Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

Per misurare pienamente la distanza che Veronesi ha saputo percorrere dalla cronaca al romanzo, vale la pena di esaminare almeno alcuni dei nuclei vitali del libro e delle sue tecniche compositive. Partendo da una prima impressione, che ho provato via via sempre più forte e più sostanziata di prove testuali nel corso della lettura e rilettura: l'impressione di trovarmi fra le mani un romanzo assolutamente italiano e, al tempo stesso, profondamente influenzato dalla grande narrativa americana. Ritrovavo, più di altri, i sapori e le ispirazioni di Mark Twain e di Thomas Pynchon: le storie dei tycoon di buon cuore e di falsa coscienza, le provvidenziali - almeno all'apparenza - eredità milionarie, la feroce civiltà delle "buone maniere" e le anime nere, necessarie ma nascoste, rimosse, incarnate nei selvaggi (sullo straordinario Selvaggio di Veronesi, il bruto Giordano, bisogna tornare). Huckleberry Finn è esplicitamente citato dal personaggio-verodi un sornione vecchietto, a cui Veronesi fa dichiarare che "questo ' è l'unico libro che valga la pena di leggere. È tutto scritto qui." Thomas Pynchon se ne sta, come è giusto, più nascosto, nelle trame delle congiure massoniche ai danni di Miraglia e del suo maestro Saligari, nelle scorrerie televisive e multimediali dei personaggi, nelle oscillazioni fra cataclisma e palingenesi che muovono il loro immaginario. E soprattutto, gli influssi della tradizione romanzesca americana stanno nell'inestricabile miscuglio fra vero e falso, perché nell'universo romanzesco di Veronesi tutto è assolutamente e minuziosamente verosimile - lo posso testimoni ·e di persona, perché anch'io, come lui, ho passato in Versilia molte estati infantili e adolescenti, l'ho vivisezionata in anni più ribelli, l'ho ricompresa nel fenomeno italiano di cui è stata una delle punte più appariscenti e, fino ad oggi, meno seriamente considerate - e al tempo stesso straordinariamente "fantastico". Veronesi, come Pynchon, possiede la capacità di giocare contemporaneamente il piano realistico e quello simbolico, la rappresentazione dettagliata dell'apparenza e l'allusione a una verità più profonda, che può nascondersi ma non scompare mai del tutto. Perché il suo linguaggio è nitidissimo, sorvegliato fino allapignoleria del dettaglio scientifico, geografico, storico, e al tempo stesso espansivo, quasi sfrenato nella creatività: potrebbe ramificarsi in ogni episodio, ad ogni frase, addirittura in ogni segmento, e per darsi una misura che non sia asfittica, per rappresentare adeguatamente la logorroica megalomania diMiragli ae di tutta l'Italia contemporanea, Veronesi ricorre a soluzioni stilistiche e grafiche che sono insieme sintetiche e potenzialmente inesauribili: elencazioni, commenti a latere, suggerimenti al lettore perché interagisca con la storia già scritta, promesse di sviluppi narrativi poi esplicitamente troncati ... Perciò nonmi sono stupita, quando nellapresentazione fiorentina del libro l'ho sentito dire che questo è il suo primo romanzo scritto interamente al computer, mezzo di cui ha "sofferto" e goduto le potenzialità di scrittura. Stimolato dalla rottura della sequenzialità che la stampa su carta tornava poi ad imporgli, Veronesi ha felicemente giocato con il computer, con i suoi tempi e i suoi modi di scrittura, sempre riuscendo a riordinare la materia, a non perdere le trame. Quando infine, come modello ideale del suo metodo compositivo, ha citato il quadro-mosaico di Schifano riprodotto in copertina - quadro che Veronesi ha "scoperto" in età adulta come realizzazione artistica di un modello infantile di ordinamento della molteplicità, cioè il copriletto patchwork fatto dalla madre, ogni quadratino diverso e separato eppure ricomposto in undisegno coerente - il rimando alle tecniche della rappresentazione e all'immaginario americani è stato anche troppo ovvio. Consultate i Taccuini americani di Sandro Po1telli per verificare quanto il quilt, la coperta fatta di stracci e pezze di ogni forma e colore, sia stata e sia una metafora cruciale della storia, della letteratura e della musica statunitensi. Ennio Miraglia è dunque il nostro Uomo della frontiera, negli anni in cui le nostre frontiere sono state le coste su cui speculare, l'Est dove svendere e comprare, la Televisione. Come in ogni storia di frontiera, in ogni aggiornamento del picaresco, il danaro è il motore di ogni avventura dell'Eroe. Ma nelle sequenze danaropotere-corruzione-danaro, i pescecani sono sempre gli altri: Ennio si vive e si rappresenta come l'eroe di una lotta positiva contro la penuria e la viltà, come l'Uomo del Destino che rovescerà la privazione piccolo-borghese da cui proviene nel "sogno" d'abbondanza che abita il tinello con TV (il capitolo 21 del romanzo, dove si narra l'ascesa di Miraglia televenditore e il suo sogno di televisione interattiva, è un vero pezzo di bravura). Viene dal nulla, Miraglia, e non per niente i suoi detestati genitori erano stati soprannominati Siamsenza e Noncisà: non possiede nessuna particolare abilità né passione, eccezion fatta per quella di parlare a raffica e di inventarsi piccoli e grandi sogni ad occhi ape1ti, fantasie masturbatorie in senso proprio e figurato: è il perfetto Uomo virtuale, il Grande riciclatore e, senza averne la minima consapevolezza, è anche il Grande mistificatore. Di fronte a lui, come unica vera antagonista, sta sua figlia Viola, che rifiuta quasi sempre di parlare, cosciente com'è dell'imbroglio nascosto in ogni discorso e in ogni "rappresentazione". Viola è tragicamente in gabbia, prigioniera nella bella villa della madre come a scuola o nella cascina sperduta dove il padre l'ha rapita: non per caso, in apertura della storia si presenta con la bocca ingabbiata in un ferreo apparecchio per raddrizzare i denti, e il gesto brutale di farselo tagliare con un tronchese dal più muto e bestiale dei personaggi intorno a lei è un vero e proprio rituale liberatorio. Come Huckleberry, come Gianbu1wsca (altro grande antecedente di Veronesi, forse che Siamsenza e Noncisà non potrebbero comparire nelle avventure di Giannino Stoppani?), anche Viola cerca di non farsi "civilizzare"; come una solitaria principessa delle fiabe, acerba e un po' crudele per tentar di difendersi dal dolciastro e falso lieto fine, pone agli adulti i suoi enigmi, ma ogni volta la sua voglia di verità, il suobisogno di spiegazioni vengono elusi dalla distrazione e dalla faciloneria, se non addirittura dall'imbroglio. Con amorosa ironia e con una straordinaria idea narrativa, Veronesi riprende due fiabe per far da contrappunto a Viola: Cenerentola, fonte di uno dei suoi enigmi, e Cappuccetto Rosso, spunto per il bellissimo rito di passaggio che la ragazzina vivrà nel bosco della Pania delle Andanze. Nella wilderness garfagnina, l'anima selvatica di Viola potrebbe sfrenarsi e trovare la libertà; ma Veronesi, che ha letto Melville e Twain e Hawthorne e sa bene che la wilderness non ce la fa contro la borghese civiltà, offre alla sua Cappuccetto Rosso rabbiosa e stranita la rappresentazione arcaica della violenza animalesca, che esplode per venir poi espulsa. I personaggi sono sempre quelli, del mito e della fiaba: la fanciulla persa nell'oscuro, il cacciatore, il lupo. Ma nello splendido slittamento di questa scena, il lupo si crede figlio del cacciatoremamma che l'aveva adottato cucciolo, mentre il cacciatore è più simile all'orco, al violentatore assassino, che non al fiabesco e corretto difensore delle nonne e delle nipotine. Così, quando l'orco Giordano uccide il suo alter ego che in forma di lupo sta per sbranare Viola, lei pronuncia "il grazie che non aveva mai detto a nessuno, morbido, tremante e bianco come un coniglietto, quello che teneva in serbo per i B-52, per quando avrebbero virato verso Tonfano". Da quel momento, Violaècresciutaeconosceil mistero

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