Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

tuttavia non si era rivelata un limite, anzi faceva grande impressione sulla maggior parte degli indiani. Benché non potesse ritenersi completamente integrato per via del suo accento e dei modi affettati, egli era ampiamente ripagato dal risparmiarsi quel circolo vizioso di invidie e calunnie a cui tutti gli altri indulgevano. La sua compagnia era anzi ricercata proprio perché era un indiano non-indiano, una so11adi gentleman inglese abbronzato, esattamente ciò che gli inglesi definiscono sprezzantemente un Wog: Westemized Orienta! Gentleman, cioè un gentiluomo orientale occidentalizzato. Sen conservava essenzialmente un solo punto di contatto con il suo paese: sua madre. Come ogni vedova indù ortodossa, lei portava il capo rasato, indossava un semplice sari bianco e camminava a piedi scalzi. Sen era figlio unico e ciascuno dei due cercava di fare per l'altro quanto di meglio fosse possibile: lei gli gestiva la casa e lui mangiava docilmente il riso, il pesce al curry e quegli stucchevoli dolcetti appiccicosi che lei cucinava solo per le ricorrenze speciali. In ogni altra occasione lei ordinava alla servitù di preparare i piatti preferiti dal figlio: costolette o pasticcio d'agnello. Lei aveva adibito una stanza a tempio, dove bruciava l'incenso e faceva tinnire le campanelle ad una immagine votiva della dea Kalì dal volto oscuro e dalla lingua rossa. Ma non aveva mai insistito perché lui si unisse al culto. Sen detestava i film indiani, eppure la portava immancabilmente a vederne uno al mese. A sua volta lei non poneva obiezioni al suo scotch e soda serale o al fumo anche in sua presenza, né indagava sui movimenti del figlio. Insomma andava tutto a gonfie vele, finché lei non si mise ad accennare all'eventualità che lui si sposasse. All'inizio lui ci aveva riso sopra, ma lei si era fatta sempre più insistente ed aveva cominciato a tormentarlo: voleva vederlo sistemato e poter tenere un nipotino in braccio, diceva con le lacrime agli occhi, almeno un volta prima di morire. Alla fine, lui si arrese. Non aveva le idee chiare, né sul matrimonio né su chi sposare; ma, giacché era tornato a vivere in India, non poteva certo far di meglio che sposarsi una sua connazionale. Così, un bel giorno disse: "Va bene, mamma, trovami una moglie. Sposerò chiunque tu scelga". La madre non tornò più sull'argomento per molti giorni. Scrisse ad un suo fratello che viveva a Dehra Dun, alle pendici dell'Himalaya, perché la raggiungesse a Delhi. I due elaborarono un annuncio matrimoniale e lo fecero pubblicare due volte di seguito sull'edizione domenicale del Hindustan Tùnes. Diceva così: "Giovane bengalese venticinquenne, educato Oxford, dirigente statale di ruolo, primo livello, oltre 1.000 rupìe/mese, scopo matrimonio cerca vergine bella presenza, pelle chiara, buona famiglia, ceto elevato, competenza domestica. Caste C/D ammesse. Allegare oroscopo. Casella Postale 4200". La sola prima uscita fruttò più di cinquanta lettere di genitori premurosi di allegare non solo oroscopi ma anche fotografie, a dimostrazione della pelle chiara e quindi della bellezza delle figlie. Un paio di settimane più tardi la selezione delle candidature era stata espletata e la madre e lo zio di Sunny sciorinarono trionfalmente quasi un centinaio di fotografie sul vasto tavolo della sala da pranzo. Ovviamente ogni dichiarazione di verginità e di competenza domestica avrebbe dovuto essere accolta con beneficio d'inventario. Nonostante la proclamata tolleranza per le caste Ce D, le candidature prese in considerazione erano tutte della stessa casta dei Sen e supportate da sostanziose proposte di dote paterna. Ora la scelta toccava a Sunny. Sunny non sapeva dell'inserzione e la prese molto male. E tanto più umiliato si sentì quando certi genitori particolarmente ansiosi si misero addirittura in viaggio da Calcutta e, ottenuto il suo recapito dal giornale a suon di bustarelle, gli piombarono in ufficio. Dichiarò con fermezza alla madre che, se la cosa non si fosse conclusa entro tempi brevi, avrebbe mandato tutto all'aria. Ma aveva dato la sua parola: INDIA, MESSICO,CINA 51 scegliessero dunque loro per lui. Madre e zio risolsero la faccenda in fretta e furia scegliendo la ragazza con la dote più alta; per di più il padre prometteva un congruo anticipo a mo' di caparra già sin dalla festa di fidanzamento. Le pai1i sottoposero gli oroscopi degli aspiranti sposi al vaglio di un santone che, consultate le stelle e riempite le saccocce, dichiarò la coppia idealmente perfetta e le date convenute tra le parti sotto i migliori auspici. Era più di quanto Sunny Sen potesse sopportare: dichiarò brutalmente che avrebbe acconsentito solo ad un matrimonio civile oppure non si sarebbe sposato affatto. Sentendo la sua insofferenza aumentare, madre e zio cedettero. I genitori della sposa fecero solo una blanda opposizione formale, considerando che un matrimonio tradizionale con tanto di rinfresco, parenti, amici, regalie, oboli agli officianti e quant'altro, poteva arrivare a costare migliaia di rupie mentre l'imposta dello Stato Civile era di 5 sole rupìe. E fu così che Srijut Santosh Sen finì per sposare Kumari Kalyani, la maggiore delle cinque figlie di Srijut Profulla e Srimati Proti ma Das. Anche il signor Das, come suo genero, era un dirigente statale di ruolo, primo livello. La luna di miele scatenò ulteriori difficoltà: la madre di Sen arrossì violentemente come se le avessero riferito una sconcezza mentre i Das si ritennero oltraggiati al sol pensiero che la figlia potesse paitire per ben due settimane senza l'accompagnamento di una sorella minore. Ma la abbandonarono al proprio destino: in fin dei conti suo marito era stato educato come un Sahib e lei avrebbe dovuto adattarsi alle sue abitudini. I pensieri di Sen furono interrotti dall'irruzione del suo collega Santa Singh nell'ufficio; come tutti i Sikh, era un chiassoso impiccione: "Fratello, mica penserai di potertene fuggire così, senza averci offerto almeno una festicciola?" schiamazzò entrando, "Pretendiamo di festeggiare in onore della nostra nuova cognatina." Sen balzò in piedi e gli porse la mano di là dalla scrivania, in modo da tenere i 1 Sikh a debita distanza. Santa Singh ignorò l'offerta, aggirò il tavolo e avviluppò l'amico tra le sue braccia, tempestando le gote del Sahib di baci umidi ed irsuti: "Congratulazioni, fratello. Quando potremo aver l'onore di incontrare la nostra cognatina?" "Presto," replicò Sen svincolandosi dall'abbraccio del Sikh e tergendosi le guance, "molto presto: al ritorno dalla luna di miele." Capì subito la sciocchezza che aveva commesso, ancora prima di aver terminato la frase. "Una luna di miele!", esclamò Santa Singh illuminandosi di malizia. Afferrò le mani di Sen tra le sue e le strizzò lascivamente. "Spero bene che tu ti sia fatto massaggiare con l'olio di camaleonte: sai, ti dà quel ce110nonsoché ... Se poi aggiungi qualche mandorla tritata al latte ... Comunque l'importante è cercare di non strafare: non più di ..." Non c'era modo di fermare quella valanga di consigli non richiesti del Sikh su quali approcci fare ad una vergine inesperta e quali afrodisiaci fosse meglio usare. Sen manteneva il suo educato sorriso senza commentare. Quando non ne poté più, interruppe il monologo del Sikh porgendogli di nuovo la mano: "Ho molto gradito la bella improvvisata. Renderemo certo visita a te ed alla tua gentile signora non appena di ritorno a Dehli." Santa Singh accolse la stretta di Sen senza grande entusiasmo, bofonchiò un: "Arrivederci. Divertitevi" e se ne uscì. Sen tornò a sedere con un sospiro di sollievo. Era sicuro di non essere stato scortese e di essersi comportato correttamente: proprio come un vero gentleman inglese. Un attimo dopo il chaprasi sollevò gli spessi tendaggi per far entrare il Direttore di Dipartimento, il Signor Swami. Di nuovo Sen porse la mano di là dalla scrivania per mantenere le distanze. Era infastidito da tutto quel desiderio di contatto fisico degli indigeni. "Buongiorno, Signore" disse. li Direttore gli sfiorò la mano senza rispondere al saluto: aveva la

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