60 INDIA, MESSICO,CINA com'erano, non ci hanno messo molto ad annjentarsi l'un l'altro dopo aver anruentato tutti, ma io ho sempre avuto cura di ritirare la posta dalla cassetta che dava sulla strada e sbrigarla nel modo più adatto per allontanare qualsiasi sospetto o domanda curiosa), li ho di nuovo tutti davanti agli occhj: il bisnonno Julio e la zia Sampdoria e lo zio Cornelio, i mjei fratelli Pilade ed Edgardo, tutti i miei cugini e i miei zii della bombatura centrale che imprecano e gracchiano e stringono gli occhi in cerca dell'aggettivo giusto e dell'espressione più sobria. Tutti i settori erano consumati dalla stessa febbre di perfezione, e anche se i I nostro numero cresceva dj anno in anno, casa nostra, riattando un angolo qui e allargandosi là, 1iservava sempre una piega nascosta o un gomùo vergine per un nuo;1,10Vetricciolj_ Naturalmente bisognava adeguarsi alle nuove presenze, far posto, dimagrire leggermente, attaccare di più il braccio al corpo nello scrivere, consultare poco i dizionari per disturbare il meno possibile, essere più precisi e sobri nella scelta delle parole, insomma, gravare solo lo strettamente necessario. Di modo che ognj nuovo Yetriccioli imponeva a forza un sottile iiassestamento, un cambiamento quasi impercettibile di tono e di stile, così come i vecchi, morendo, si portavano via parole e cadenze irrecuperabili. Quello che tutti avevano in comune era il fervore, la dedizione alla casa e la consapevolezza che non si inventava niente, che si lavorava sul lavorato da altri e si correggeva per essere corretti, che l'originalità non esisteva e nessun tratto personale era degno, per cui bi sognava canee! la.rio,e che questa era la differenza essenziale tra noi e i Guarnieri, tra la loro grassezza e la nostra agilità, tra il loro palazzo di vari piani e la nostra vecchia casa di calle Bolfvar dove ci si perdeva tra le migliaia di angoli. MIO PADRE Non ho mai saputo bene quale fosse esattamente l'occupazione di mio padre. Non doveva essere qualcosa che lo entusiasmasse molto perché non l'ho mai sentito parlare del suo lavoro e quando tornava a casa alla sera aveva l'espressione di essersi sbarazzato di un fastidio, come un bambino a cui fosse appena stata fatta un'iniezione. Invece di sdraiarsi su una poltrona a riposare, per un po' lo prendeva una mania d'attività come se volesse compensare il tempo sprecato in ufficio, ma non trovava granché da fare, aveva un carattere volubile e gli era difficile applicarsi a un compito. Quello che più gli piaceva era camminare, e neanche in questo aveva un'attitudine adeguata, avanzava a grandi falcate come se lo chiama se un dovere urgente, non con la calma di chi passeggia. A un certo punto gli parve che io avrei potuto rappresentare il punto di orientamento che gli mancava e decise di portarmi con sé a passeggiare per educarmi. Io ero un bambino un po' cresciuto che avrebbe potuto prestargli attenzione e seguire i suoi consigli e obbedire ai suoi ordini, anche se lui era la persona meno adatta per consigliare e comandare. on mi ha mai rimproverato né fatto prediche. Mi prendeva per mano e non perdeva occasione di mostrarmi il sottofondo e le parti nascoste di ogni cosa che trovavamo sulla strada. A questo si ridusse fin dall'inizio il contenuto della mia "educazione". Credo che questa sua ansia di mettermi in contatto con le cose non visibili si dovesse al tedio che gli provocava il suo lavoro amministrativo e alla necessità che sentiva, in mezzo a tanta superficialità, di vedere e toccare le strutture di fondo, le verità insostituibili ed elementari. "Guarda" diceva estasiato di fronte a qualsiasi tubatura arrugginita che montasse su per il fianco di una casa o di un palazzo, "guarda questo fascio di tubi, come sale.". Non aggiungeva altro, perché il suo senso pratico era inesistente e non era capace di distinguere un'installazione del gas da una dell'acqua, e io imparai molto presto a non importunarlo con domande moleste. L'importante era vedere, prendere atto, assentire di fronte a queste evidenze cristalline con una specie di fede o gratitudine. Con lo stesso spirito osservava i tombini e me li mostrava mentre camminavamo. Voleva che non dimenticassi che sotto la città la vita continua e si estende e forma un'altra città più laboriosa ma tanto vera come quella che vediamo. E io, udendolo parlare, immaginavo un fervore inusitato di gallerie, di raccordi e di rampe illuminate, con uomini che si incrociavano in cento direzioni diverse. Così, il giorno in cui ci imbattemmo in un tombino aperto e ci sporgemmo per guardare, la vista di quel buco sporco mi lasciò esterrefatto e lui dovette notarlo. "Questa è appena l'entrata" disse, e sembrava avvilito quasi come me. Era un buco obbrobrioso, ed io mi resi conto che vicino a un mondo gagliardo e vittorioso che dà del lei alla materia, c'è un enorme fondo impenetrabile, una massa ancora da plasmare e da riscattare che tutti coprono per non vedere. Ci specializzammo in questa inezia. Uscivamo come dei botanici in cerca di una pianta rara e io dovevo sforzarmi per stare dietro ai grandi passi di mio padre. A volte ci bastava qualcosa di tanto semplice come un terreno incolto circondato da una rete metallica. La rete, che proteggeva arbusti ed erba, metteva in risalto quanto fosse infame quel luogo in cui persino le pietre acquisivano un'aria di sopravvivenza e di sforzo. Rimanevamo assorti dietro il reticolato come se da un momento ali' altro fossero potuti avvenire chissà quali intimi travasi. Era pieno di terreni incolti dappertutto, bastava cercarli. Lì c'era, come un rimorso o un duro rancore, la stretta striscia di terra che separa il marciapiede dalla strada. Era uno dei posti sacri di mio padre, che da lì se ne andava con l'occhio per scoprire che impercettibilmente tutto era la stes a cosa: terra e polvere in diversi gradi di concrezione. Così, davanti a un palazzo in costruzione, invece di anmlirare l'audacia del cemento, vedeva le crepe future, la demolizione, come se costruire fosse una parentesi o un malinteso. Poteva accarezzare un tubo o un bastoncino con la stes a pietà con cui San Francesco accarezzava i suoi uccelli e i suoi lebbrosi. Dove gli altri vedevano mera inerzia, ossia non vedevano niente, lui vedeva devozione e sforzo; forse per questo gli interessavano i sottofondi, perché vi scopriva che niente si trova completamente abbandonato e che nell'intimo di una cosa non manca mai una minima struttura che rianima la massa inerte. Soprattutto l'attraevano i pezzi secondari, di rinforzo, la cui utilità non è del tutto provata. Anche se non era esperto in niente, li riconosceva a prima vista e vi dedicava tutta la sua attenzione; erano come il sottofondo del sottofondo, lo strato più umile e precario, e a volte faceva delle acrobazie pericolose per avere davanti agli occhi queste imperfezioni. essuna cosa è p1u importante di un'altra, diceva scrollandosi la terra dai capelli, dai pantaloni e dalle mani. E benché si lamentasse del suo lavoro routinario, non credo che sarebbe stato più felice se avesse cambiato lavoro. La scarsa
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