Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

26 KRALL/'45-'95 che vuole il congiunto seduto per sette giorni nelle posizioni più scomode, si coprì il capo di cenere e considerò mia madre come morta. Quando scoppiò la guerra la nonna polacca disse: "Proteggeremo la bimba per te, fuggite verso est" e i miei genitori scomparvero. Quando fu costruito il ghetto la nonna disse: "Nonno Abram vorrebbe vederti". "Chi è nonno Abram?" domandai. "È un uomo saggio. Scrive lettere al Signore lddio". Mi vestì con l'abito più bello e mi condusse in una casa che non conoscevo, in una camera piena di libri. A un tavolo sedeva un vecchio con la barba. Nonna mi spinse nella sua direzione, ca1runjnai e camminai, quando fui non lontano dal tavolo sollevò il cap·o dai libri e con la mano mi fece cenno di fermarmi. Un po' avevo paura, un po' ero incuriosita. Domandai: "Oggi hai scritto la lettera al Signore?". Non rispose. Non si alzò dalla poltrona. Non mj dette un bacio. Mi guardò senza una parola, di nuovo fece un gesto, mi voltai e corsi da mia nonna. Quando cominciarono a liquidare il ghetto legarono con una corda il nonno che scriveva lettere a Dio, gli dettero fuoco alla barba, lo portarono nel bosco e lo fucilarono. L'ho appreso dopo la guerra. Ho trascorso la guerra coi nonni polacchi. Andavo a scuola dalle suore. I padri delle mie compagne fecero ritorno da tutto il mondo, per me non tornò nessuno. La nonna diceva: "Sono morti entrambi, sei orfana. Comportati come se fossero nella stanza accanto". Ero brava a scuola, gentile, di sera raccontavo ai 1rueigenitori cosa avevo fatto e chiedevo loro di farsi trovare. Qualche mese dopo la morte di Stalin giunse una lettera dagli Yitzhak Katzenelson Il canto del popolo ebraico massacrato Hertha Feiner Mie carissime bambine Lettere alle figlie prima della deportazione (1939-1942) Viktor E. Frankl Sincronizzazione a Birkenwald Una rappresentazione metafisica Benjamin Bender L'ombra dell'Olocausto Ricordi di due vite Editrice La Giuntina - Via Rica~oli, 26 - 50122 Firenze Stati Uniti. Il mittente si chiamava Jan Zaganiacz. Nella busta c'era la foto di un uomo di bell'aspetto. "Questo è tuo padre" disse la nonna. La lettera era laconica: "Sono vivo. Cos'è successo a Perla? Cos'è successo a Klarcia? Voi come state? Janek". Stalin era morto ma la nonna era ancora prudente. "Se vuoi dare la maturità" disse in un bisbiglio perché i vicini non sentissero "dimentica gli Stati Uniti, dimentica tuo padre, eri e sei orfana". Superai la maturità e cominciai a prepararmi per entrare all'università. Il mio sogno era medicina. Per ogni posto c'erano una dozzina di canditati e io avevo un'inutile origine sociale, l' intelligentsia. Un giorno tornavo da ripetizione e a casa trovai uno straniero emaciato. "Quest'uomo è arrivato dalla Russia" disse nonna, di nuovo in un bisbiglio. "Ha visto tua madre. Si è sposata, ha fatto dei figli ed è andata in Palestina". Mia nonna scrisse una lettera a "Jan Zaganiacz": "Perla è viva, ma dimenticala". A me disse: "Se vuoi fare medicina dimentica i tuoi genitori. Con una madre in Palestina e un padre negli Stati Uniti non ti accetteranno in nessuna università. Eri e sei un'orfana". (Come si può vedere mia nonna usava moltissimo la parola "dimentica"). Terminai con lode gli studi di medicina. Ero felice che i nonni fossero vissuti fino al I ora. Entrambi morirono in quell'anno, poco dopo la mia laurea. Mi sposai. Ebbi un figlio. Mi recai negli Stati Uniti. Papà era un affascinante signore anziano, con baffi grigi e occhi blu. Mi parlò del campo nella regione Marijska. Dall'alba al tramonto posava binari ferroviari, di sera, sulla branda, si ripeteva i no1ru: della moglie, della figlia, dei genitori, dei compagni di scuola. Ogni settimana i 1101rudiminuivano. Quando non riuscì a ricordarsi i propri genitori domandò al guardiano di sparargli. "Ti sparerò domani" rispose il guardiano, "oggi dormi". Mio padre dormì su una panca con un compagno d'armi. La mattina dopo si svegliò stringendo il suo cadavere. Scambiò i documenti. Seppellirono Stanislaw Kopczynski e Jan Zaganiacz si arruolò nell'esercito di Anderss. Convinsi mio padre a tornare in Polonia. Sei mesi dopo morì di cancro al fegato. Le ultime settimane le passò in coma. Si svegliò per pochi minuti dicendomi: "Perla, sei tu? Dunque sei con me?" e dormiva felice e sorridente. Non informai mia madre, né del suo ritorno né della sua morte. Avevo il suo indirizzo ma non volevo scrivere a Tel Aviv. Era il 1968. Avevo terminato la specializzazione e stavo per diventare aiuto primario. Se avessero scoperto che ero ebrea e in più con la madre in Israele, non avrei avuto alcuna possibilità. Divorziai. Allevai mio figlio da sola. Mi ripetevo le parole della nonna: "Eri e sei orfana". Mia madre mi fece sapere che andava in Romania. Chiesi un prestito e comprai un biglietto aereo. Quando atterrammo risultò che mio figlio non riusciva a sentire. Un ragazzo di dieci anni, studente di musica, e non poteva sentire una sola parola. Durante il volo si era sviluppata una mescolanza patologica di fluidi nel tessutovici no all'orecchio. Succede molto raramente ma quando accade è irreversibile. Mia madre era una bionda ossigenata della mia altezza. Mi aspettava all'ingresso dell'albergo. Piangemmo e ci gridammo qualcosa l'un l'altra. Mio figlio stava vicino e ci guardava spaventato, con lo sguardo interrogativo.

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