoro, uguaglianza di opportunità,

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==