gio agli amici polacchi: "la bimba è dalle suore". Jakub sopravvisse. Dopo il ritorno dalla Russia mise un annuncio sul giornale: "Generosa ricompensa a chi trova piccola bambina". Lo ripeté per parecchi anni. Ricevette centinaia di lettere. Viaggiò per la Polonia, visitò conventi, si recò da privati. Gli fu detto di una donna vicino a Kielce che aveva una bimba adottata. Andò da lei. La bimba non era lei ma la donna aveva occhi che gli ricordavano quelli di Helena. Si sposarono. Smise di mettere annunci. La nuova moglie era molto buona. Anni dopo li visitò una ragazza che assicurò di essere la figlia smarrita, ma venne fuori che aveva problemi mentali e aveva un gruppo sanguigno incompatibile con quello del padre. Jakub non aveva più forza né per gioire né per disilludersi. Morì poco dopo la visita della ragazza malata. La vedova di Jakub dette un'occhiata ad Aneta G. e trovò chiare somiglianze: negli occhi con Jakub, nel sorriso con Helena, che conosceva dalle fotografie. La vedova si ricordò che Jakub aveva parlato di una voglia sulla gamba della bambina. Aneta G. fu felice e disse che ne aveva una. Il cugino non aveva chiesto ulteriori dettagli. Primo, non sapeva della voglia. Secondo, la considerava una questione indelicata. Aneta G. fece un ingrandimento delle foto di Jakub e Helena e le appese nel!' appartamento. Cominciò a chiamarli "mamma" e "papà". Sentì una vicinanza e uno strano calore scorrere verso di lei dal viso raggiante, dolce e sorridente di Helena. '45-'95/ KRALL 29 13. Helena viveva nel ghetto di Varsavia al numero uno della via Przejazd. Ci si entrava da via Leszno. Al pianterreno c'era il caffè Sztuka, dove Wladyslaw Szlengel leggeva i suoi versi. Al terzo piano viveva uno studente di medicina, J.S., con la famiglia. Al quarto piano abitava Helena. J.S. la vedeva spesso quando saliva le scale. Era alta, slanciata, con un viso sorprendentemente pallido, con un elegante vestito scuro, sempre con una bambina che teneva per mano. Allo studente J.S. non piaceva. Primo, era troppo pallida. Secondo, J.S. amava Marysia Ajzensztadt, una cantante soprannominata l'usignolo del ghetto. Aveva capelli castani e un viso chiaro, da fanciulla. Al caffè Pod Fontanna cantava Mozart, Gluck, canzoni del seicento francese e arie d'opera (J.S. amava soprattutto l'aria da Madama Butterfly ). Alla fine di ogni concerto cantava le canzoni ebraiche - E/i, Eli, lama azawtani, Signore, Signore, perché mi hai abbadonato. Offrì a J.S. due fotografie. In ognuna veste lo stesso vestito scuro con un colletto bianco e con un fiocco bianco al collo. In una c'è ancora un pezzettodelladedicaaJ.S. in italiano: "T'amo ...Marysia". L'intero testo suonava: "T'amo, per te canto, in te credo". J.S. vedeva Helena la sera, quando tornava da Marysia, o la mattina quando correva all'ospedale. Dicono che attorno a Helena gironzolasse Kaner, un uomo basso e grasso con la faccia rossa e gli occhi acquosi. Faceva affari coi tedeschi e poteva molto. Se voleva, scriveva qualcuno nel-
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