Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

L'ARTEDELRACCONTO traduzione di Paola Della Valle Chi ha detto che il racconto è morto? In India ha avuto una clamorosa rinascita proprio negli ultimi tempi ed i santoni letterari specializzati in vaticinii gli pronosticano vita lunga e prospera. Come accade nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo dove la carta, la stampa e l'alfabetizzazione di massa sono conquiste recenti, anche nell'India del passato poesia e teatro popolare erano i generi letterari più coltivati, mandati a memoria e trasmessi oralmente di generazione in generazione. In misura minore, lo stesso discorso può essere esteso anche alla favola (lateefa): breve, volta a realizzare un intento didattico con il minor numero di parole possibile e quasi sempre culminante in una sapida morale finale. Il romanzo rimase praticamente sconosciuto fino all'arrivo degli inglesi. Ai primi del secolo le cose iniziarono a cambiare e la poesia perse favore: benché i simposii poetici (kavi sammelan) continuassero ad essere ancora molto popolari, l'abitudine alla lettura di testi poetici stampati stentava a prendere piede. Il teatro a sua volta risentiva della mancanza di sale e di attori professionisti: solo i soggetti religiosi d'ispirazione classica, per certi versi assimilabili alle sacre rappresentazioni europee, continuarono ad essere allestiti all'aperto come prima. Alcuni scrittori indiani tentarono di cimentarsi con il romanzo, ma senza successo. L'unico genere letterario che potesse impiantare le sue radici nella tradizione, e sfruttare al tempo stesso le vaste opportunità offerte dal l'introduzione della stampa e dalla crescente famedi letteratura, fu il racconto. Per alcuni anni solo la poesia gli fu rivale; ma nell'ultimo decennio la contesa si è risolta a favore del racconto, per un semplice motivo: il racconto può essere tradotto, la poesia no. Alcuni tra i nostri migliori autori di racconti sono tuttora poco noti e pubblicano su oscure riviste che neppure li pagano. Occorre molto tempo prima che un racconto giunga all'attenzione dei circoli letterari e venga tradotto nelle altre lingue. Ma, quale che sia la loro lingua originale (in India se ne parlano almeno quattrodici, considerando solo le principali), non v'è dubbio che il valore letterario dei nostri racconti sia uniformemente alto e la loro popolarità incontrastata. Cercherò di fornire qualche esempio. Due sono gli eventi che hanno maggiormente colpito l'immaginario collettivo indiano nel1 'ultimo secolo: l'impatto della dominazione britannica e la tragica scissione del paese in India e Pakistan. Enormeèlaquantitàdi opere - romanzi, poesie, drammi, racconti - incentrate su questi due temi, ma il racconto è sempre risultato la forma più significativa. Prem Chand ha scritto molti romanzi sulla colonizzazione e la decadenza indiana, ma in nessuno di essi è riuscito a riassumerne l'impatto psicologico così efficacemente come nelle dodici pagine dell'alquanto macchinoso racconto The Resignation (Le dimissioni, ma anche Rassegnazione). Vi si narra di un mite indù impiegato presso una ditta britannica (al tempo la maggior parte degli indiani scolarizzati lavorava come Babu, ovvero impiegati di concetto) il INDIA, MESSICO,CINA 49 cui capo, un inglese dispotico e nerboruto, si è prefisso di tormentare sistematicamente tutti i dipendenti indiani. Questi, a loro volta, subiscono le angherie del Sallib inglese come se facessero parte integrante del loro lavoro. La moglie del Babu però è convinta che il marito sia un eroe: quando ogni sera lei gli chiede come siano andate le cose in ufficio e lui le racconta degli atteggiamenti del Sal1ib, lei si raccomanda: "Spero bene che tu sappia tenerlo al suo posto" e lui nlilJanta: "Se solo prova a rivolgersi a me in quel modo, sta' pur tranquilla che gli dò io il fatto suo". Nel corso degli anni il Babu viene così a conduffe una doppia vita: tanto piagnucoloso sicofante e leccapiedi in ufficio, quanto tutto d'un pezzo, ardito e senza peli sulla lingua in casa (come gran parte degli indiani fece durante quasi tutta la dominazione britannica). La svolta avviene una sera che il Sahib, ubriaco fradicio, scaiica tutto il suo livore sul povero Babu. Di ritorno a casa, nel raccontai·e gli avvenimenti alla moglie, il suo conflitto interiore diventa insostenibile. Mentre la donna gli prepara la cena, tutta fiera che il marito abbia saputo tenere testa all'inglese, il Babu decide di mettere finalmente in pratica le sue vanterie e, senza manco toccare cibo, agguanta l'ombrello (tipico accessorio dei Babu) e si precipita di nuovo in ufficio dove trova il Sahib ancora ubriaco (di potere, oltre che di vino). Gli sbatte la sua lettera di dimissioni sul tavolo, gli sfeITaun' ombre! lata in testa e marcia trionfante verso casa dove lo aspetta la cena tanto amorevolmente preparata dalla sua adorata mogliettina. Questo racconto, proprio nel l'iperbolica aitificiosità dei suoi tre personaggi, ha saputo cogliere la contorta psicologia indiana di massa molto meglio di Passaggio in India di Forster o di qualsiasi altro romanzo io conosca. La scissione indiana, accompagnata da violente rivolte che costarono un tributo di più di 500.000 vite umane e lasciai·ono dieci milioni di persone senza tetto, è stata affrontata da innumerevoli romanzi, tra cui Train lo Pakistan (In Treno verso il Pakistan) del sottoscritto, The Dark Dancer (Il Danzatore Oscuro) di Balachandra Rajan eA Bend on the Gang es (L'Ansa del Gang e) di Mulgaonkai·. Ma anche in questo caso c'è un racconto, deliberatamente inverosimile e macchinoso, dove l'assurdità di quella tragedia viene espressa più vividamente che in qualsiasi romanzo o mattonata strappalacrime in versi. Saadat Hassan Munto, musulmano del Punjab, è famoso come romanziere, autore di racconti e leader dell'estrema sinistra letteraria. Ha pagato la sua naturale propensione ali' erotismo con la messa al bando di alcuni suoi romanzi per oscenità e, almeno una volta, anche con la galera, per aver osato attribuire facilità di costumi al personaggio di un'eurasiatica ufficiale dell'esercito. Munto fu anche un ai·dente nazionalista, fiero oppositore della dottrina che vede indù e musulmani come nazioni distinte. Ignorò deliberatamente la scissione che era avvenuta e scelse di vivere a Bombay piuttosto che tornai·e nella sua città natale di Lahore, divenuta capitale del Pakistan occidentale. I reciproci massacri e le tensioni tra India e Pakistan furono un colpo troppo duro per lui. La sua mente cominciò a vacillare e fu riportato a Lahore, dove morì poco tempo dopo in manicomio. Toba Tek Singh (da me tradotto Exchange of Lunatics, cioè Lo Scambio dei Matti, nellaraccoltadi racconti Land ofthe Five Rivers, La Terra dei Cinque Fiumi) è una sorta di sintesi della vita di Munto e di quella della sua patria. La scena è il maniconlio di Lahore. L'epoca: pochi mesi dopo la scissione, quando la diaspora dei 1ifugiati e gli scambi di terre, di proprietà eccetera si sono ormai conclusi; solo i pazzi di entrambe le patti non sono ancora stati scambiati. Le alte sfere governative hanno elaborato nei minimi dettagli un piano per trasferirli al confine proprio nel giorno più freddo del!' anno. Nel manicomio di Lahore, il principale ai·gomento

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