contemporaneità, non solo letteraria né solo italiana. Baricco mischia Conrad con il jazz e nei suoi romanzi assorbe passi di testi saggistici; il Benni della Compagnia dei celestini deforma l'attualità parodiandola tramite un fittissimo tessuto di citazioni e la proietta in un futuro venato di fantascienza; in Il punteggio di Vienna, Barbolini ricorre al gothic nove/ ma imprimendo al tempo della narrazione imprevedibili piroette, e Veronesi strizza l'occhio a Thomas Pynchon mentre saccheggia l'immaginario televisivo squadernandolo davanti agli occhi del lettore. Insomma, le carte sono mischiate e provengono da mazzi molto diversi, ma in definitiva la spregiudicatezza del loro assemblaggio consente la sceneggiatura di un nuovo rapporto con l'oggi. Ecco infatti un'altra caratteristica comune di questi libri: ci parlano tutti - con modalità diverse, per allusione o per diretta tematizzazione-di noi, adesso. Non per niente gli ambienti di sfondo di queste storie sono inameni, periferie urbane invase da rifiuti detriti e residui industriali (Benni e Onofri) o siti naturali in cui la natura ha però perso qualunque attrattiva estetica (Baricco e Veronesi). Diretto riflesso di tali opzioni inventive è facile cogliere nella lingua prima ancora che nello stile di questi autori. La loro è una scrittura che mi pare riesca a coniugare felicemente due qualità tradizionalmente antagonistiche: la leggibilità (in Italia sinonimo di "consumo", fatte salve rare eccezioni del livello di Calvino e Moravia, per esempio) e la miscidanza plurilinguistica (nata nel Novecento nazionale sotto il segno dell'inimitabile e aristocratico Gran Lombardo). Con le debite differenze di intonazione e dosaggio (nonché a prescindere dai diversi riferimenti privilegiati), si tratta di scritture stratificate, ricche di neologismi, voci deformate, citazioni colte, ma anche parole di uso comune e non di rado inflazionate, mentre l'architettura sintattica della frase di rado raggiunge alti gradi di subordinazione, a vantaggio di un'articolazione del discorso in prevalenza di carattere nominale. Naturalmente, gli esiti variano, e infatti è diversa l'operazione condotta dai singoli scrittori. Se nei suoi romanzi comici Benni innerva le invenzioni linguistiche e narrative di sdegno e apprensione appena dissimulata, Barbolini si mantiene con accorti dosaggi di intonazione sul piano di un gioco letterario colto; se in Colpa di nessuno Onofri opera una drastica riduzione espressiva all'orizzonte linguistico della voce narrante, con l'effetto di mimare nelle parole la sensazione di claustrofobia prodotta dalla storia, con Venite venite B-52 Veronesi imposta un interessante tentativo di trattamento straniato di situazioni e figure ad alta intensità drammatica e sentimentale. In ogni caso, a saldare le svariate componenti linguistiche e i diversi materiali culturali e narrativi assemblati in queste opere il lettore percepisce una certa tensione morale, una non-gratuità del1' operazione romanzesca, che infatti non si esaurisce nel mero svago letterario: se in Baricco tale tensione promana da interrogativi di carattere esistenziale, Benni, Veronesi e Onofri sembrano motivati da un'esigenza che definirei "militante". Una fantasia sbrigliata e una scrittura duttile, vivace, modellano in effetti narrazioni la cui terza caratteristica precipua mi pare sia il ritmo. E al ritmo si accompagna la presenza di una notevole quantità di personaggi, davvero numerosi nei libri di tutti questi scrittori. Personaggi vuole dire storie, che convergono (Baricco ), che si intrecciano (Barbolini), che divergono (Veronesi), che esplodono (Benni) che implodono (Onofri). Sta qui la grande vitalità di questi romanzi, veri e propri cataloghi, inventari di vicende e di figure narrative non di rado memorabili, libri in cui manca un eroe forte, una prospettiva privilegiata, una visione del mondo in grado di gerarchizzare protagonisti e comparse, episodi marginali e vicende capitali, ma che proprio grazie a questa rinuncia si mostrano adatti a narrare la nostra spaesata società attuale. A partire dalla registrazione, nell'ambito della.fiction, di un preciso dato sociologico qualificante la realtà dei nostri giorni, e cioè la crisi della famiglia. I celestini sono orfanelli che lottano contro gli adulti; il protagonista di Novecento di Baricco viene trovato, neonato, in una scatola di cartone; Onofri sceneggia il contesto di un amore incestuoso e la ferocia dei rapporti parentali; Veronesi narra di un padre che rapisce la propria figlia. La rappresentazione di singoli destini crudeli, comici, curiosi, insignificanti, prende le mosse da situazioni familiari disastrate quando non addirittura inesistenti. Le storie iniziano da qui, cioè da una condizione successiva a quella della crisi dell'istituto familiare e dei rapporti intergenerazionali tematizzata da tanta narrativa novecentesca anche recentissima. Le traiettorie individuali decollano proprio a partire da una prospettiva per così dire "post-familiare", non estranea forse al fatto che in questi romanzi i protagonisti non vivono alcuna importante storia d'amore ma se mai esprimono aspirazioni erotiche e manifestano grezze pulsioni sessuali - quando la dimensione sentimentale-erotica non è sublimata o elusa, come in Benni e Baricco. Rendono forse ragione di queste caratteristiche generali di testi per altri versi molto differenti fra loro, un altro paio di considerazioni di ordine diverso. A me pare che l'emancipazione da un modo tradizionalistico e ossequiuoso di considerare la letteratura, ancora profondamente radicato, si possa ascrivere a due tendenze manifeste nella biografia culturale di questi romanzieri, tendenze diffuse anche fra molti altri interessanti autori recenti. Mi riferisco da un lato all'assimilazione non preconcetta ma semmai critica in senso positivo (cioè "a prendere" e non "a levare") dei generi cosiddetti paraletterari (non solo fantascienza giallo e romanzo d'avventura, ma anche rosa - si pensi alla Tamaro) e del best-seller. Cioè della presa di coscienza di una necessità di fare i conti con il pubblico e con i suoi gusti, pur con la piena libertà di reinventare moduli espressivi collaudati e di scompaginare orizzonti d'attesa costituiti. D'altro canto faccio riferimento alla pratica del giornalismo, dell'inchiesta, a quel- !' adesione alle cose testimoniata per esempio da precedenti libri di Veronesi (Occhio per occhio. la pena di morte in quattro storie) e di Onofri (Vite di riserva). Con la carica antiretoricache tale scrittura impone, e tenendo conto di quanto il vincolo testimoniale-documentario possa favorire l'osservazione. In questo senso, l' inventio diventa un'attitudine a osservare la vita e il mondo (in Cronache italiane Veronesi lo ha capito benissimo) e non si riduce aminimalistica descrizione delle forme dell' esistente e delle loro astratte relazioni né a sofferta introspezione di sé e della propria tormentata biografia interiore. Si tratta di due apporti fondamentali, sintomatici di una mentalità nuova ed emancipata, cui credo si possa collegare direttamente proprio quella capacità di libera invenzione cui prima accennavo. Ma bisogna pure sottolineare, a questo proposito, l'impo1tanza che ha avuto la neoavanguardia nel favorire la possibilità di una manipolazione di materiali espressivi diversi, una consapevolezza ormai precipitata a bagaglio culturale standard del "giovane scrittore", a senso comune critico. E come tale pressoché invisibile ai commentatori.
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