Sherman Alexie Lone Ranger fa a pugni in paradiso, Frassinelli, traduzione di Maria Teresa Marenco, pp. 225, Lire 20.000. Una vena ironica misurata, tocchi sporadici di realismo, lievi irruzioni dell'elemento magico: sono i tratti distintivi di questa raccolta di racconti, la prima di un autore indiano-americano. La riserva in cui si dibattono frustrati i giovani protagonisti delle storie non è, questa volta, un luogo metaforico, ma una delle tante "nazioni" indiane "democraticamente" istituite sul territorio USA. Gli ultimi discendenti delle bellicose tribù che hanno dato il nome alle grandi città del nordovest - Seattle, Tacoma, Spokane - non hanno conosciuto altra guerra che quella del Golfo: lo rinfaccia al figlio "l'unico indiano che ha visto Jimi Hendrix suonare l'inno americano a Woodstock", famoso anche per essersi fatto fotografare negli anni Sessanta, durante una manifestazione per il Vietnam, con un piede sul collo del "nemico" abbattuto, uno stupefatto soldato della National Guard. Questo della tradizione guerriera, insieme ad altri miti diventati ormai luoghi comuni, è il filo conduttore dei racconti, brevi quadri pervasi da calcolata ironia - "Non parlavamo molto. In primo luogo perché papà era piuttosto taciturno quand'era sobrio, e secondariamente perché gli indiani non hanno bisogno di parlare per comunicare" - lucidi, inquieti, ostili alle tentazioni nostalgiche. Il rimpianto per un passato glorioso trova posto nelle comunità minate dall'alcolismo, soltanto nelle farneticazioni dei più vecchi, nel quadro vagamente parodistico di un'iniziazione a base di funghi allucinogeni, nel particolare della disinvolta investitura a "guerriera della tribù" di una bambina di nove anni imbattibile a basket. Le icone della cultura popolare americana si mescolano a quelle della tradizione indiana, inscindibili nell'immaginario della generazione più giovane, che ormai porta "la paura come una collana di turchesi, come il consueto scialle". E si riflettono nella scrittura dell'altrettanto giovane Alexie, coraggiosamente in bilico tra realismo e nostalgia, sostenuta da una comicità così lieve da risultare inavvertibile a un lettore assuefatto agli accenti pesanti delle letterature "etniche" ispirate ai dettami del la correttezza politica. Cynthia Ozick Il rabbino pagano Garzanti, traduzione di Marcella Bassi pp.296, Lire 32.000. Elementi realistici, comici e magici si trovano anche nella nuova raccolta di racconti di Cynthia Ozick. Ma il miscuglio ha un sapore completamente diverso: sia perché l'autrice, apprezzatissima dalla critica, è già ben nota al pubblico, anche italiano; sia perché la Ozick appartiene a una cultura non meno tartassata e ghettizzata di quella indiano-americana, che però ha dimostrato una vitalità, un'energia insopprimibili nel conservare e soprattutto nel raccontare le proprie radici, le proprie caratteristiche. La cultura ebraica non si affida certamente, come quella indiana, alla tradizione orale, anzi, è oggetto di un filone da sempre in primo piano sulla scena letteraria d'America. La Ozick è ben consapevole di questo, e si rivolge a un lettore iniziato, smaliziato, capace di seguirla senza difficoltà nei meandri di una prosa densa di riferimenti, richiami, citazioni, associazioni, procurandogli sicuro godimento. Insieme ad un'altra donna, Grace Paley, è forse l'esponente più originale di una tradizione letteraria un po' abusata sul versante maschile: tutti conoscono le mamme e le donne di Woody Alleno Philip Roth - per fare solo gli esempi più noti; pochi hanno avuto modo di vedere o leggere gli stessi personaggi ritratti dalle loro simili. I fantasmi femminili che giganteggiano sulle pagine e sullo schermo deformati dall'atavica paura introiettata da figli e amanti, vengono qui dilatati ad una dimensione così vasta, così pervasiva, da risultare fondamentalmente innocenti e innocui. Se il lettore riesce a percepire tutta l'ironia della Ozick: altrimenti resterà paralizzato dal terrore. Un libro da sconsigliare a tutti i maschi per i quali la donna (solo ebrea?) è ancora quell'essere onnipotente reso famoso da Woody Allen: uno Jehova in gonnella che tuona dal cielo, pronta a fulminare. Marisa Caramella Anthony Burgess ABBA ABBA a cura di S. Marano La Biblioteca del Vascello pp. 159, Lire 24.000 La Biblioteca del Vascello, nella collana Bibliofollie, ha pubblicato ABBA ABBA, "romanzo" di Anthony Burgess che ipotizza un incontro tra Giuseppe Gioacchino Belli e John Keats, il genio romantico che, Burgess fa dire a Belli, "aveva più luce nel suo mignolo di quanta ce ne fosse nella carcassa lardosa" del prete che incontra in Piazza di Spagna davanti al feretro del poeta inglese. Il cattolico Burgess sta contro il prete e dalla parte di Belli perché sta dalla parte della poesia. La seconda metà del libro è occupata dalla traduzione in inglese (con testo originale a fronte) di una scelta di sonetti del poeta romanesco. Burgess era affascinato dallo sterminato canzoniere di Belli per i suoi contenuti di ribellione anticonformista affidata ad una voce "plebea", ma altrettanto per la scelta linguistica che l'incarnava. C'è una logica in questo, se pensiamo che la fama di Burgess è legata ad un romanzo,_ Un'arancia a orologeria, che deve moltissimo all'invenzione di linguistica che lo sorregge. Nel suo ultimo romanzo, Un cadavere a Deptford (trad. di Lydia Salerno, Garzanti, pp. 320, Lire 32.000), Burgess affida la storia di Christopher Marlowe alla voce narrante di un attore, amico e compagno d'avventure del drammaturgo elisabettiano. La prima scommessa di Burgess sta, di nuovo, nell'invenzione linguistica, che sposa il registro narrativo contemporaneo con l'eco del linguaggio elisabettiano (a volte più di un'eco, che gli consente di inserire nel testo citazioni mascherate senza interromperne l'unitarietà). La seconda scommessa sta nella scelta stessa del suo eroe, la cui morte violenta è il riflesso della violenza della Storia di cui egli stesso partecipa. Burgess, che era un profondo conoscitore dell'opera di Marlowe e della sua età, mette il suo sapere al servizio del ritratto di un grande poeta che sfida la sua epoca, attraversata dai conflitti di religione, con la sua atea irriverenza. Ma che da quei conflitti e dagli intrighi che producono è coinvolto e travolto. Eppure la storia, concludeBurgess, è più effimera della poesia: l'Inghilterra che uccise Marlowe verrà ricordata non per ciò che fu, ma per ciò che lui scrisse. Poalo Bertinetti
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