~ w '"''V,,$® ,;J';Z;,,~ x < ,,~ ~ è jJ, , e: " i CC+. •• • • ••• • .. • ••• --h •. .• . VEDERE,_LEGGERE,ASCOLTARE • . . . . _ . . . . _ 43 to nella sua recensione di "troppa carne al fuoco" ("Il Sole 24 ore", 14 maggio 1995), di "una suite, con sovrapposizioni e intrecci, composta d'un romanzo 'famigliare', di un romanzo on the road e d'un romanzo giallo-giudiziario". È vero ma non è meno vero che tanta esuberanza rivela una volontà una determinazione - ansiosa - di aprire- se così si può dire - più fronti cli una conflittuale tensione accumulativa eiettata dall'emergenza di additare dentro il labirinto del reale (quello di Paolo, ma non solo) molteplici accessi al caos. Una volta preso di petto il tema principe del romanzo - la colpa e il tradimento che vi èa monte-il procedimento na1i-ativodilaga a macchia cl'olio, non tanto alla ricerca di giustificazioni, quanto di prove, di "fatti" (ovvero di storie e sotto-storie) che saldino l'angoscia del vuoto alla materialità degli eventi (I' umbratilità ciel feminino alla consumazione di un adulterio la morte all'assassino, la solitudine al fallimento esistenzial;, il benessere alla violenza di chi lo garantisce e lo difende, la lordura e la confusione interiori alla bruttura degli esterni, il male patito al male agito). In realtà queste saldature avvengono soltanto dentro le volute della vicenda-cardine e solo in ciò che concerne lo sviluppo giudiziario delle indagini; e - c'è bisogno cli dirlo? - è l'aspetto più debole, ingenuo del romanzo. Che all'origine dei guai di Paolo Bernini vi sia un incesto e che dall'incesto vermifichino passioni letali non è un dato sufficiente a rispondere alle domande implicite nel titolo del romanzo, anche perché, a libro chiuso, quel che resta non è tanto la chiarezza dell'accusa e nella fattispecie la squallida storia famigliare di Ida, Luana, Laura e Italo, quanto il degrado che fa barriera fra presente e futuro, quanto l'impotenza a generare illusioni. Non vedo altre saldature. li tradimento nei confronti dei pensionati truffati, il tradimento consumato contro ali b immigrati clandestini, il tradimento contro "il popolo" (di cui si fanno interpreti due figure di vecchi: Attilio e Gilda), il tradimento contro l'"altra storia" eia cui tutti i personaoai del bb romanzo sono rimasti esclusi e persino i tradimenti consumati nel buio delle passioni sono tutti esibiti, sono tutti evidenti, ma non si danno saldature né sigilli consolatorii. L'io ciel romanzo, lungi dall'essere quello d'un personaggio strutturato, ci guida attraverso il male facendosene di volta in volta portatore e specchio, calamita e filtro. La trasformazione che lo vede, hitchcockianamente, diventare vittima e "detective" in proprio lo separa dal delitto compiuto ma non dalla violenza, lo scolla da quella barbara "corte" piccoloborghese che è la famiglia della moglie ma non dall'ottusità e dal la morbosa casualità del rapporto con la sua compagna. Non è insomma un "io" innocente quello che stila per noi il cataloao ' b dei misfatti. E un "io" senza qualità, senza ideologia, senza identità; quantunque Sandro Onofri - e qui è un altro limite dell'opera - ce ne voglia offrire, con una ostinazione quasi ottocentesca, segmenti cli passato. La vera "ricerca" di Paolo è in realtà 110!1 una concretezza perduta bensì una concretezza mai avuta. E su questo terreno che Colpa di nessuno trova un carattere proprio. Solo così sono giustificati quel "ripartire da zero" che chiude la vicenda di Paolo, quella cauta confidenza nell'esistere che si avverte nella contemplazione del figlio addormentato, con la faccia rigata di lacrime, quando sono ancora vive nella memoria ciel lettore le cinghiate che gli ha inferto un centinaio cli pagine prima. Non è un caso che il procedimento della detection suoni efficace proprio quando rispecchia lo sforzo di un'indagine interiore, quando non produce colpa ma il baluginare di una misura etica, di una Foto Borry Lewis/Network/ G. Neri. valutazione. Dopo il rilascio, Paolo argomenta come segue: "Sono sicuro che Italo, Luana e Ida nascondano qualche segreto, e forse pure Silvana. Ma questo l'ho sempre saputo e pensato. È che stavolta ho la netta sensazione che qualcosa di concreto non torni. Non un'atmosfera, non uno sguardo o un silenzio, ma un oggetto messo fuori posto, che ho visto e conservato in quel gran deposito di cianfrusaglie che è la mia coscienza in cui non riesco a raccapezzarmi". È vero, Paolo è alla ricerca,di una prova che lo scagioni definitivamente e inchiodi il vero colpevole, ma la "prova" è anche la prima concreta epifania di un discrimine morale, la prima occasione cli giudizio. Nel romanzo di Onofri c'è una tale tensione dimostrativa che il riscorso al "giallogiucliziario" sembra non riuscire a soddisfare; non ci riesce il furore sociologico con cui sono chiamati in scena i diversi, né tanto meno il brusco passaggio al road-novel ( che pure ha un incipit bellissimo: "E di corsa, ogni notte, mi cerco una casa") che trasforma Paolo in un hobo per il quale le mete "sono le stesse dei camionisti impietositi che mi prendono a bordo". Sia il detective che il sociologo, e vieppiù il vagabondo, adombrano la figura del reporter: cos'è se non un taccuino quel "quaderno, sulla cui copertina il titolo della mia storia è scritto a chiazze di caffè, eia ditate, a graffi" che Paolo si porta appresso? Un reporter singolare, per altro, che, fuggitivo, in uno smemorato vagabondare per l'Italia, per città ignote dove cammina "a testa bassa e a passo veloce" si ritrova quasi senza rendersene conto dove è cominciata la sua avventura, a Roma, vicino a casa. E la prima testimonianza che leggiamo, dopo tutto quell'andare con quaderno appresso, è la stordita percezione d'un segmento cli città, d'uno squarcio cli edilizia popolare riflessa dentro un palazzo a specchi: "Mi sono seduto sul bordo del marciapiede, lasciando che gli occhi vagassero in quel mosaico di finestre, alcune aperte, altre invece serrate a specchiare le persiane dall'altra parte della strada, a loro volta spalancate o raccolte a proteggere un buio misterioso. Un groviglio clivite, in cui distinguevo qua e là qualche scena. Una lastra rifletteva una donna che dal terzo piano sgridava un ragazzino per la strada, mentre cli fianco, dove un cristallo era stato sollevato, un impiegato con la giacca appesa dietro la spalliera della sedia, alzava e abbassava di continuo lo sguardo, forse dal foglio alla tastiera della macchina per scrivere. Due
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