Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

54 INDIA, MESSICO,CINA "Preferisci scedere denthro o fuori? La scenah eeh in tavhola." "Ah, sì: va benissimo dentro. Comincia pure, arrivo subito." Buon Dio! Che cosa avrebbero detto i suoi amici inglesi nel ricevere un invito di questa fatta? La prima comunicazione della signora Sen al marito era stata una proposta di defecare all'aperto! Un afrore dolciastro, misto di olio di cocco e di rose, aggredì le narici di Sen all'ingresso della sala da pranzo. Sua moglie si era lavata e oliata i capellj che le scendevano ora sparsi in volute serpentine fin sotto la cintura. La riga di spartizione era impiastricciata di polvere vermiglia, ad indicare il suo status di donna sposata. Non c'era dubbio che si fosse diligentemente aspersa d'acqua di rose, come ce110le aveva insegnato la madre. Sedeva paziente al tavolo: nessuna donna indù avrebbe mai potuto iniziare a mangiare tranquillamente prima del marito. "Dolente di essermi fatto attendere. Avresti dovuto iniziare. Ormai sarà tutto freddo." Lei scosse semplicemente il capo. Iniziarono a mangiare: lui la sua omelette, con una fetta di pane imburrato, coltello e forchetta; lei il suo riso e lenticchie al curry, appallottolandoli con le dita sul palmo della mano destra. Sen si schiarì più volte la voce, come per iniziare una conversazione. Ma ogni volta quello lo sguardo vacuo e smarrito dietro le spesse lenti sembrava voler togliere ogni significato alle parole. Se lo avessero saputo, i suoi amici si sarebbero fatti delle ben grasse risate: "Oh, povero Sunny Sen !Come farà ad avviare la conversazione con sua moglie senza un'adeguata presentazione? Lo sann~ tutti: è un vero gentleman.". La cena trascorse in silenzio. Poi Kalyani Sen emjse un leggero ruttino, estrasse la scatola del betel, se ne arrotolò una foglia, attese un secondo esatto e se la cacciò in bocca. Per la luna di miele, Sunny si era invece concesso il lusso di alcuni costosi Avana. Ne estrasse uno dal fallico astuccio di latta, lo decapitò con una taglierina d'oro e se l'accese. li fumo aromatico saturò immediatamente la sala. Questa volta sua moglie non usò le pieghe del sari per coprirsi il volto: si tappò bocca e narici direttamente tra le mani, con gran discrezione. Sedevano in silenzio uno di fronte all'altra di là dal tavolo: lei masticava le sue foglie di betel ("sembra una mucca che rumina il bolo", pensava Sen); lui si perdeva tra i fumi del suo lungo sigaro cubano. Era deprimente; e la barriera tra loro era insormontabile. Sen diede un'occhiata all'orologio e balzò su esclamando: "Il notiziario! Non posso perderlo!" Corse in camera a prendere la radiolina a transistor. I due letti erano stati disposti uno accanto all'altro senza lasciarvi spazio in mezzo; i cuscini quasi s'abbracciavano. Le lenzuola, irrorate del greve aroma della fibra di khas, parevano anch'esse attendere ansiosamente la consumazione del matrimonio celebrato poco prima.Sensi domandò come diavolo sua mogi ie potesse anche solo pensare a quel genere di cose: non erano neanche stati presentati, maledizione! S'erano scambiati a malapena un paio di frasi di circostanza. Prelevò rapidamente la radio e si precipitò in sala da pranzo. Si sintonizzò sulla frequenza di Delhi. Durante il giornale radio, il locandiere sparecchiò la tavola es' accomiatò con gran salamelecchi di buona notte. La signora Sen decise di ritirarsi, raccolse la sua scatolina del betele scomparve in camera. Dopo il solito quarto d'ora di notiziario, andò in onda un programma sportivo. Sen non li ascoltava mai; ma quella volta fu proprio contento di averlo fatto perché ne seguì l'annuncio di una variazione di programma: il concerto di musica vocale indostana di Ustad Badey Ghulam Ali Khan era stato rimandato per trasmettere un'esecuzione del l'Orchestra Filarmonica Cecoslovacca da Nuova Delhi. Ghulam Ali Khan era certo un grande nome della musica indiana ed anche un nativo anglicizzato doveva fingere entusiasmo per le gorgoglianti cacofonie che riusciva ad emettere dal fondo dello stomaco. Idiplomatici avevano addirittura imparato a resistere alle quattro ore dei suoi concerti pur di non offendere i loro ospiti indiani o sembrare meno colti delle rappresentanze diplomatiche rivali. Ma l'Orchestra Cecoslovacca era in India per la prima volta e quei Wogs che gestivano l'Associazione Musicale Europea di Delhi ce l'avevano fatta. Peccato non essere rimasti in città, pensò Sen: si poteva invitare un po' di gente giusta a cena (di rigore il frac!) e poi andarsene al concerto. Come si sarebbe trovata sua moglie ad una festa del genere? Un applauso attraversò l'aria, seguìtodall'annuncioche il primo brano era una selezione da La Sposa Venduta di Smetana. Sen si sentiva ad una prima del Covent Garden o della Festival Hall. A Smetana seguì Bartok. L'unica cosa che rompeva l'incanto erano gli applausi tra un movimento e l'altro, ma non si poteva certo pretendere che dei poveri indigeni ottusi capissero la differenza tra la fine di un movimento e la fine della sinfonia. Vi fu un intervallo di dieci minuti. L'ultimo brano in programma era la Quinta di Dvorak: il suo pezzo preferito! Si versò del brandy (V.S.O.P.), s'avvicinò una sedia e vi distese le gambe. Non aveva mai sentito eseguire Dvorak così bene, neanche in Europa. Un sigaro cubano, dell'ottimo cognac, la musica più bella del mondo: che cosa si poteva richiedere di più dalla vita? Scosse delicatamente la cenere dal sigaro, s'adagiò in poltrona e chiuse gli occhi, rapito in estasi. Si addormentò profondamente ancor prima dell'ultimo movimento, con il sigaro che gli s'andava consumando lentamente tra le labbra. Né gli applausi alla fine del concerto né il silenzio né il brusio della radio riuscirono a risvegliarlo dall'assopimento. Solo quando il sigaro diventò rovente, Sen aprì la bocca e se lo lasciò cadere in grembo; gli bruciò lentamente i calzoni, poi passò a sfrigolare allegramente tra la peluria del sottopancia. Sen si risvegliò di soprassalto e gettò a terra il mozzicone. Benché il sigaro gli avesse provocato solo un buchino vicino ad un bottone della patta, la stanza era impregnata del puzzo di tela bruciata. Non aveva più vie di scampo, pensò. Spense la radio e guardò l'ora: la mezzanotte era passata da un pezzo. Spense la lampada ad olio ed andò in camera da letto. Un'altra lampada ardeva ancora sul tavolo: sua moglie s'era addormentata dopo un'evidente lunga attesa. Indossava ancora gli abiti ed i gioielli della cerimonia. S'era data del mascara alle ciglia e le lacrime l'avevano sciolto macchiandole le guance e disegnando un alone di fuliggine sul cuscino. Sensi mise in pigiama e s'infilò a letto. Guardò sua moglie, il seno lievemente palpitante, la bocca socchiusa. Come si sarebbe potuto farlo? Comunque, non ne aveva il benché minimo desiderio. Ruotò la regolazione della lampada. La fiamma gialla diede un guizzo blu sul bordo dello stoppino, crepitò ancora un paio di volte e capitolò infine, sprofondando la stanza nella sua buia solitudine. li locandiere lo svegliò con il vassoio del tè: "Sono le nove passate, Sahib. La Memsahib è già in piedi da quattro o cinque ore, ha fatto il bagno, ha detto le preghiere e vi sta aspettando per poter mangiare chota hazri, colazione". Sen si stropicciò gli occhi; il sole filtrava nella stanza dalla veranda. Sua moglie aveva riarrotolato accuratamente il suo giaciglio e l'aveva ritirato sopra il suo baule di ferro. "Vorrei prendere il tè in veranda", rispose alzandosi. Andò in bagno, si gettò dell'acqua fredda in faccia ed uscì. "Spiacente di essermi fatto attendere; pare stia diventando una mia cattiva abitudine. Seriamente, non dovresti mai stare ad aspet-

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