Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

32 BECKER/'45·'95 a tavolino. La sua strategia è semplice: rimpicciolire, attenuare a parole, in qualsiasi modo, il fascismo. Se legge i suoi testi, ci scopre un apologeta. Che senso ha dimostrare che anche altri hanno commesso atrocità? È chiaro che le hanno commesse! In una società dovrebbe essereimpo11anterender conto dei propri misfatti più che sottolineare quelli commessi da altri. Anche altri paesi hanno questi problemi, non solo i tedeschi ... Ma io sono tedesco e quindi la cosa mi irrita in modo particolare, perché tutto ciò è successo nel mio paese. Recentemente ho rilasciato un'intervista a "Der Spiegel" sostenendo che il nazionalismo tedesco mi disturba più di tutti gli altri, che pur esistono. Mi hanno rimproverato di essere piuttosto unilaterale, ma io credo che la capacità critica di una persona è particolarmente utile quando viene applicata acasa ua. Altrimenti è solo teoria. Solo a casa propria diventa azione. li signor olte produce, per così dire, il contrario di tutto ciò: esporta il sapere fastidioso e produce in casa una buona dose di coscienza tranquilla. Ha uno sguardo dolce, Becker, e due occhi grandi come Jakob, l'eroe del suo prinw.fortunatissimo romanza: una storia di disperazione e speran-:,anel ghetto, amministrata co11ironia e dolcezza. Un delicato momento awobiografico che /rasparla lo seri/fare in un 'a/- Ira palria, in una lingua diversa. A 0110anni lei ha comincialo a impararr>la lingua dei colpevoli abbandonando quella delle vittime ... (Mi guarda stranamente, intuisco che non ama le parole grosse, detesta la retorica anche quando esprime certe verità.) Quale.fu la sua rea-:,ionequando in Germanio dovette imparare il tedesco? Fu una cosa semplice, normale? ,. Nient'affatto. Fu abbastanza insolito. Però per me era normale. Non avevo alternative. Che avrei dovuto fare? Era pur sempre la lingua degli ag11-:,zini,non solo quella di Goelhe ... el lager i tedeschi non s'intrattenevano con me. Mi dicevano solo: da/i, da/i, via di qui! Più di questo allora non ho imparato. Per riprendere il tema di poc'anzi: che avrei potuto mai fare? Ero in Germania con quel mio po' di polacco, e sono finito in una scuola tedesca.Avrei dovuto rifiutanni di parlare tedesco?Mio padrevoleva che mi integrassi al più presto per diventare un ragazzo normale come tutti gli altri. E per far sì che imparassi il tedesco smise cli parlarmi polacco da un giorno all'altro e così io finii per scordarlo in fretta. E un 'idenlilà ledesca l'ha raggi un/a in ji·e11a? Ah, questesono parole così grosse! Ho 57 anni e ancora oggi non so che cosa significhi la parola identità. La socializzazione non è una forma cosciente. on ci si prefigge di essere come gli alt1i o di sviluppare qualità come le loro. Però io non mi sono mai opposto, non ho mai fatto resistenza.Al contrario. Fin da bambino ho fatto di tutto per esprimermi bene, perché parlare in modo scorretto è come avere un cartello sulla testa su cui sta scritto: io sono un altro! Poi, quanto meglio parlavo tedesco, tanto più potevo giocare a calcio con gli altri e diventare uno di loro. Non era una teoria, era la mia pratica. Per questo fin dall'inizio mi sono sforzato più di tutti gli altri per imparare il tedesco. Cerio gli a/Jri avevano un vantaggio di parecchi anni su di lei ... Sette, 0110 anni che io dovevo recuperare. Forse è anche per que to che spessomi domandano perché proprio io che a dieci anni parlavo ancoramale, dovevo diventare uno crittore tedesco.Ho letto in proposito, tempo fa, una storiella che segnaun percorso parallelo al mio. È la toria di un bambino poliomielitico che viveva in Austrnlia, un certo John Konrads. I dot1ori consigliarono ai genitori FoloIsobellaBaleno/ Effigie. di farlo nuotare a lungo. Dissero che poteva essereunabuona terapia. Risultato: quel bambino è diventato campione olimpionico di nuoto. Così è stato per me. Quando apparve Jakob il bugiardo si parlò di tragedia oltimislica. In eJfelli lei sa cogliere e descrivere anche jàfli eslremamenle dramma lici da una certa distanza, con umorismo. Da dove le viene lei/e capacità? Non lo so. Forse da mio padre, che era un tipo gaio, sereno nonostante la nostra tragedia famigliare. O forse dipende dal fatto che io da bambino, dopo la guerra, ho vissuto in un ambiente in cui venivano raccontate molte storie clive11enti... O sono stato influenzato da scrittori lieti, allegri. O magari perchécosì ha voluto il buon Dio. Si è Ira//ato forse di un a11eggimne1110di di.fesa o di autoafferma- -:,ione? Ciò che so è che non mi sono mai sentito attratto eiagente lagnosa, piagnucolosa. È una cosa che non po o sopportare. Anche mia moglie mi rimprovera perché quando ha dei problemi, dice lei, io mi allontano, mentre quando è di buon umore mi sento attratto eialei. Non è giusto, lo so, ma è così. lo produco volentieri ottimismo. È una sorta di struttura mentale di fondo. Una volta sul" ew York Times" ho letto a proposito di uno scrittore russo che aveva scritto un libro sul]' nione Sovietica: "Finalmente un dissidente che non piange". Questa frase mi colpì. Era qualcosa che io conservavo dentro di me fin dall'infanzia. E mi sono detto: "Voglio essereun dissidente così". Un dissidente che coslella i suoi romanzi di slorie affascinanli. Penso a quelle che inventa Gregor Bienek in L'inganno delle

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