- VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 39 come superficie ed apparenza, l'inclinazione alla messinscena, i matrimoni filosofia-romanzesco), mentre i tre successivi s'incentrano sui generi più vitali o comunque dinamici (scrittura femminile, testi che contaminano mmazione, reportage e saggio, testi umoristici), e l'ultimo raccoglie alcuni esempi, un po' eterogenei (Piersanti, Abbate, Doninelli, Tabucchi e altri), di una scrittura capace di segnalare i "limiti del letterario". Si tratta di una struttura leggera (rispetto al tema del capitolo, la collocazione di alcuni autori risulta a volte poco stringente, si vedano i casi di Van Straten e Arpaia nel capitolo sul "Kitsch d'autore") e dichiaratamente soggettiva: lo ribadisce ad esempio un capitolo di chiusura nel contempo di descrizione e 'intervento', richiamo del critico a ricordare la povertà di una letteratura che sappia n utrirsi solo di se stessa. L'intelaiatura leggera del discorso d'assieme impostato da La Porta è legata tanto alla genesi concreta delle sue riflessioni, quanto - mi pare - all'intenzione di imporre, attraverso una prima ricognizione panoramica, un tema di discussione, di far convergere l'attenzione sull'idea chiave della postmodernità all'italiana, di rendere meno asettico e cosmopolitico l'uso del concetto. Ce1to,chi udendo il libro, resta il desiderio di un maggiore approfondimento delle categorie interpretative, di una mappatura puntuale che mag ari tenga conto anchedell' articolazione in livelli del sistema letterario (con una maggiore attenzione alla produzione di genere) e studi più ampiamente la genealogia della narrativa d'oggi (analizzando a fondo l'eredità dello sperimentalismo e della neovanguardia). Ma il lavoro di una ca1tografia della narrativa cielpresente non può che essere un lavoro collettivo, sollecitato non solo dalle acquisizioni sicure ma anche dagli spazi bianchi dei singoli contributi. NELTINELLOTELEMATICO UN ROMANZODISANDROVERONESI Roberta Mazzanti "Uno spicchio che sta tra l'inchiesta pura e il romanzo": è lo spazio narrativo che Sandro Veronesi dichiarava di abitare, quando nel novembre l 994 pa1tecipòa una delle tavole rotonde su letteratura e giornalismo organizzate da "Linea d'Ombra" e dall'Assessorato alla cultura della Provincia di Milano. E aggiungeva, con una metafora impertinente, che l'esperienza delle Cronache italiane scritte fra 1'88 e il '91 aveva "tolto la sicura a una bomba, una bomba di curiosità, allegra, non cupa" che gli aveva permesso di girare per un paio cl'anni tutta l'Italia realizzando una serie di inchieste singolari, animate da una combinazione insolita di sarcasmo e accettazione senza riserve nei confronti di quel che andava trovando. Difficile dimenticare, per chi le lesse via via sul "Manifesto" o le ha trovate poi raccolte in volume (Mondadori, 1992), le avventure di Sandro-finto-futuro-sposo nel mobilificio Aiazzone, il suo giro sulle coste versiliesi inquinate dal Rogordella Farmoplant, l'incontro a Prato con la comunità degli emigrati di Panni, borgo irpino protetto dal elio Pan ... era l'Italia degli anni Ottanta, nutrita dal nume tutelare della Televisione, prolifica di collezionisti cliSwatch e PR editorial-commerciali, ma capace di conservare nei suoi anfratti le più arcaiche presenze, di rivestirle con panni nuovi e risistemarle sugli altarini post moderni in cui Totò Schillaci, Raimondo Vianello, Nero Wolfe eMalcolm Lowry possono abitare tutti insieme. A cinque, sei anni di distanza quella bomba di curiosità allegra si è trasformata in un'altra bomba, laBomba per antonomasia della nostra epoca atomica, che una ragazzina disgustata vorrebbe far piovere sulla sua bella casa versiliese per "spazzare via tutto". Venite, venite, B-52, recital' adolescente Viola ogni mattina e la sua orazione dà il titolo al nuovo romanzo di Veronesi: un romanzo che di quelle Cronache italiane è i I seguito più maturo e più consapevole, l'opera matura di uno scrittore che sa fondere molto bene l'invenzione con il dato reale, che supera la cronaca perché padroneggia con maestria il linguaggio della fantasia. Proprio grazie alla trasfigurazione fantastica-spesso addirittura fiabesca, come vedremo - della realtà, Veronesi riesce ad andare più indietro e più a fondo, nella rappresentazione della nostra epoca, di quanto non avesse fatto nelle Cronache. Più indietro, perché dai ricchi e perplessi anni Novanta in cui Viola si aggira murata in un rifiuto silenzioso e smarrito, il romanzo ci riporta subito ai meschini anni Cinquanta dell'adolescenza provinciale del padre di lei, Ennio Miraglia, e agli smaglianti Sessanta della Yersilia in ascesa dove Ennio compie il proprio apprendistato di self made man: ex-sassofonista, ex-autista, sensale e speculatore nei torbidi Settanta, futuro grande "professionista cieli'intrallazzo" e, inevitabilmente, miliardario e imbonitore televisivo nei floridi Ottanta. Più a fondo, in quarant'anni cli una storia che è davvero pienamente nostra, perché Ennio Miraglia è il nostro Forrest Gump: la sua parabola è fatta di jazz e Fred Bongusto alla Bussola, di comunismo e televendite, di tecnologie avanzate e vecchi ciarpami,di pomografiaeEternoAmore,cli tinelli moclelloAiazzone e capitali all'estero, di complotti massonici e incrollabile fiducia nel lietofine (che, a differenza di Forrest Gump, Ennio non avrà ... e questo è solo uno dei tanti motivi per cui Venite, venite B-52 è molto più bello del consolatorio Forrest Gump), cliossimori etici come come quelli che costellano la vita di Ennio e dell'italiano medio, colpevole innocente su cui gli eventi scivolano "leggeri come canzonette", che ovviamente non paga le tasse ma è a posto con la coscienza perché "aveva sempre preferito dare il proprio contributo alla collettività versando robusti assegni nelle casse del PCI". FotoA Cristofori/Team/ G. Neri. ~
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==