di giustizia e, soprattutto, la struttura sostanzia/mente romanzesca implicita nella rappresentazione della grande sequenza di processi che hanno segnato gli anni Novanta sembra aver agito quantomeno come stimolo quando non addirittura come legittimazione dellaforma-romanza, e, nellafattispecie, del romanza sociale. Il modello dell'inchiesta giudiziaria e il modello dell'inchiesta giornalistica premono insomma su una forma di inchiesta (storica, sociologica, psicologica) che riassume l' inciività del verosimile, dell'allegoria, del genere a favore del vero tout-court. Se, a partire da queste premesse, suona inevitabile la fretta di raccontare, altrettanto inevitabile appare la solitudine dt:;ll'autoredi fronte all'impegno che si assume. Se egli infatti ha ancora dalla sua parte (e forse più solleciti) agente, editor ed editore, gli manca però quella che un tempo era chiamata "società letteraria" che non esiste né come ambito formativo né come obiettivo polemico. In altri versi, lavora in assenza di veri stimoli critici. Manca la critica. Intesa proprio come pensiero delle forme. Il gradimento o il non-gradimento del pubblico (e paradossalmente nella categoria "pubblico" va compreso anche il pubblico specializzato dei recensori) sono i soli parametri a cui i generosi sto,y-te/lers italiani possono rifarsi. "Poco parlare noi, e far parlare molto le cose" raccomandava Giuseppe De Sanctis nella prolusione del 15 giugno 1879 a Napoli a proposito del successo di Zola in Italia. La critica, si sa o è bene saperlo, non consiste nella rotondità di un'opinione. Le opinioni, i sì e i no, precedono l'esercizio critico: si tratta di lavorare al di qua e al di là del!' esperienza creativa. Ebbene questi dintorni noi1ci sono o sono così accademicamente lontani da non confinare più con l'emergenza delle forme. Anche questo è un dato di fatto. Ecco che perciò quando si voglia render conto di un'opera che ci ha colpiti lasciando, al contempo, dei dubbi si avverte un'assenza clistrumenti che è analoga e speculare a quella di chi l'ha scritta. Mi riferisco nella fattispecie a Colpa di nessuno di Sandro Onofri (Theoria, 1995), un romanzo che, a partire dal titolo, mette in scena un dilemma morale. Con la più trasparente delle ellissi il titolo ci dice che c'è stato un misfatto cli cui nessuno è responsabile. Se non c'è alcun colpevole, il misfatto - che pur esiste - come ci tocca? E dato che ci tocca davvero, come liberarne le forze, la pena. E ancora: se non si dà accusa come procedere allo smascheramento? Se nessuno è un mostro, come mettere a nudo la mostruosità che tutti condividono? Di queste e altre domande mi pare si nutra il romanzo. Il dilemma morale si volge inevitabilmente in dilemma politico, così come i mostri che abitano il fantasma di ciascun individuo si traducono nella allannante efferatezza dei fatti, delle cose, della qualità dell 'esitenza. Contrariamente alla provocatoria assenza di responsabilità, Colpa di nessuno è un romanzo di evidenze. È evidente il contraddittorio processo dell'educazione famigliare e scolastica, sono evidenti le umilianti condizioni che segnano l'apprendistato esistenziale del protagonista, è evidente il fallimento della sua figura sociale e del suo matrimonio. Sono evidenti i contorni degli ambienti in cui si muove: un bordello texano immerso nello squallido silenzio del deserto, una piccola agenzia di investimenti votata al latrocinio, le truci "confraternite" di nuovi ricchi impegnate in opere di pulizia etnica, il versante oscuro del l'immigrazione, le famiglie operaie truffate dal mito del denaro, le disamorate periferie metropolitane. È come se eiaciascuna "evidenza" Onofri sentisse i I bisogno clifar scaturire un'occasione narrativa, così da creare una costellazioFoto G Giovannetti/ Effigie. ne di storie innestate sul corpo della vicenda principale. E tal vicenda è persino ruvidamente elementare: Paolo Bertini, il personaggio-che-dice-io, vive separato, anche se non formalmente, dalla moglie che- non ha dubbi- lo tradisce; quando la segue, nottempo, verso quello che ritiene sia il luogo dei misteriosi appuntamenti adulterini, si lascia andare alla violenza e colpisce la donna con furia; crede d'averla uccisa ma quando il cadavere viene ritrovato ha la netta sensazione che a finirla sia stata un'altra mano; invece cli consegnarsi alla giustizia segue autonomamente una pista che infine, grazie all'aiuto di un giovane magistrato, lo porta a scoprire non solo il vero assassino ma anche il passato incestuoso della moglie e una serie di traumatici episodi ad esso connessi. Dal "gioco" della detection dipende certamente lo sviluppo dell'azione, mal' atmosfera malata che vi circola esala autonomamente, né avrebbe quasi bisogno di accattivanti colpi di scena. Non solo: la necessità di muovere narrativamente i complessi scenari che egli viene via via erigendo intorno al "giallo", fa sì che Onofri ricorra volentieri a espedienti classici del genere, soprattutto al flashback che, se non è direttamente in gioco il personaggio-protagonista, suona francamente meccanico, artificioso. E d'altra parte è proprio la vigorosa interrelazione fra artificio e amor del vero, il faticoso incastro fra gli intrecci ciel plot e il plumbeo leit-motiv degli squarci descrittivi a segnare il romanzo. Ermanno Paccagnini ha parla-
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