Linea d'ombra - anno XIII - n. 105 - giugno 1995

16 MINEAR/ '45-'95 olocausto, Olocausto - chiarisce due punti: primo, il Iinguaggio è intensamente politico; secondo, l'uso ha scelto "l'Olocausto" solo in base a un recente sviluppo. Prendete ora in considerazione le affermazioni di alcuni di coloro che hanno collegato l'olocausto atomico all'olocausto nazista. Una posizione di riguardo è occupata indubbiamente da DwightMcDonald, in virtù del suo editoriale in Politicsdell'agosto 1945: "Quest'azione atroce pone 'noi', i difensori dei popoli civii i, sullo stesso piano morale con 'loro', le bestie di Maidanek". Nel 1948, durante la sua sentenza di dissenso al processo di Tokyo, il giudice indiano Radhabinod Pal affermò: "Al Kaiser Guglielmo II è stata attribuita una lettera indirizzata al Kaiser austriaco Francesco Giuseppe nei primi giorni [della prima guerra mondiale], dove affermava quanto segue: 'La mia anima è straziata, ma ogni cosa deve essere messa a ferro e fuoco; uomini, donne, bambini e vecchi devono essere massacrati, e non deve rimanere nemmeno un albero o una casa ...'. Questo mostrava la sua politica spietata, e tale politica di assassinio indiscriminato per abbreviare la guerra veniva considerata un crimine. Nella guerra del Pacifico di cui ci stiamo occupando, se mai vi è qualcosa che assomiglia a quanto descritto nella lettera sopracitata dell'imperatore tedesco, questo è proprio la decisione presa dalle potenze alleate riguardo all'utilizzo della bomba atomica ... Se ancor oggi in guerra è considerata illegittima la distruzione indiscriminata della vita dei civili e della proprietà, allora nella guerra del Pacifico tale decisione di utilizzare la bomba atomica è l'unica mossa paragonabile alle diretti ve dell'imperatore tedesco nel corso della prima guerra mondiale e dei leader nazisti nel corso della seconda guerra mondiale". Scrivendo dodici anni dopo la conclusione del processo di Tokyo, Bert V. A. Roling dei Paesi Bassi, un altro dei giudici là presenti con Pal, espresse opinioni che non aveva reso note nella sua sentenza di dissenso: "della seconda guerra mondiale si ricordano soprattutto due cose: le camere a gas tedesche e i bombardamenti atomici americani". Nessun giudice applicò il termine olocausto all'incenerimento atomico (o, se è per questo, nemmeno al genocidio nazista). Nel suo studio del 1967 condotto sui sopravvissuti di Hiroshima, Robert Jay Lifton paragonò gli elementi rinvenuti "a quelli di altre esperienze storiche 'estreme', in particolare alle persecuzioni naziste"; Lifton sviluppò i paralleli in The Genocidal Mentality: Nazi Holocaust and Nuclear Threat. Nel 1968, lenaga Saburo, storico giapponese di spicco, scrisse di Hiroshima e Nagasaki definendole "classici esempi di atrocità razionali". Parlando della sua poesia, Sylvia Plath collegò i due olocausti: "Credo che l'esperienza personale non dovrebbe essere una specie di scatola chiusa, una riflessione narcisistica nello specchio. Ritengo che dovrebbe avere a che fare un po' con tutto, anche con Hiroshima e Dachau". E tentò di collegarli in una delle sue ultime poesie, col risultato di trovarsi di fronte alla resistenza di un critico di cui rispettava l'opinione. A. Alvarez, commentando Lady Lazarus, ha affermato che Plath diventa "un'ebrea immaginaria". Plath voleva diventare anche un'abitante immaginaria di Hiroshima: "Gentlemen, ladies/ These are my hands/ My knees. /1may be skin and bone,/ I may be Japanese" I. Ma Alvarez la scoraggiò: " 'Perché proprio giapponese?' la criticai. 'Ti serve la rima? Oppure stai tentando di farti notare tirando in ballo le vittime della bomba atomica?'" Plath "reagì in maniera stizzita", ma si arrese. Il nostro interesse qui va alla presa di coscienza della poetessa, non all'importanza secondaria di Alvarez. In una poesia datata 20 novembre 1978, Primo Levi, superstite di Auschwitz e autore di alcuni tra i più toccanti resoconti da sopravvissuto dell'olocausto nazista, collega l'olocausto nazista con l'olocausto atomico. Si tratta di La bambina di Pompei. I primi quattordici versi parlano di una vittima di Pompei; i cinque successivi raccontano di Anna Frank; quindi, tre versi citano" ...la scolara di Hiroshima,/ ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli,/ vittima sacrificata sull'altare della paura". L'ordine è cronologico, naturalmente, in un crescendo verso l'olocausto nazista e Hiroshima. Ma è davvero solo cronologico? Gli ultimi quattro versi sono un'invocazione ai "Potenti della terra, padroni di nuovi veleni,/ tristi custodi segreti del tuono definitivo"2 affinché non scelgano la guerra nucleare. Nel corso del dibattito trasmesso dalla ABC-TV in seguito alla prima del film The Day After nel novembre del 1983, Elie Wiesel mise in relazione la guerra nucleare totale con l'olocausto nazista: "Una volta è accaduto alla mia gente, e ora accade a tutta la gente. E improvvisamente mi sono detto, forse il mondo intero, cosa strana, è diventato ebreo. Ora tutti vivono con la presenza dell'ignoto. Da un certo punto di vista siamo tutti indifesi". Nel maggio 1994, nel corso di una cerimonia presso i quartieri generali dell'ONU a New York, il ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres parlò di "due olocausti: l'olocausto ebreo e l'olocausto giapponese. Le bombe nucleari sono infatti olocausti volanti". I leader del Manhattan Project utilizzarono il termine olocausto - il suo significato di shoah era ancora di là a venire - per definire la guerra atomica. Già nel settembre o ottobre del 1945, il chimico James B. Conant, presidente della Harvard University e burocrate del Manhattan Project, pensava che "per i sopravvissuti a un olocausto" sarebbero stati necessari scritti "al fine di tramandare la memoria della nostra civiltà". Nel 1949 Vannevar Bush, collaboratore di Conant, si domandava "se l'applicazione della scienza ci aveva ormai condannati a morire tutti in un olocausto"; (Bush non ci credeva). Come mostrato da questa indagine, il termine olocausto cominciò a essere utilizzato in pratica contemporaneamente per due avvenimenti separati; è iniziata a diffondersi una certa ostilità nei confronti dell'espressione olocausto atomico solo quando l'olocausto nazista è diventato "l'Olocausto". Ma osservatori attenti continuano a rilevare somiglianze. Nel 1980 il superstite di Auschwitz Samuel Pisar mise Auschwitz in relazione con le realtà nucleari: "È come se una febbre da Auschwitz avesse contagiato l'intera umanità, spingendola irresistibilmente verso il baratro, un'ideologia tipica di Auschwitz". Nel 1981 l'arcivescovo Raymond G. Hunthausen affermò che "[la base] Trident era l'Auschwitz di Puget Sound". Nel 1983 il fisico nucleare I. I. Rabi si unì al coro: "E ora abbiamo le nazioni tutte in fila, come quei prigionieri di Auschwitz che si dirigevano verso i forni, ad aspettare che i forni venissero perfezionati e resi più efficienti". Nel gennaio 1994, scrivendo a proposito delle scorie erranti americane, Carole Gallagher utilizzò la frase "la nostra Auschwitz nucleare": "I nostri mezzi d'informazione hanno sempre avuto del 'buon tedesco'; hanno avuto sotto gli occhi per tutti questi anni il fumo e le ceneri provenienti dalla nostra Auschwitz nucleare e sono stati sempre zitti". Che uso fa oggi la gente del termine olocausto? Un'indagine Nexis condotta su quotidiani recenti ha portato alla luce un numero significativo di riferimenti all"'olocausto nucleare". Qua e là si trovavano anche diversi utilizzi: il saggio di Larry Kramer, Reports from the Holocaust: The Making of an AIDS Activist; la recensione di un libro di fantascienza che parla di

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