Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

36 MANNUZZU/ '45-'95 Così il punto focale si sposta: dalla condizione generale al caso di specie: dal dolore e dalla morte d'un secolo, alla felicità - malgrado tutto - d'un essere vivente. E così - restando spesso fuori dallo sguardo, però immanenti - dolore e morte del secolo ci vengono restituiti, veri e grandi. È (anche) una splendida - involontaria e naturale - operazione letteraria: il cui senso viene dalla prospettiva defilata, dall'obliquità del taglio; dal fatto che tutto ciò che è davvero terribile non viene mostrato: succede dietro le quinte o quando la rappresentazione è finita. Ed è proprio la ricchezza, la piccola incommensurabile ricchezza della vita resa ai suoi battiti quotidiani, a dare la dimensione e l'atrocità della tragedia: difficile pensare a una più severa testimonianza a carico. Da sempre avevamo capito che il diario è un lungo atto di resistenza. Ma adesso, alla rilettura, passati tanti anni, sono i modi di questa resistenza a imporsi, con la loro leggerezza e il loro tepore umano, per sempre perduti e per sempre vivi, dentro il libro come nella memoria. È una "profanazione" insistere sulle oggettive qualità letterarie del libro? Quando poi sono queste qualità a consegnarne il peculiare messaggio: solo esse fanno che si tratti del diario di Anna Frank, d'un bene specifico acquisito al grande patrimonio del mondo, e non della ennesima cifra d'una statistica orribile. E magari rimarrebbe da discutere se il risultato sia davvero tutto oggettivo. Non tanto considerando le ambizioni che l'autrice si assegna "per quando sarà grande"; o la sua percezione d'una vocazione già autentica: "Chi non scrive non sa quanto sia bello scrivere". C'è in più ilcosciente uso d'una efficacissima strumentazione espressiva; c'è - soprattutto - la proiezione d'oghi parola verso l'esterno, fuori della casa segreta e insieme fuori del tempo iniquo che la fascia. Non si tratta dello sfogo di chi parla per sé soltanto: ma di pagine che vogliono consegnarsi a un lettore futuro, "estraneo". In termini espliciti: "È una cosa un po' difficile da capire, per un estraneo, perciò chiarirò meglio". Anche se poi è cronaca, nonfiction.L'obliquità dello sguardo, che lambisce il genocidio da un fragile rifugio, non è un' invenzione letteraria, viene imposta dalle cose. E sono le cose a decidere la conclusione non scritta: non scritta e che però dà al libro il suo grande senso, illuminando d'una luce altissima ogni parola e ogni attimo di vita raccontato. Certo, si tratta d'un pugno di ebrei davvero "incatenati", per oltre due anni, a quelle povere stanze nascoste, nel tentativo di scampare a una morte orrenda: e con essi la loro cronista quasi bambina. E davvero da quel rifugio poi vengono strappati; e davvero sette - sette su otto, compresa l'adolescente cronista - trovano la morte, sulle strade del genocidio. Si può aggiungere che forse Anna Frank sarebbe stata Anna Frank anche senza il diario; e comunque è possibile esista una ragazza come lei - investita di quella grazia - che non sappia scrivere. Ma a noi Anna Frank rimane, noi la conosciamo solo perché scrive, racconta: il diario custodisce intatti i segni esemplari della sua vita, per i superstiti e per tutti coloro che verranno. Così per tutti e per sempre Anna lascia la sua casa di prima, saluta la gatta Mortije ("l'unica da cui presi congedo"), ed entra nella casa segreta. Ha stipato "il minimo indispensabile in una borsa di scuola": "questo diario, poi arricciacapelli, fazzoletti, libri scolastici, un pettine, vecchie lettere" - "le cose più assurde": "tengo più ai ricordi che ai vestiti" (ma poi, sappiamo, anche ai vestiti). Ed è un programma? Se è un programma viene coerentemente svolto, durante la lunga segregazione e i I cicaleccio dei resoconti che la ragazza ne fa; mentre la campana del Westertoren rintocca non distante, ogni quarto d'ora (sinché, fondendola, non la regaleranno alla guerra). Anna colleziona "stelle del cinema", fotografie di parenti, si diverte a ricostruire alberi genealogici di famiglie reali, a un certo punto ha la mania dei balletti e "tutte le sere" "si esercita diligentemente", in un costume ricavato da "una sottoveste azzurra ornata di pizzi" della mamma: insomma, coltiva la mitologia greca e romana e le passioni della sua età. Quando racconta dell'ebrea paralitica, che terrorizzata aspetta d'essere portata via, legge e traduce La belle Nivernaise, "annotando i vocaboli da studiare". La prima Santa Klaus è festosa: ma sempre-anche quando i tempi si incupiscono oltre il tollerabile, la penuria di tutto cresce e la minaccia si aggrava - i reclusi cercano di onorare ogni ricorrenza. "Siamo ancora vivi e troviamo persino gustosi i nostri miseri pasti". "Ci sono tante piccole cose da dire, più che in tempi normali fra gente normale". La prigione è una lente d'ingrandimento, dal grande spessore morale: eri vela ogni vibrazione di vita. Fatti e atti in apparenza futili, comuni, casuali acquistano un'intensità incredibile; niente, anche di ciò che è più effimero, si perde. Uno dei passatempi serali è "guardare con un binocolo", dalla casa segreta, "nelle stanze illuminate dei vicini", ignari e in libertà. Intanto il "lessico famigliare" diventa lingua. El' osservazione psicologica della piccola testimone si fa acuta sino alla cattiveria: a una gioconda cattiveria. La reclusione è una peripezia: cominciata come una vacanza "in una pensione strana", diviene man mano sempre più angusta, afflitta da troppi vincoli e troppe paure. Il logorio dei rapporti fra quelle otto persone, due nuclei famigliari più un solitario e nevrotico amico, cresce: in ragione della troppo ravvicinata convivenza, della mancanza di molti beni necessari, del diradarsi dell'ossigeno, dello stringersi della morsa. Sempre succedono "cose più che altro sgradevoli"; "tutti i giorni prendo pastiglie di valeriana"; "avrei voluto soltanto dormire, per non pensare". Che cos'è al I ora che mantiene incolume la ragazza, anzi la salva e le consente di salvare tutto, attorno a sé? Il tono di certe frasi del diario forse dà un'indicazione: "A volte ho paura che la tristezza mi faccia venire per sempre il viso lungo e la bocca cascante". È questa capacità di prendere le distanze restando vicini, di mischiare sorriso e gioco alle cose senza alterarle, di rimanere bambina e insieme di diventare adulta, più adulta di tutti? "Però, quando la prima impressione è passata, bisogna che ci rimettiamo a scherzare". È questa la capacità di resistere che ha Anna?"A dirla schietta, qualche volta mi dimentico con chi siamo in urto e con quale persona ha già avuto luogo la riconciliazione". Ma si ha l'impressione che la grazia di Anna Frank sia - anche - ben altra. Perché a notte, quando termina la sua preghiera ("Ti ringrazio, mio Dio, per tutto ciò che è buono e caro e bello"), è sempre "piena di gioia"? Perché Peter, l'adolescente amico e compagno di prigionia, le dice: "Mi aiuti già sempre", spiegandole: "Con la tua gaiezza"? La madre di Anna vuol insegnare "l'arte di vivere". Ecco, se diamo all'espressione un significato diverso da quello cui la signora pensa, dobbiamo concludere che forse quest"'arte", questa capacità di accettare la vita, sempre, di considerarla un dono, è il dono che Anna ha ricevuto: e affida al suo diario, e offre ancora a noi. "Respiro l'aria dalla fessura di una finestra chiusa ..." "C'è un bel sole, il cielo è sereno, spira un venticello meraviglioso, e vorrei tanto ... vorrei ... tutto. Chiacchiere, libertà, amici, star sola. Vorrei tanto ... piangere!" ("Ero briosa ed eccitata ma sapevo che, appena sola, sarei scoppiata a piangere"). "Mi siedo sul pavimento, nel mio posticino preferito e guardo il cielo azzurro, l'ippocastano spoglio sui cui rami scintillano piccole gocce, i

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==