58 INDIA, MESSICO,CINA LAVITE L'olio è un'acqua con i fianchi, un'acqua impura che conosce il desiderio, il tempo e la morte. Invece di avanzare fluido e senza problemi come l'acqua, l'olio s'insinua e si dimena. Mentre l'acqua, franca e anarchica, sempliciona e monotona, libera il mondo da tutti i suoi segreti, l'olio è un'acqua che porta con sé un segreto, un'acqua che in qu,alche punto si è distratta e da allçira ha perso la sua innocenza. E un'acqua "intorbidata". Èlastessadifferenzachec'ètraunchiodoeuna vite. La vite è lenta e circospetta come l'olio; è come un chiodo lubrificato, fatto per accordarsi e andare d'accordo con gli altri pezzi, non per imporre loro la sua legge. Nella vite, il duro monologo del chiodo si è trasformato in dialogo e negoziazione. Per questo le giunzioni fatte con una vite sono più durature. Invece di una rude conquista, c'è lì un'infiltrazione graduale. Quello che il chiodo ignora del tutto, lo strofinio, raggiunge nella vite la massima temperatura; a forza di un continuo strofinio, uniforme, come un fuoco lento, la vite addormenta la materia e l'addolcisce, la prende senza prenderla, quasi con disinteresse, con abulia. Il chiodo è molto più eroico ed eccitante; si muove.in un mondo epico. La vite è brutta, goffa, asmatica, senza impatto iniziale, non rivela alcuna avidità né emozione. Ma proprio lì sta la sua forza, perché come si può resistere a qualcosa che non ci mostra mai la faccia, che vive perennemente di profilo? Come implorarla? La filettatura della vite è il profilo allo stato puro, è l'assenza di un volto e di un'intenzione precisi. Come sapere, guardando il suo gambo in movimento, se entra o si ritira, se ci interpella o ci ignora? È la grande opportunista; fa un lungo discorso avvolgente che non offre il minimo appiglio perché possiamo interrompere e dire no, di qui non si passa. Più che penetrare, s'insinua, s'intrufola, completamente impersonale e senza volto. Se potesse si renderebbe invisibile. La sua forza risiede nella sua loquacità. È una loquace imbattibile. Non le vengono mai meno gli argomenti. Come non sa aspettare, non sa tacere. È impermeabile per natura (I' impermeabilità è sempre questo: qualcosa di striato e scanalato come una vite, dove nemmeno l'acqua trova il minimo avvallamento in cui fermarsi; tutto ciò che è impermeabile obbliga a stare in punta di piedi, in perenne allerta, in perenne cerimoniosità, su un terreno minato, come in un'udienza con un personaggio illustre). La loquacità della vite agisce più per suggestione e per la varietà degli esempi che per la profondità delle ragioni. Le ragioni, come i volti, nascono dalle pause. La vite non conosce pause, però è un ottimo veicolo di esempi. Ogni suo giro equi vale ali' esclamazione: "per esempio ..."; ogni giro del la vite è un esempio diverso di chiodo, di punta che penetra. La vite è un'alluvione di domande, mai di risposte; perciò, rinunciando ali' eccitazione di farsi strada perentoriamente, nella sua avanzata si assicura ogni millimetro che guadagna; come una fina bava, lascia al suo passaggio una traccia attorcigliata che le garantisce di trovare facilmente la via del ritorno. Ed essendo una strada di domande, una strada ipotetica, in futuro può usarla un 'altra vite; inoltre, la vite è ~empre un'altra, ricomincia di nuovo ad ogni giro, instancabile e pletorica di argomenti; perciò bada di non venire mai al dunque, si fa strada per mezzo di timidissime associazioni e di piccole somiglianze, senza il minimo inciampo, come una mano che ci accarezza senza staccarsi dalla nostra pelle per non svegliarci. Forse nel gambo a forma di spirale della vite, dove la continuità e il radicamento, la progressione e la permanenza hanno trovato una soluzione comune, risiede il mjstero del linguaggio. Ed è proprio questa soluzione di compromesso, questa cautela innata nella sua condotta quello che dà alla vite la sua apparenza melanconica, quasi tisica. Invidia l'impeto del chiodo, la sua gioiosa versatilità, la sua allegria dionisiaca, la sua purezza senza concessioni. Rimpiange, attraverso il chiodo, quel mondo primigenio dove tutto era trasparente, effusivo, allo scoperto, evidente a colpo d'occhio; quel mondo dai cambiamenti violenti, senza sotterfugi, senza profili, dalla faccia grande, dal volto limpido, e dove tutto serviva a tutto. E questo profondo rimpianto di un mondo più focoso, alla vite si nota sulla testa, sulla sua testa tristemente spaccata in due corrie una faccia frustrata o un cuore ferito. I VETRICCIOLI Il nostro numero cresceva di anno in anno, è vero, però la vecchia casa in calle Bolfvar continuava ad alloggiarci tutti senza disagi, o con un comfort che ogni giorno era più sottile e più intimo. Piena di angoli e di angusti corridoi che all'improvviso si allargavano senza alcun motivo, sembrava, più che una casa, l'amalgama di molte che avessero finito per fare a gomitate pur di appropriarsi dello stesso posto. Ogni canto era stato dotato di uno scrittoio, che a volte non era altro che una semplice tavola per appoggiarci il leggio e il calamaio. Altri scrittoi erano posti dentro i vecchi armadi di famiglia, nei vani delle finestre e nei soppalchi costruiti per approfittare del!' altezza dei soffitti e della leggera bombatura di un corridoio o di una stanza. Non si disprezzava la minima concavità o rientranza dei muri. C'erano anche scrittoi incassati in piccoli gomiti dove a malapena ci sarebbe stato un bambino, e in queste nicchie, come pure nelle altre parti della casa, si lavorava da dieci a dodici ore al dì alla luce del giorno o delle lampade. Le camere erano al piano di sopra, ma succedeva spesso che alla fine della giornata molti Yetriccioli si addormentassero con la penna in mano sul piano delle loro minuscole scrivanie. Quando veniva al mondo un Vetriccioli, i vecchi, riuniti nello scantinato, sceglievano il futuro luogo di lavoro del neonato: l'ala ovest, i soppalchi del sud (dove una volta c'era una cucina), gli angoli levantini o la bombatura centrale. E quando il piccolo compiva tre anni passava sotto la tutela di uno zio o di un cugino maggiore che lo familiarizzava a leggii e cassetti, alle vertigini dei soppalchi e ai dizionari. A sei anni il piccolo Yetriccioli sapeva sedersi dritto, usare la ca1ta assorbente, fare la punta alle matite, canee! lare con la gomma senza grattare il foglio e mettere in ordine una scrivania. Gli si insegnava a portare i manoscritti da un soppalco ali' altro e a riempire i calamai dei suoi zii e dei cugini; alla fine della giornata mostrava con orgoglio le dita macchiate d'inchiostro e quando compiva sette anni iniziava a tradurre le p1ime frasi e i primi paragrafi che, oltre a esercitarlo, servivano per sapere quale posto della catena familiare gli sarebbe convenuto in futuro. Infatti ogni nostra traduzione passava di mano in mano fino ad essere soppesata un'infinità di volte, le nuove mani smentivano le
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