Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

Salvatore Mannu.zzu LACASASEGRETA DI ANNA FRANK Chi scrive è quasi coetaneo di Anna Frank; e (se non ricorda male) ne ha letto il diario appena è stato tradotto in Italia. Andiamo a riguardare nella storia di casa Einaudi la data di quell'edizione lontana: 1954 - può essere? "Dieci anni dopo la guerra farebbe un curioso effetto se noi raccontassimo come hanno vissuto qui otto ebrei", annota Anna in una delle sue pagine. - Anna, perché viene da chiamarla così, anche a chi è alieno da simili confidenze? E come chiamare il suo libro, che è un libro ricco di vita e insieme di sapienza specifica, letteraria, e che l'autrice ha lasciato irrimediabilmente incompiuto? Torniamo però alla singolare nota dell'adolescente ebrea: contiene una domanda implicita, che sempre aspetta risposta. Quale "curioso effetto" ci fece il suo diario allora, quando non si erano spenti i riverberi della tragedia che aveva coinvolto, insieme a lei, milioni e milioni di altri esseri umani? E che effetto ci fa rileggerne una versione accresciuta e ritradotta adesso che tante cose sono cambiate in bene e in male? Allora forse ci colpì, soprattutto, la testimonianza sul genocidio. (Natalia Ginzburg, la cui prefazione figura in quasi tutte le numerose edizioni italiane, e che era legata al diario da un rapporto profondo, sembra, di dare e avere, non voleva si usasse l'eufemismo olocausto). Insomma, allora prestammo attenzione ai nessi più diretti con la storia; e alle pagine che rappresentavano immediatamente una terribile condizione collettiva. "Gli ebrei devono portare la stella giudaica. Gli ebrei devono consegnare le biciclette. Gli ebrei non possono prendere il tram, gli ebrei non possono più andare in auto ...". Sì, principia così. Ed è una storia che quanti avevano un filo di coscienza negli anni '30, e poi nella prima metà degli anni '40, hanno visto con i loro occhi cominciare, dipanarsi ... E i cui svolgimenti sono tutti coerenti all'inizio, sino alla fine. In crescendo: "Stanno arrestando, a gruppi, tutti i nostri amici ..." "Una vecchia ebrea paralitica, seduta davanti alla porta di casa, aspettava la Gestapo, che doveva tornare a prenderla per portarla via su un'auto. La poveretta era terrorizzata per gli spari della contraerea (apparecchi inglesi sorvolavano la città) e per le luci abbaglianti dei proiettori". Impressionava straordinariamente - ancora impressiona - come ogni alibi ne venisse totalmente confutato. "Non sapevamo", era la giustificazione di molti: la giustificazione delle inerzie, addotta anche da Sogli maiuscoli e altissimi. E una ragazzina di tredici anni, da un rifugio privo di tramiti col mondo, clandestino, smentisce: "Secondo noi li ammazzano quasi tutti. La radio inglese dice che li gasano. Forse è il metodo più spiccio per morire". Sì, è sconvolgente la certezza del genocidio, della '45·'95/ MANNUZZU 35 L'ingressodello coso al 265 di Prinzengrocht "terribile destinazione", che ha fin dal 1942 la ragazzina reclusa. "Fuori, è spaventoso. Giorno e notte quei poveretti vengono trascinati via, senza poter portare con sé che un sacco da montagna e un po' di denaro. Durante il viaggio gli tolgono anche quel po' di roba. Le famiglie vengono divise, gli uomini di qua, le donne di là, i bambini da un'altra parte. I bambini, venendo a casa da scuola, non trovano più i loro genitori. Le donne, tornando da far la spesa, trovano la casa sigillata e la famiglia scomparsa". "Come branchi di bestie malate e abbandonate, questi poveretti vengon condotti a sporchi macelli". "Milioni e milioni di pacifici esseri umani sono stati assassinati o gasati". Sono passati cinquant'anni dalla fine di quella tragedia immane. Non dimentichiamo; e non vogliamo dimenticare. Ma nel frattempo Anna, la nostra coetanea, colei che avremmo potuto avere compagna di scuola, è cresciuta: senza invecchiare. È cresciuta restando "la ragazzina" (lei diceva) di sempre, "che ha tanto bisogno di divertirsi". "La ragazzina" che nel paragonarsi alla sorella Margot, il cui sogno era andare a far la levatrice in Palestina, confessava sino all'ultimo: "Io invece penso sempre a bei vestiti e a gente interessante". I suoi anni sono di ventati a poco a poco quelli d'una nostra figlia; presto saranno quelli d'una nostra nipote. Però - a rileggere adesso le pagine che lei ha scritto, l'una dopo l'altra, nel precario rifugio di Amsterdam - non la sentiamo figlia o nipote. Ci resta inesplicabilmente coetanea: ci riporta a una lontana età - anche se col triste senno del dopo. "Coraggio e gioia", continua a dire di sé, assistita da una straordinaria grazia: più che un'esortazione è una constatazione.

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