VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 41 della violenza, per davvero e non per finta come nei videogiochi ,Atari. Per chiudere, infine, bisogna parlare di Giordano, l'Uomo Nero che forse nasconde un assassinio dietro al suo silenzio, al suo vuoto mentale abitato soltanto da proverbi e reazioni istintive. Perché Giordano è apparentemente il cuore di tenebra del romanzo, Io schiavo di Ennio che, come ogni vero professionista dell'intrallazzo e megalomane inventore d'imbrogli, ha sempre un'anima nera, muta e semi-bestiale accanto a sé.Ma Giordano, arcaico come i suoi proverbi, rozzamente violento come i cinghia) iche alleva, è in realtà un diversivo; addirittura, introduce nei momenti di maggior tensione drammatica una nota spesso comica, sempre grottesca: non è lui il vero male, quello attuale, quel che di nero ha palpitato in questi ultimi trent'anni. Nella Pania delle Andanze, luogo selvaggio a poche decine di chilometri da Viareggio, emblematico nome per segnalare l'impossibile evasione di Ennio Miraglia impaniato proprio quando dovrebbe riuscire ad andarsene, l'incolto Giordano si separa per sempre dai suoi "più civili" compagni. (Per inciso: nel romanzo, la montagna apuana è l'unico luogo rimasto in parte integro, fonte di illuminazioni e verità su di sé, mentre il mare e la sua "spiaggia libera" sono teatro di morte, di automistificazioni, di squallore. Lo stesso mare corrotto e mortiferoritroviamo in un altro bel romanzo italiano d'oggi, L'amore molesto di Elena Ferrante: come scrive spesso Veronesi, "vorrà pur dire qualcosa" sull'Italia marina e terrestre ...). I quali compagni torneranno, ciascuno come può, al mondo della violenza e della sopraffazione legalizzate, delle truffe vendute e comprate con gusto grazie alle perversioni collettive del "benessere"; al Regno dell'Apparire, dove chi ha la fortuna, come Ennio Miraglia, di somigliare al Jack di Picche, può promettere il facile possesso di milioni di cose e mercanzie, e perfino farsi credere e seguire da milioni di persone. I GIORNI CANNIBALI MANGIANO IL FUTURO UN ROMANZODISANDRO NOFRI AlbertoRollo Non mi pare che fra le molte riflessioni sulla narrativa italiana (giovane e non) che hanno nutrito la stampa italiana nei primi mesi del 1995 sia stato sottolineato un aspetto che a me pare decisivo: la fretta. Si dirà, la fretta di cosa? Si va dalla fretta più banale - ma non per questo meno determinante - di rispondere a un mercato che diventa sempre più competitivo (che si pubblicano più autori italiani Io si vede a occhio nudo anche senza le cifre care ai sociologi della letteratura), alla fretta di fiutare il tema, l'idea più consonante col presente. Non si tratta, a mio avviso, di un mero desiderio di "piacere", di gradimento, quanto piuttosto di un vero e proprio assalto alle mura improvvisamente sguarnite dell'attualità. Mai il presente è sembrato così ricco e generoso di storie da raccontare. Mai l'appiattimento dell'offerta dei media dominanti è stato così forte da indurre a ritrovare nella parola scritta, nella parola narrata una efficace alternativa al vuoto. L'hanno capito gli editori, prima ancora degli autori, ed è cominciata una caccia al narratore che è la vera novità degli anni Novanta. Come dire che la domanda ha subìto una notevole accelerazione, non tale da raggiungere l'offerta (che, va detto, è sempre stata altissima), ma certamente capace di orientare il lavoro di chi scrive. Si è così assistito a uno spostamento che, a grandi linee, muove dallo stordimento del manierismo post-moderno ( o se si vuole, come è stato più volte sottolineato, post-calviniano) e del pastiche linguistico alla presa diretta e alla cronaca, alla reinvenzione del reale. Sia la glorificazione del gergo (quello giovanile ma non solo) sia la fame di storie contemporanee sono ali 'insegna della fretta. Una fretta quasi costituzionale dal punto di vista linguistico (non esiste nulla di più instabile di un gergo generazionale), una fretta dettata dall'impazienza, ma anche da un salutare fastidio, a fronte della storia degli ultimi decenni. Il risultato di questa ansia di aderire col racconto al presente ha dato vita a una serie di prove generose che, quando non falliscono, lasciano la sensazione di scritture in fieri, di potenzialità spencolanti nel vuoto, di un arrembaggio arrivato alle balaustre del vascello. Si avverte insomma la mancanza di una meditazione stilistica, si ode il rombo di una materia che spesso cerca ma non riesce ad aderire alla corposità di un progetto morale e letterario insieme. Torna alla memoria l'ubriacatura da romanzo storico dell'Ottocento romantico italiano. Fra "l'Italia senza narrativa" di cui ha parlato Pier Vincenzo Mengaldo su "L'Indice" (N.11, Dicembre 1994) e l'affollatissimo "catalogo" del volume di Filippo La Porta, La nuova narrativa italiana (Boringhieri, 1995) esiste la concretezza di un fenomeno che è ancora tutto da comprendere e che la fretta delle pagine culturali dei quotidiani (non meno ansimante di quella dei narratori) aiuta pochissimo a capire. Si procede infatti per bordate polemiche, per dichiarazioni, per sbandieramenti che poco hanno a che fare con l'esercizio della c1itica. Nella nebulosità della condizione della narrativa attuale è infatti necessario inscrivere anche il "gioco" (come chiamarlo diversamente?) fra autore e recensore, fra l'attesa dell'articolo e il giudizio, fra promozione e stroncatura, fra lettura -rapida, impressionistica, di tendenza - del recensore e reazione - isterica, elegante, grata - dell'autore, fra il maternage editoriale e l'opera, spessissimo immane, degli uffici stampa-vera cinghia di trasmissione di questo mega-ingranaggio chapliniano. Si dirà che il meccanismo è antico, noto e ben rodato. Ma è pur vero che in Italia si è imposto relativamente tardi e che solo negli ultimi due decenni ha cominciato a insinuarsi nella stessa genesi dell'opera letteraria, a modificare, dall'interno, il rapporto fra scrittore e scrittura. L'esito sorprendente, però, dei primi anni Novanta è tuttavia un caotico incrociarsi di tensioni diverse che ibridano in un solo confuso ordito l'operoso disincanto del mercato editoriale, il destarsi di un nuovo giornalismo "testimoniale", l'assunzione della forma romanzesca come strumento - il meno compromesso, il meno paludato ed ellittico - di analisi e di smascheramento. In particolare, è quest'ultimo elemento a palesarsi con forza crescente. Sembra quasi di leggere nella ricorrente struttura "gialla" di molti romanzi "sociali" un'eco del modello che l'opera della magistratura ha filtrato nell'immaginario collettivo. La scoperta di colpevoli intoccabili, l'esibizione mediologica di reati sommersi e sospetti, la maturazione di una diffusa (e ambigua) ansia
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==