Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

importanza delle sue mansioni gli era necessaria per sorprendersi dinanzi al variegato concerto delle fondamenta, e se avesse trovato lavoro come meccanico o muratore, alla lunga, ne sono sicuro, si sarebbe stancato di quella discontinuità flessibile che era negata al suo lavoro di impiegato. Ne aveva bisogno così com'era, come qualcosa di casuale e incomprensibile, per questo aveva bisogno di me, perché grazie a me si situava alla giusta distanza rispetto a tutto ciò e poteva considerarlo come una scoperta, come se il contatto della mia mano gli desse un po' di chiaroveggenza; in realtà, come qualsiasi persona che ne educhi un'altra, vedeva tutto attraverso i miei occhi, cosicché in un certo modo io lo illuminavo, io lo educavo. Perciò, quando mi ammalai di bronchite e stetti due settimane a letto, lui continuò a uscire, però ritornava presto, al massimo dopo un'ora, con i vestiti puliti, senza nessuna traccia di quelle contorsioni che faceva per raggiungere qualche nucleo segreto, e io mi domandavo se se ne fosse andato in giro con le mani nelle tasche tra i pilastri e le travi di una costruzione o se, annoiato da quanto era solo e da tanto lavoro, non se ne fosse andato da quelle parti in cerca di un luogo veramente vergine per iniziare a mettere ordine nella sua vita. Non mi raccontava niente dei suoi giri e io sentivo che ammalandomi l'avevo tradito. Cercai di rimettermi molto presto, nonostante il mio odio per la scuola, ma proprio il giorno in cui lasciai il letto lo promossero e ottenne un posto di responsabilità. Comunicò la notizia a mia madre senza allegria, come un dovere compiuto, e mia madre esclamò alzando le braccia al cielo: "Finalmente potremo andarcene da questa casa." Capii che aveva appena vinto una lunga battaglia che lei e INDIA, MESSICO,CINA 61 mio padre combattevano da qualche tempo, e per la prima volta lui si sdraiò sull'unica poltrona di casa, stette a guardare con preoccupazione un punto sul muro e io non ebbi il coraggio di chiedergli di uscire. Quando nuovamente lo guardai stava dormendo. "Lascia riposare papà" mormorò mia madre. "Non usciamo?" "A beccarti un'altra bronchite tra i tubi e le pozzanghere?". Poi aggiunse più conciliante, senza guardarmi: "D'ora in poi papà ritornerà tardi, quasi di notte. Uscirete il sabato. E ben presto avremo una macchina, non sei contento? Usciremo con papà in macchina.". E si voltò e mj abbracciò con forza. "Adesso vai a fare i compiti" disse, "li hai già fatti?" Era la prima volta che mi faceva questa domanda. "Sì, li ho già fatti" mentii. "Allora vai a giocare di là, senza fare rumore.". Me ne andai in camera mia e mi misi a giocare con il mio fratellino di un anno. Ogni momento mi affacciavo a vedere se mjo padre continuava a dormire. C'era un silenzio opprimente in tutta la casa. Mi mjsi a guardare dalla finestra e giocai ad appannare il vetro con l'alito. Quando il mio fratellino si addormentò nella culla iniziai a girare per la stanza con le mani nelle tasche e in quel gesto riconobbi un gesto di mio padre. Lo· zaino della scuola mi guardava da un angolo. Ritornai alla finestra, poi guardai per un po' mio fratello che dormiva. Era presto per accendere la televisione. Fuori inziava a venir buio. Allora mi tolsi le mani dalle tasche, presi lo zaino, tirai fuori i quaderni e per la prima volta da quando ero in terza mi misi a fare i compiti.

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