Sequenza dell'esperimenlo di Alamogordo 11945) Nelle pagine seguenli l'esplosione dell'atollo di Bikini e un'immagine del cielo di Hiroshima dopo il bombardamenlo alomico. '45·'95/ MINEAR 17 ·'attesa dell'olocausto finale"; il riscaldamento globale visto come "un olocausto" dagli ambientalisti; la carestia irlandese dell'Ottocento; l'ex-Yugoslavia se le forze dell'ONU se ne andassero; il terremoto di Los Angeles del 1994 come il segno di un olocausto immjnente; l'inferno della Waco del Texas; lo stupro come l'olocausto privato della vittima; il membro di una famiglia in lotta con un'altra per questioni di affari che parla di ··un olocausto familiare"; attacchi contro la dottoressa Joycelyn Elders, "direttrice dell'olocausto di Arkansas" per la sua posizione favorevole all'aborto. La stragrande maggioranza degli usi fa riferimento all'olocausto nazista, ma questi ulteriori utilizzi indicano che il termine olocausto esercita un fascino enorme come metafora. Forse è sorprendente il titolo del volume di David E. Stannard, American Holocaust: Columbus and the Conquest of the New World. Benché Stannard non si soffermi sull'utilizzo che fa del termine olocausto, affronta il problema del confronto: "Una tragedia secondaria comune a tutti questi genocidi ... è che tra i superstiti di gruppi particolarmente perseguitati vi sono rappresentanti faziosi che non di rado dichiarano quanto sia diversa dalle altre l'esperienza patita dalla loro gente ... che non solo proibiscono a priori i confronti proposti dagli studiosi, ma che rifiutano categoricamente persino un semplice riferimento trasversale o discussione di altri genocidi messi in relazione con la loro esperienza ... una tale insistenza sull'impossibilità di confrontare la propria sofferenza storica con altTe... invariabilmente scaglia un gruppo tremendamente messo alla prova contro un altro - come accade nelle dispute attuali, troppo frequenti, tra ebrei e afroamericani, oppure per la recente controversia circa l'Holocaust Memoria! degli Stati Uniti". Vittime e moralisti Charlotte Delbo, Primo Levi, Nelly Sachs ed Elie Wiesel ci sono noti per i loro resoconti vividi e avvincenti, in prosa e in poesia, dell'olocausto nazista. Hara Tamiki, Kurihara Sadako, Ota Yoko, Toge Sankjchi sono i principali scrittori e poeti che hanno fatto esperienza di Hiroshima e che ne hanno scritto. Ma nel 1993 quanti americani hanno mai sentito parlare di loro? Sono tre i motivi che continuano a renderci sconosciuti gli scrittori superstiti giapponesi: il problema della lingua, e due motivi per niente scusabili, ossia la mancanza di identificazione e di interesse. eanche quarantott'ore in seguito alla caduta della bomba su Hiroshima, Hara Tamiki scrisse il seguente appunto: "Illeso per miracolo; dev'essere stato il Cielo a volere che sopravvivessi per raccontare ciò che è accaduto". Più tardi Ota Yoko trascrisse questa conversazione tenuta con la sorellastra mentre passeggiavano per la città: "Li stai guardando davvero ... come fai? Io non riesco a guardare dei cadaveri". Sembrava che mia sorella mi stesse criticando. Replicai: "Sto guardando con due tipi di occhi: gli occhi di un essere umano e gli occhi di uno scrittore". "Riesci a scrivere ... di qualcosa del genere?" "Un giorno dovrò farlo. È la responsabilità di uno scrittore che ne è stato testimone". Toge Sanbchi attese cinque anni prima di trascrivere i suoi ricordi sotto forma di poesia; in Piccolo si rivolge a un bambino il cui padre è stato ucciso in guerra e la cui madre è morta il 6 agosto. Al termine di tre strofe ci sono altrettante domande: "Chi ti racconterà di quel giorno?/ ...Chi ti racconterà/ di quella notte?/ ...Chi ti racconterà? Chi?" La strofa finale si conclude così:
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