istituzioni, 1973, e alla stessa menzogna di Jakob che lo obbliga a inventare per gli amici del ghetto notizie a getto continuo, o alla commistione di biografia, interviste, commenti, resoconti nel romanza Il boxeur, 1976... C'è dietro questa sua particolare propensione una certa tradizione ebraica e yiddish in particolare? Non so. Mi hanno detto così quando uscì il mio primo libro. Io non credo di rientrare in una certa tradizione ebraica nel senso di aver letto e poi rielaborato tale letteratura. Per me lo scrittore ebraico più grande è Kafka. Io rientro in tale tradizione forse in un altro senso, senza saperlo. Il motivo potrebbe essere questo: mio padre era ebreo e così la maggior parte dei suoi amici che ho conosciuto dopo la guerra; e costoro raccontavano storie che io ascoltavo con piacere. Mi piaceva l'atteggiamento di fondo, il tono di queste storie. Comunque qualcosa della mia infanzia ha influito sulla mia carriera di scrittore. Mio padre (parlo sempre di lui perché non avevo altri) non nutriva affatto ambizioni pedagogiche, non gli interessava educarmi, mi lasciava fare ciò che volevo e protestava solo quando lo infastidivo, non si lasciava facilmente disturbare. La cosa suona bene, ma aveva anche i suoi svantaggi. Per esempio: non ho mai ricevuto complimenti, come fanno i genitori anche quando uno ... che so, disegna male ... Mio padre invece diceva: e questo sarebbe un disegno? E quando io raccontavo una storia che era noiosa, mi diceva: è ancora lunga? Tutto ciò fu importante per me, perché io volevo raccontargli qualcosa che lo interessasse e dunque dovetti pensare ben presto: che storia dovrò raccontare per attirare la sua attenzione? Ecco un ottimo training per uno scrittore, magari non ideale per un bambino, ma visto con gli occhi di poi fu uno splendido esercizio. Quasi quasi era lei che lo educava, cheaveva l'atteggiamento del genitore tradizionale... Già ... E lui preferiva un certo tipo di narrazione ebraica, così io ho fatto esercizio in quel modo ... Poi cifu il dopoguerra, i lunghi anni di Rdt rispecchiati spesso polemicamente nei suoi romanzi, che affrontano non di rado la tensione o talora il contrastofra l'aspirazione all 'autorealizzazione, alla felicità del singolo e la dura realtà sociale e politica... Come ricorda ora quel tempo? Per molto tempo ho cercato di adattarmi alla realtà della Rdt. All'inizio cercai di integrarmi. Per molto tempo volli essere uno come gli altri. Solo più tardi ho raggiunto una certa consapevolezza e ho cominciato a ragionarci su... Sa, ci sono molti tipi di adattamento: ci fu quello di Eichmann, ma anche quello di Stauffenberg durante il nazismo ... Dall'essere uno schifoso opportunista mi ha salvato il mio carattere o forse il fatto che sono una natura collerica ... Per lungo tempo ho sostenuto la politica del partito per convinzione, finché fui assalito dal dubbio se da buon marxista fosse possibile sostenerla ancora ... Mi accadde presto clifare quest'esperienza: finché si diceva quello che diceva il partito, non si era nessuno. Ma appena si cominciava ad avere un atteggiamento c1itico, allora si veniva presi sul serio, non solo dagli altri ma anche dal partito. Voglio dire: forse per l'opposizione occorreva anche la presunzione. Il mio primo libro mi diede a ovest una certa notorietà. E questo rni pennise di contare di più nellaRdt. La fama aiuta ildissidente. So che ciò può essere poco lusinghiero nei miei confronti, perché potrebbe significare che diventai critico solo quando me lo potei permettere. Può darsi. Ci sono molti elementi imponderabili in tutto ciò. È un mistero anche per me. E nella Rft come andò? Nella Rft arrivai nel 1977. Non so se lei mi può capire, ma le '45-'_95/ BECKER 33 voglio dire che io allora non avevo voglia di parlare di Rdt. Ne avevo parlato abbastanza fin quando c'ero stato. Ora mi interessava parlare di Rft... In effetti lei è uno dei pochi scrittori passati a Occidente che ha continuato a trovare argomenti per scrivere... Molti hanno taciuto o quasi... Mancava loro l'humus originario... Io non volevo vivere a ovest utilizzando il fatto che avevo incontrato difficoltà a est. Pensavo che non fosse un buon mestiere. Feci anche una singolare esperienza: appena avevo voglia di attaccare la Rdt c'erano subito vicino a me un microfono o una macchina da presa ... altrimenti no. Io trovo che sia giusto che profughi curdi o iraniani continuino a parlare delle faccende di casa loro nel paese dove si trovano rifugiati; a casa loro del resto non possono farlo. Ma io non ero in esilio nella Rft. A quel tempo io mi recai più volte nella Rdt, ero un privilegiato, potevo tornarci sempre, avevo contatti con famiglia, figli, amici ... Il rapporto con la Rdt non si è mai interrotto. Continuavo a essere un cittadino della Rdt. Se non mi avessero cacciato, sarei rimasto là, io sono una persona sentimentale, fedele ... A occidente non ho polemizzato con la Rdt: essa era anche un mio prodotto. Non ne ero soddisfatto, ma ciò non significa che ora me ne lavo le mani: non ho niente a che fare con tutto ciò. Uno vive con la propria moglie per vent'anni, poi si separa e dice: terribile, le puzzava maledettamente il fiato, e poi che abitudini impossibili aveva: beveva, era insopportabile ... Io mi chiedo: come mai per vent'anni non se ne è mai accorto, non ha mai detto nulla ... Mi sembra unaspetto, un tema che lei ha elaborato anche nel suo ultimo romanza... Sì, in qualche modo ... E io credo che i miei libri che hanno a che fare con la Rdt sono libri critici, ma in essi c'è sempre, io penso, un elemento clisolidarietà ... Non sono libri cliodio, ma piuttosto libri di uno che vuole migliorare, trasformare ... Insomma, c'è una bella differenza. Tuttavia qualcuno ha detto che lei ha voluto un po' risparmiare la Rdt... Non credo, si tratta di libri che affrontano la Rdt anche nei particolari. Il fatto è che qualche critico occidentale voleva leggere sulla Rdt sempre lo stesso libro, magari con leggere variazioni, ma comunque sempre un libro sui cattivi oppressori e sulla povera gente. Io naturalmente da questo punto di vista ho disilluso talune aspettative. Ho prima parlato del suo umorismo e lei mi ha confermato di essere, nonostante tutto, un ottimista. Ma in realtà nei suoi romanzi c'è anche unabuona dose di rassegnazione. Ci sono crisi esistenziali, matrimoniali come nell'Inganno delle istituzioni, ci sono sconfitte come quelladi Aron Blank nel romanza Il boxeur del 1976 che rifiuta ilproprio stato di "vittima delfascismo" o del giornalista Kilian nel romanza L'amico clitutti ( 1982) che tenta il suicidio o dice: "Finché non sono morto devo cercare di vivere". Dunque molti dei suoi eroi si rassegnano, non scorgono unfuturo ... Forse non le farà piacere sentirlo, ma io credo che l'umanità non abbia più molto futuro. Credo che sarebbero necessarie decisioni molto antipopolari e nessun partito che osasse prenderle, sarebbe poi riconfermato al potere. Con questo non voglio certo augurarmi una dittatura. Decisioni necessarie per il nostro futuro non godono di molta popolarità. Gli uomini non vogliono sapere niente su se stessi. Ma non inganniamoci. Io credo che occorra· una certa dose di ottimismo e un po' di pessimismo. E, casualmente, l'insieme dei due elementi va benissimo per la letteratura. Non è una mia invenzione,
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