Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

50 INDIA, MESSICO,CINA di conversazione è da mesi la fondazione del Pakistan. Un alienato musulmanocredediessereJinnah [il principalefautoredell'autonomia pakistana, NdT] e tiene deliranti discorsi a favore del Pakistan, intessuti delle parole stesse del padre fondatore. Un matto sikh crede invece di essere il leader sikh Tara Singh e lancia minacce di guerra contro il Pakistan usando spesso le vere parole di Tara Singh. Un altro ancora se ne sta appollaiato al sicuro sulla cima di un albero e si crede Dio, colui che alla fine deciderà il corso degli eventi. Ad ogni richiesta di illuminazione, "dio" immancabilmente risponde: "Non abbiamo ancora preso le nostre decisioni". Ed ecco "l'eroe" del racconto: Bishen Singh, il veterano del manicomio, che s'interessa alla scissione solo per riuscire a capire da che parte finirà il suo villaggio, Toba Tek Singh, dove ancora vive sua figlia. Consulta i leacfere chiede illuminazione a "dio" ma, non ricevendone soddisfazione alcuna, riprende a farfugbare la delirante litanìa che va ripetendo dal giorno del suo ingresso in manicomio. Giunge il fatidico giorno in cui i pazzi indù e sikh devono lasciare tra le lacrime i loro amici musulmani ed essere trasportati alla frontiera. Per tutto il viaggio, Bishen Singh continua a chiedere a chiunque da che parte si trovi Toba Tek Singh, ma nessuno ha mai sentito nominare quel piccolo borgo. Il gruppo viene trattenuto ore ed ore nel tremendo gelo del posto di blocco alla frontiera, mentre Bishen Singh tormenta tutti riguardo a Toba Tek Singh. Finalmente, mezzo morto di freddo, lo lasciano entrare in India, ma quando chiede ad un poliziotto dove sia il suo villaggio si sente rispondere che Toba Tek Singh è toccato al Pakistan. Bishen Singh si riprecipita indietro, ma muore nella terra di nessuno tra i due stati. In questo scenario allucinato e drammatico, Munto è riuscilo a rendere in pieno la tragicommedia di un popolo lacerato da un'insana esplosione di odio fratricida. Qualunque forma letteraria richiede un'adesione al proprio sistema di regole. Ecco perché il racconto è in declino nel mondo occidentale mentre prospera da noi: gli scrittori indiani ne applicano le regole, gli autori europei ed americani di oggi non più. Anche se non sono rigide come le sette sillabe dello haiku, esse devono essere tuttavia abbastanza chiare a chiunque desideri esprimere il proprio pensiero attraverso un racconto: 1. li racconto deve essere breve. Non può essere un romanzo breve, esattamente come un romanzo non deve essere un lungo racconto. Un grande quadro necessita di una tela grande, e di colori ad olio più che di acquerelli, mentre alla miniatura si addicono l'avorio, la pergamena e le terre per poter tracciare i segni con pennelli fini come capelli. Così è per la scrittura: il romanzo è la grande tela, il racconto la miniatura. Personalmente stabilirei a 3500 parole il limite massimo per un racconto. 2. Il racconto deve essere costruito intorno ad un avvenimento, o una serie di avvenimenti, che illustrino un tema, ritraggano un personaggio od il rapporto tra il personaggio e gli altri. 3. Il racconto può essere fantastico, personaggi e situazioni fantasiosi a volontà dello scrittore, pu,rché portino un'eco di verità e un messaggio da trasmettere. 4. Il racconto deve avere un inizio, uno sviluppo e una conclusione ben definiti. 5. Il racconto deve essere come uno scorpione ed avere uno svolazzo acuminato nella coda, che sia pieno del succo della storia. Naturalmente si tratta di regole personali ed arbitrarie. Ma sono convinto che tutti i grandi scrittori di racconti del mondo le abbiano applicate e, forse inconsciamente, le applichino ancora oggi. Andate a rileggervi Shooting an Elephant di George Orwell; o tutta la produzione di Somerset Maugham che, nonostante la mancanza di stile e di una qualsiasi cosa significativa da dire, per me rimane il massimo cesellatore di racconti di tutti i tempi. Khushwant Singh UNA MOGLIEPERILSAHIB traduzione di Paola Della Valle "In che cosa posso esservi utile, signori?". Il signor Sen aveva formulato la domanda senza nemmeno alzare gli occhi: stava infilando uno scovolino su per il cannello della sua pipa e ve lo rigirava accuratamente. Solo quando vi soffiò dentro, il suo sguardo cadde sulle ghirlande di rose e margherite gialle che i visitatori tenevano in mano. Dunque avevano scoperto che si era sposato quella mattina! E dire che aveva cercato di mantenere il massimo riserbo possibile. Ma già più volte in passato aveva potuto verificare come fosse impossible conservare a lungo un segreto in quel pettegolo paese dov'era nato. Reinserì lo stelo nel fornello e vi soffiò ancora dentro. Abbassando lo sguardo, notò che i suoi visitatori restavano lì a strascicare i piedi, dàndosi di gomito. Aprì la plastica della confezione di tabacco e cominciò a riempirsi la pipa. Dopo un imbarazzante minuto di bisbiglìo sommesso, uno di loro si schiarì la voce. "Ebbene, signor Bannerjee: dica pure", lo sollecitò Sen con voce piatta e monocorde. "Sciniore," esordì il più alto in grado di quella piccola delegazione di impiegati, "sciamo venuti per augurare a vostra escellenza lunga vitah e tanta feliscitah." Fece un cenno ai chaprasis 1 : "Inghirlandate il Sahib." I chaprasis avanzarono sollevando le ghirlande. Furono freddati da un cenno di pipa del Sahib che ordinò in tono co11esema fermo: "Mez par: sul tavolo." Le mani si riabbassarono lentamente ed i sorrisi servili si congelarono in un ghigno ebete. Deposero le ghirlande sul tavolo e si ritirarono dietro il semicerchio degli impiegati. "Se non c'è altro," disse Sen alzandosi, "possiamo tornare al lavoro. Ringrazio Lor Signori per i cortesi auguri." E s'inchinò lievemente sollecitandoli ad andarsene. "Bannerjee, Le spiacerebbe ripassare più tardi per decidere l'attribuzione degli incarichi in mia assenza?" "Scerto, Sciniore." Gli uomini salutarono a mani giunte bisbigliando i loro namastes e se ne uscirono, uno alla volta. Sen incrociò le mani sul panciotto e restò a contemplare la spirale di fumo che dalla sua pipa saliva pigramente verso il soffitto. Un nuovo capitolo della sua vita era iniziato. Proprio così era definito il matrimonio tra gli indù: la terza delle quattro fasi della vita, secondo la parola dei Veda. Pensò che fosse preoccupante come i suoi processi mentali tendessero a scivolare sempre nell'alveo della tradizione e l'induismo potesse estendere i suoi tentacoli praticamente ad ogni sfera della vita. Eppure suo padre non era stato un indù particolarmente ortodosso e lo aveva mandato ad una scuola anglo-indiana dove i compagni gli avevano cambiato il nome da Santosh in Sunny. S'era poi trasferito a BallioIed era entrato nella Pubblica Amministrazione prima che il Governo Indiano Indipendente, con una delle sue trovate nazionalistiche, rendesse obbligatorio l'uso dell'hindi e di una lingua locale. La sua incapacità di parlare una qualunque lingua indiana

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