Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

52 INDIA, MESSICO,CINA bocca piena di succo di betel. Rovesciò il capo per impedire alla bava di straripare ed abbaiò al chaprasi: "Ehi, la sputacchiera, presto!" Il chaprasi si precipitò con quel vaso che Sen aveva fatto rimuovere dal suo ufficio, lo porse sotto il mento del Direttore e il signor Swami potè finalmente espellere la poltiglia sanguinolenta nella sputacchiera. Sen aprì un cassetto della scrivania e si mostrò assorto nella ricerca di una scatola di fiammiferi. [] Direttore si accomodò e si accese un bidi. "Ehi, Sen, brutto stronzo. Sì, per Dio, sei proprio un gran stronzane, mi sia consentito dire;" stava attingendo alle sue più forbite conoscenze idiomatiche: "Zitto zitto ti vai a far incastrare e non dici niente a nessuno. Il mio segretario mi fa, dice: 'Signore, dovremmo festeggiare le nozze del Sahib invece che star qua a lavorare!' e allora faccio io: 'Nozze? che nozze?' e lui fa: 'Signore, Sensi è sposato stamattina.' Allora faccio: 'Per Dio, devo farmi contare la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità dritto dritto dalla bocca di quello stronzo, quel brutto stronzo." Il direttore gli offrì la mano di là dalla scrivania con un ghigno complice: "Ti credi un furbone, eh?" Sen sfiorò la mano del capo con la punta delle dita e rispose: "La ringrazio, Signore." "Che ti ringrazi e ringrazi? E cosa vieni a fare in ufficio il giorno del tuo matrimonio? Mica casca il cielo se te ne stai via un po' di giorni! Anzi: il tuo capo, che sono io, ti ordina di andare a casa da tua moglie. Ti metto in 'missione riservata'. Che ne dici?" Il Direttore era molto compiaciuto di sé e gli stese di nuovo la mano. Sen gliela strinse per accontentarlo e complimentarsi al tempo stesso della sua arguzia. "La ringrazio, Signore. Dunque credo proprio che tornerò a casa." "Mio Dio! Sei proprio un Sahib' Sarà mica una Memsahib anche tua moglie? Sarebbe troppo uno scherzo del destino!". Il Direttore uscì, ma il suo ghigno complice striato di bete! rimase ad aleggiare nell'aria, come il sorriso del Gatto del Cheshire, mentre la sua ultima frase vorticava nella testa di Sen rimbombando ritmicamente : "Sarà mica una Memsahib anche tua moglie? Sarà una Memsahib? Sarà una Memsahib? Sarà una Memsahib anche tua moglie?". Continuò ad arrovellarsi se sua moglie fosse una Memsahib mentre guidava verso casa per pranzo. Gli pareva improbabile: vantava sì una laurea in letteratura inglese, ma Sen conosceva frotte di connazionali con tanto di titoli di studio che a malapena riuscivano a spiccicare un inglese appena corretto. Il Direttore, ad esempio: nonostante tutta la sua ostentazione di scioltezza gergale, come tutti gli indiani del sud faceva orrendi errori di pronuncia es' impappinava sempre su certe parole. Sorrise tra sè ricordando le istruzioni che il capo aveva impartito al suo segretario particolare per chiamare al telefono un certo Onorevole M. M. Amir e che suonavano pressapoco: "Vorrei parlare con-l'Onor è volubile (ehm, ehm!)-Amir". Anche i bengalesi avevano a loro volta degli esecrabili difetti di pronuncia: aggiugevano H aspirate a iosa e dicevano SC invece di S: una "vergine" suonava come una pianta esotica "vharheen", "semplice" come "scemplice". La partenza ebbe luogo inmezzo a gran pianti e la sposa continuò a frignare ancora a lungo in macchina. Si era calata il sari sulla fronte sin quasi a coprirle gli occhi e affondava il resto del volto dentro il fazzoletto di seta con cui continuava a soffiarsi il naso. Quando Sen accese la pipa lei si serrò fermamente le narici nel fazzoletto. "Ti dà fastidio il fumo?" fu la prima frase che egli proferì a sua moglie. La prima replica fu una vigorosa scrollata di capo. Fecero la sosta per il pranzo sul bordo della strada vicino ad una piantagione di manghi. La madre di Sen aveva preparato due sacchetti diversi, ciascuno dei quali recava i rispettivi nomi appuntati in bengalese: quello di Sunny conteneva pollo arrosto e panini al formaggio, l'altro una scodellina di ottone con riso bo!Iito, giardinieQuesto foto e le seguenti sono di Joonno Pinneo/ Black Star/ G. eri. ra e lenticchie al curry. La moglie mescolò le lenticchie al riso ed incomù1ciòa mangiare con le mani. Mangiavano senza proferir parola. Nel giro di pochi minuti un piccolo pubblico di curiosi e di bambini da un villaggio vicino si era radunato intorno a loro: chi accosciato, chi in piedi, stavano lì a contemplarli e a commentare la loro condizione di sposi novelli. Sen sapeva bene come trattare quei bifolchi: "Volete favorire?", chiese sarcasticamente. Gli adulti sciamarono a testa bassa, ma non c'era verso di smuovere i mocciosi: "Andate al diavolo, luridi bastardi!", ruggì Sen smanacciando in aria come per colpirli. I bambini schizzarono a distanza di sicurezza e presero a sfotterlo scimmiottando il suo accento inglese: "Al diavolo! Al diavolo!" gridavano, "Onore al Sahib, al supremo Sahib!". Sen lasciò perdere e si rivolse educatamente a sua moglie: "Perdona le parole che ho usato," disse con un sorriso, "vuoi assaggiare unodei miei panini? Non so se mangi carne, mace n'è uno di lattuga e formaggio: è cheddar fresco.". La signora Sen prese il panino tra ledita sporche di curry. Strappò una strisciolina di pane come se si fosse trattato di focaccia, la usò per raccogliere una mistura di riso, curry e formaggio e si cacciò il tutto in bocca. Smise di ruminare dopo il primo morso e sbarrò gli occhi attraverso le sue spesse lenti fissando il marito come se l'avesse avvelenata. Impallidì e, incapace di controllarsi, sputò tutto il cibo

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